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"Un unico sistema sanitario nazionale gestito dallo Stato centrale"

l'opinione
"Un unico sistema sanitario nazionale gestito dallo Stato centrale"

- Oggi più che mai la sanità pubblica italiana è sotto i riflettori per lo sforzo che sta compiendo a favore della pubblica salute dei cittadini compromessa da una nuova minaccia rappresentata dal Coronavirus, appare chiaro che per l’intero paese e non solo, il sistema sanitario rappresenti in questo momento la salvezza dalla pandemia. Occorre però ripercorrere il valore che il nostro ordinamento attribuisce a questa materia così delicata e che viene considerata come diritto fondamentale per ciascun individuo, proprio l’articolo 32 della costituzione recita: “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Citando questo articolo si può già notare come questo sia breve ma allo stesso tempo chiaro e perfettamente comprensibile, si parla di diritto “fondamentale” dove questa parola ha un senso giuridico molto chiaro ed è l’unica parte della costituzione in cui si usa cosi questo termine.

È altrettanto chiaro che i padri costituenti abbiano utilizzato la parola “Repubblica” per indicare tutto l’insieme delle istituzioni pubbliche e non solo lo Stato che avrebbe significato certamente solo il governo centrale di Roma. Proprio su questo articolo si è fatta una delle riforme più importanti che ha condizionato la salute e la sua gestione da parte delle regioni, infatti nel 2001 viene fatta una riforma costituzionale che riscrive l’articolo 117 della costituzione traslocando cosi la sanità dalle competenze dello Stato Centrale (governo e ministero della Salute) alle regioni. Il nuovo articolo 117 della riforma del 2001 al comma 3 mette la salute tra le materie concorrenti tra lo Stato e le regioni, ossia una materia che tocca sia le regioni che lo Stato. Sempre l’articolo 117 assegna allo Stato l’individuazione dei Livelli Essenziali di Assistenza e garantire nonché predisporre i fondi necessari per le regioni al fine di finanziare la sanità regionale, quindi alle regioni la responsabilità e l’onere della gestione, la programmazione e l’ individuazione delle politiche pubbliche per la buona riuscita della sanità, avvalendosi delle Aziende Sanitarie Locali (Asl), delle Aziende Ospedaliere (AO) e degli Irccs, le prime due controllate in modo differente dalla regione e dai dirigenti politici di vertice di ciascuna regione.

Questa riforma e soprattutto la nuova divisione tra le competenze ha generato un caos normativo e gestionale della sanità pubblica. Dall’entrata in vigore della riforma costituzionale del 2001 la gestione della sanità entra in un periodo di crisi, a 20 regioni oggi esistenti corrispondono 20 livelli e modelli di sanità pubbliche gestite in maniera differente da ciascuna regione nell’ambito delle sue competenze. Spesso e volentieri noi cittadini liguri ci siamo trovati davanti a politiche pubbliche che hanno alimentato sprechi e scandali nella gestione e nelle nomine nella sanità regionale (reparti costruiti e mai aperti, appalti banditi e mai iniziati come il Felettino, dirigenti nominati senza i requisiti e chi più ne ha più ne metta), senza mai arrivare ad un sunto di buona e sana gestione della sanità pubblica. Oggi in Italia abbiamo affidato uno dei servizi più importanti e delicati in assoluto alle regioni che in 19 anni hanno largamente dimostrato di non essere abbastanza preparate per gestire una materia così importante rispetto alle prerogative costituzionali affidate loro dalla revisione costituzionale del 2001.

Il nostro paese è attualmente un paese con una forte spinta verso il sistema federale, voluto in epoca di governi tra la Lega di Bossi e Forza italia di Berlusconi, ma spesso e volentieri ci si dimentica di come l’architettura costituzionale di questo paese e le sue dimensioni siano corrispondenti ad una Repubblica unitaria e non federale, siamo attualmente il secondo paese al mondo ad aver decentrato e trasferito funzioni così importanti alle regioni. Prima di noi c’è solo il Canada che notoriamente rappresenta uno Stato federale con una storia costituzionale molto chiara alle spalle, rispetto alla nostra storia di piccolo Stato centralizzato e unitario. Oggi il bilancio di Regione Liguria è occupato dall’80% da risorse destinate alla gestione della sanità pari a circa 3,5 miliardi di euro (dati 2015 della regione). I cittadini liguri invece partecipano a questa spesa con il ticket, cioè il piccolo ma pur sempre alto contrino che serve per accedere alle prestazioni sanitarie che attualmente si aggira attorno ai 47 euro circa.

Negli anni tutti cittadini si sono interfacciati con la sanità, con le lunghe liste di attesa per le visite, con pronto soccorsi intoppati e disservizi vari, questo perché la gestione diretta del sistema sanitario regionale ha determinato in questi anni scelte politiche non adeguate per fronteggiare le richieste dei cittadini liguri. Spesso e volentieri si confronta il modello sanitario dell’Emilia-Romagna, della Toscana o della Lombardia (regioni dove i liguri fuggono per avere cure migliori) a quello della Liguria, e appare chiaro che c’è un abisso tra la nostra regione che offere un servizio mediocre e quelle appena citate che vantano un ottimo servizio gestito in maniera differente.

In questa emergenza sanitaria tutti noi abbiamo rivolto lo sguardo al personale medico, infermieristico e tecnico impegnato in prima linea nelle varie regioni italiane. Si sarà anche notato la divergenza e la diversità dei vari protocolli per fronteggiare l’emergenza e soprattutto il braccio di ferro tra il Governo Conte e alcune regioni per le scelte strategiche legate alla sanità. Tutto questo ha creato, nei primi dieci giorni della gestione dell’emergenza legata al Covid19, una confusione fra chi doveva tutelare la sicurezza e la salute pubblica dei cittadini e chi dovrebbe garantire la gestione e il buon funzionamento della sanità a livello regionale. In molti in questi giorni stanno rivedendo con forza la questione della sanità pubblica in mano alle regioni e tanti autorevoli voci della dottrina costituzionale (vedi prof. S.Cassese) hanno avanzato l’ipotesi che bisogna ritornare al modello precedente al 2001: un unico sistema sanitario nazionale gestito dallo Stato centrale in modo da assicurare a tutti i cittadini pari accesso alle cure e alle prestazioni sanitarie, senza discriminazioni territoriali dovute alle divisioni geografiche delle regioni italiane.

È arrivata la stagione del ritorno con i piedi per terra e soprattutto dobbiamo pensare che la costituzione e i padri costituenti fecero in modo da concepire la sanità come diritto fondamentale dei cittadini da ritenersi così tanto fondamentale che non può essere derogato. Oggi la sanità in mano alle regioni rappresenta un problema effettivo sull’attuazione e il godimento di questo diritto fondamentale, occorre che superata l’emergenza sanitaria legata al Coronavirus i partiti politici ritornino fra i cittadini e avviino una seria riforma costituzionale sulla sanità pubblica. Serve uniformità del servizio sanitario, questo nell’interesse di tutti. I cittadini non possono godere di un sistema sanitario di serie A e di serie B, tutti gli individui hanno pari diritto di accesso alle cure che la repubblica può garantire loro

Houssem Dalhoumi

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