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"Lavorare contro intolleranza, anche a costo di essere tacciati come buonisti"

Intervento di Mauro Bornia, presidente del centro Vivere Insieme.

"Lavorare contro intolleranza, anche a costo di essere tacciati come buonisti"

- Negli ultimi tempi l’intolleranza riemerge prepotentemente come dominus sociale, anche per regolare i rapporti personali, tra i gruppi e i popoli. La violenza dell’uomo sull’uomo si è sviluppata indipendentemente dalle ideologie, anche se certi estremismi prevalgono in organizzazioni politiche dichiaratamente neo fasciste e populiste. Essa si esprime in maniera più forte e inarrestabile innanzitutto nei singoli comportamenti quotidiani, con ferocia e precisa volontà di calpestare, distruggere. E’ l’idea di sgomberare ogni ostacolo che si frappone fra noi e la nostra meta, un mezzo immediato per vincere la paura e la frustrazione, appagando il senso di onnipotenza che nasce dall’eliminazione del diverso da noi, ad esterni dalla nostra cerchia, per l’affermazione di una supremazia. Regole generali di rispetto fra gli uomini e genti, valori di tolleranza, accoglienza, solidarietà, hanno cessato di guidare il nostro comportamento, anzi, chi cerca di perseguire questi concetti viene tacciato di “Buonismo” come se cercare di essere buoni fosse un disvalore. L’intolleranza si impone così negli individui, li rassicura, li fa sentire vincenti, è la gioia di affermare se stessi, il concetto che ciascuno in fondo può essere un vincente, poco importa se questo avviene a scapito del più debole, il povero che primeggia sul più povero, così ci si dimentica nel bagliore della supremazia ciò che veramente siamo. Non ci si deve mai dimenticare che i comportamenti sono insiti alle scelte e spesso le scelte derivano dai vantaggi che abbiamo, come singoli e come società. Generalmente le scelte le esercita chi ha la possibilità di farlo, (mando mio figlio a judo o a tennis, lo iscrivo al liceo classico o allo scientifico, andiamo in vacanza al mare o in montagna, compro il suv o la station wagon, ecc.) dunque l’intolleranza oggi è di chi ha contro chi non ha e poco importa se quello che si possiede è minimo, sempre meglio di nulla. E chi non ha nulla si vede e sono tanti, Africani, Arabi, Sudamericani, oppure nostri compatrioti, ma disoccupati, ammalati, disabili. L’intolleranza è innanzitutto volontà di esclusione dalla spartizione delle risorse, del lavoro, del territorio, del sapere.

Non è necessario che tutti siano consapevoli di questo, basta che sia vissuto, praticato, anche senza che tutti lo condividano, l’intolleranza si nutre dell’ignoranza. Viviamo in un tempo in cui le notizie sono onnipresenti, giornali, tv, facebook, twitter, whatsapp, ecc. ci inondano di informazioni, eppure questa possibilità di conoscenza invece di aprirci ci fa chiudere. Chiudere al diverso, allo straniero, al diseredato, perché le notizie che ascoltiamo ci inducono a stereotipare le nozioni, quindi gli Arabi sono terroristi, gli Africani invasori, ecc. e ciò aumenta il timore, il pregiudizio su chi non si conosce. Il diverso che ci viene mostrato dai mezzi di comunicazione di massa è il povero, il derelitto, l’immigrato, lo zingaro, ( fino a poco tempo fa il meridionale) ci viene mostrato più volte al giorno, ma non fatto conoscere per quello che è, per quello che pensa, per i valori che ha, per la sua cultura. Ci fermiamo all’aspetto, al superficiale e questo ci allarma, siamo spinti a pensare che minacci il nostro benessere, che dobbiamo spartire con esso ciò che abbiamo. Se cerca una casa o un lavoro allora li toglie a noi, se al contrario rivendica la propria cultura e religione allora non si vuole integrare e diventa un nemico e giorno per giorno ci alleniamo a prendere le distanze, quante più immagini di povera gente stipata nei gommoni ci mostrano in tv tanto più si rafforza l’ostilità, verso chi attenta al nostro status sociale. Ovviamente c’è chi ci guadagna in tutto questo, politicamente viene sfruttato per accrescere i consensi basati sull’odio, sull’insofferenza, ma la cosa più aberrante è che ci riporta indietro di decenni, a climi già visti, nel nostro paese e nel mondo. E allora spopolano sul web insulti, slogan razzisti, notizie false corredate di foto ritoccate o di eventi e luoghi diversi ( emblematica quella del concerto dei Pink Foyd a Venezia negli anni 80 spacciata per un molo della Libia, dove centinaia di persone erano pronte per imbarcarsi per le nostre coste) condivisioni di foto del Duce con didascalie da perfetti fascisti, discorsi senza senso sulla famiglia tradizionale e sulla malattia di essere gay. Insomma, un ritorno ab ovo dell’ignoranza più becera e stupirci poi che il concetto “Prima noi e i nostri” porta ai dazi e alla chiusura delle frontiere, basta leggere le dichiarazioni della primo ministro Inglese Theresa May sui lavoratori stranieri e del disastro della Brexit. L’unica soluzione a questa deriva è continuare a lavorare affinchè non attecchiscano sentimenti di assurda discriminazione, anche a costo di rimanere isolati e essere tacciati di “buonismo”.

Mauro Bornia, presidente del centro Vivere Insieme

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