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"Gamin è risorto, anzi non è mai morto"

di Alberto Scaramuccia

una storia spezzina
"Gamin è risorto, anzi non è mai morto"

- Ho detto che Gamin muore giornalisticamente nel 1894: il nome del Grande Monello permane nell’epica giornalistica nostrana, ma non la vediamo più in calce agli articoli. Quando l’Ubaldo vuole sbeffeggiare il sindaco Paita che nel 1895 va a Roma in udienza dal Re, lo stile è gaminico puro ma la firma è Jem Asin, i è Mazin, come mi suggerisce Pigi Cavallini.
Gamin dunque non c’è più, ma nel settembre del ‘96 il quotidiano "Il Lavoro" fa un titolo vistoso con quel nickname: Gamin ci scrive. Era successo che il suo grande amico Oreste Poggiolini in arte Opi, scrivendo un articolo in cui invocava per il transito dei velocipedi in continuo aumento regole più semplici ed adeguate alla realtà, aveva appioppato all’Ubaldo la definizione di ciclofobo.

La parola provoca la reazione di Mazzini che invia a sua volta una lunga lettera che "Il Lavoro" pubblica proprio con il titolo in cui ritorna sulla scena del giornalismo nostrale il nome di Gamin.
Dichiarandosi incompetente sull’argomento bicicletta, l’Ubaldo afferma di non essere per nulla un misoneista, uno che avversa il progresso, come la parola ciclofobo potrebbe fare intendere, ma che è contrario alla diffusione della bicicletta perché il nuovo mezzo di locomozione non rappresenta un progresso, ma un passo indietro. Le persone, infatti, secondo il parere dell’Ubaldo, compiranno ogni loro azione con il nuovo mezzo meccanico dimenticando treni, tram elettrici, carrozze automotrici e perfino i piroscafi, e nell’impossibile iperbole vedi luccicare gli occhi del malandrino.

Tutti, profittando del velocipede, potranno traversare per intero la città in pochi minuti per andare a farsi fot…ografare. È una battuta un po’ volgarotta ma la lettera non vuole portare altro messaggio a chi la legge se non che Gamin è risorto, anzi che non è mai morto anche se le circostanze possono indurre a pensare il contrario.
L’Ubaldo però non scrive l’inno del suo ritorno in campo, sa che così ormai non è più possibile comportarsi. Però, la nostalgia è forte e almeno in quest’occasione non riesce a reprimerla. La voglia di esprimersi come una volta, con la libertà di cui godeva da scavezzacollo, è tanta, così come però è tanta la consapevolezza che ormai non era più quel tempo e quell’età.

Al di là di tutto questo, resta però un interrogativo. Quanto c’azzecca l’Oreste a dipingere l’amico Ubaldo come misoneista? Certo, Mazzini non era desideroso di novità: per lui, profondamente mazziniano, il popolo era un tutto indifferenziato che non conosceva le diversità derivanti dalla diversa situazione sociale e questa concezione se la portò dietro tutta la vita.

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