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"Torniamo a un uso pubblico della ragionevolezza"

La lettera del professor Di Sacco, che prende spunto dal 'caso' del tweet di Toti.

Saggezza e produttività
"Torniamo a un uso pubblico della ragionevolezza"

- Il tweet del presidente della Regione Liguria ha provocato l'insorgere di decine di sdegnate
proteste. Toti si è scusato, ha dichiarato di essere stato mal interpretato, secondo un costume ormai consolidato: si rilascia una dichiarazione, poi , eventualmente , la si ritratta, si dice che si è stati fraintesi, mal interpretati. Però se assumiamo come vero che Toti o chi ha scritto il tweet si è espresso malamente, e credo che debba essere realmente così perché politicamente quel tweet è stato davvero un autogoal , allora ci troviamo davanti ad un lapsus: dire una cosa per un'altra - Voglio difendere gli anziani, che non sono più produttivi - , ma , nella fretta della comunicazione sui social, viene rovesciato il senso : non sono più produttivi, anche se muoiono, in fondo... -. Emergerebbe ciò che , in interiore, si pensa, anche se non si ha il coraggio di dirlo esplicitamente.
La successiva , imbarazzata, spiegazione sarebbe la conferma del lapsus. Questo lapsus che fa emergere ciò che si muove nell'inconscio collettivo contemporaneo rivela il totale rovesciamento del rapporto anziani giovani che è avvenuto nella società tecnologico industriale. Un tempo l'anziano era saggio, non necessariamente sapiente, perché aveva molta esperienza. L'avere molta esperienza permetteva di prevedere ciò che sarebbe accaduto con una certa sicurezza perché il mondo, specialmente quello sociale, politico, sembrava esser stabilmente governato da leggi e regolarità. Come è noto da tempo non è più così. Non solo gli oggetti prodotti tecnologicamente invecchiano sempre più velocemente (un cellulare di dieci anni fa è quasi inutilizzabile) ma anche le persone e le loro conoscenze. Le loro esperienza diviene superata e, di conseguenza, su di essa, si pensa, non si può costruire nessuna saggezza. Se il vecchio non è saggio, allora diviene inutile, superato come un cellulare di prima generazione e , come quel cellulare, deve essere smaltito, visto che non può essere rigenerato e riutilizzato. Va aggiunto che l'esser considerato saggio era per gli anziani costretti a cedere il proprio potere alle nuove generazioni, una sorta di compensazione per quanto avevano perduto: l'autorevolezza derivante dalla saggezza era l'aura compensativa che attutiva il ricambio generazionale. Oggi è diverso: se esser vecchio significa esser rimbambito, se la cessione, anche parziale, del potere, significa marginalizzazione senza compensazione, allora da anziani si cerca di rimanere attaccati al proprio ruolo più che si può; con le unghie e con i denti si difende il proprio potere. Se il criterio di saggezza diventa la produttività ad ogni costo, allora si deve dimostrare di essere ancora produttivi, efficienti. Quindi l'anziano fa di tutto per non sembrare quello che è, finge, si comporta si veste come un giovane adulto. E, se può, se non è costretto a fare da angelo custode ai nipoti sostituendosi agli asili che non ci sono, cerca di godersela, di recuperare il tempo perduto facendo della “terza età” l'ultimo eden, prima del tracollo, della casa di riposo, della badante, della morte.
Se la produttività prende definitivamente il posto della saggezza, se vengono a mancare le
persone di riferimento cui chiedere consiglio, sia perché non ci si fida più del loro parere, sia perché essi stessi sono diventati muti, allora tutto il sistema politico e sociale diviene privo di
strumenti correttivi e di controllo. Se salta una possibilità di saggezza generazionale legata
all'esperienza e se l'unico criterio accettabile è la produttività e le costellazioni di egoismi che a questa si legano, allora anche le basi stesse dell'autorevolezza saltano e così anche l'autorevolezza della sapienza viene minata. Perché se non si ammette la possibilità di una saggezza proveniente dall'esperienza e dall'età, allora si può mettere in dubbio anche l'autorevolezza degli esperti, dei sapienti moderni, che sono gli scienziati. Il proprio angusto orizzonte esperienziale ed emotivo diviene l'unico criterio di discriminazione e scelta. Le parole della comunità scientifica possono essere messe sul medesimo piano di quelle un ciarlatano. L'astrologo si può confondere ed equiparare all'astronomo; l'oroscopo acquista il medesimo valore di verità di una previsione sul moto di un asteroide. E la politica da arte della mediazione, da ragionevolezza applicata al governare verso scopi comuni , diviene egoistica tecnica di potere, furbizia improvvisata e spregiudicata che naviga a vista, che cerca di rimanere malamente sull'onda come un surfista alle prime armi. Se ne può uscire soltanto ritornando ad un uso quotidiano continuo e pubblico della ragionevolezza, ricostruendo quella dimensione politica ragionevole e diffusa che le contrapposizioni ideologiche del secolo passato avevano logorato a tal punto che, quando queste sono venute meno, è rimasto il turbine originato dai venti degli egoismi individuali.

Giorgio Di Sacco Rolla (Avantinsieme - Alleanza Civica La Spezia)

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