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"Chiudo gli occhi e sono alla Spezia negli anni '30"

di Carlo Pellegrini

un bimbo a passeggio
"Chiudo gli occhi e sono alla Spezia negli anni '30"

- Mio padre fu assunto come impiegato di fiducia in una agenzia di assicurazioni, la mia famiglia (padre, madre, io bimbo di due anni) si trasferì a Spezia.
Correva l’anno 1936.
Dopo un breve periodo al Canaletto in una sistemazione aborrita da mamma, ci trasferimmo in via Casalini in una casa all’angolo con piazza Cesare Battisti, quindi in pieno centro.
L’ufficio di mio padre era in corso Cavour al numero 1, il tragitto tra casa e ufficio era familiare anche a me che spesso lo andavo a trovare, sempre accompagnato da mamma.
Cosa era corso Cavour allora?
Il regno della gente, quasi tutta a piedi, molti militari, poche biciclette, rarissime auto, un tram. Tra questa gente la mia attenzione di bimbo era attratta da strani individui che mostravano cravatte multicolori stese sul braccio e biascicavano “tle clavlatte due lile”… ‘cinesi!’ diceva mamma con malcelata sopportazione.
Non mancava la ‘ronda’ : un graduato e due militari a passo marziale nel centro della strada che io invidiavo per le armi che portavano.
Camminavo dando la mano a mamma, una scena meritevole di fotografia: ed ecco che eravamo presi di mira da fotografi, tra di loro in competizione, che scattavano foto e distribuivano tagliandi per il ritiro presso i negozi di articoli ottici “Servadei” o “Meriggioli”, due dei molti negozi esistenti in quel tratto di corso tra via Casalini e via Chiodo.
Tra questi negozi per me uno solo meritava la sosta: il giocattolaio “Franchi” con le vetrine sul corso e su uno slargo situato sulla sinistra del mio percorso.
Una tappa tollerata da mia madre che dopo un po’ era costretta a trascinarmi via.
Davanti alle vetrine sfarzosamente illuminate sbavavo sui soldatini di latta, sulle scatole di meccano e di costruzioni di legno e, se la fortuna mi assisteva, potevo ammirare un trenino elettrico in funzione con le sbarre dei passaggi a livello che si alzavano e si abbassavano al momento giusto.
Potevo anche imbattermi in un fenomeno che dominava tutta la strada e mi lasciava a bocca aperta: un uomo “sandwich” sui trampoli che reclamizzava il grande magazzino UPIM aperto da poco. Un negozio fiabesco con tanti articoli diversi e con scale che portavano le persone su e giù; talmente fiabesco che una volta mi ci persi, scoppiai a piangere, fui aiutato a ritrovare mamma e mi dettero un lecca lecca per calmarmi.
Corso Cavour era uno spettacolo continuo, anche di notte.
Non potevo vedere, solo ascoltare dal mio lettino la banda della Regia Marina che suonava la Ritirata. Partiva con uno squillo di tromba alle 22 in punto sotto la statua equestre di Garibaldi, sempre suonando percorreva corso Cavour fino a via Garibaldi e concludeva il percorso nella Caserma con un codazzo di marinai.

Corso Cavour non era il mio unico punto di osservazione: una volta alla settimana di mattina nella piazza Battisti, sotto le mie finestre c’era un mercato, uno spettacolo che mi immobilizzava sul terrazzo con soddisfazione di mia madre a cui non stavo tra i piedi.
La mia attenzione era calamitata da un banco di stoviglie dove un venditore lanciava in aria la merce e la riprendeva al volo. Quando si era formato un capannello di gente iniziava la strabiliante offerta con prezzi via via decrescenti partendo da “non ve lo do per 10 lire” fino a concludere trionfalmente “vi portate via tutto questo per sole …(pausa a effetto) due lire!”
A questo punto uno, che ai miei occhi di bimbo era un vecchietto, alzava la mano per accaparrarsi la strabiliante offerta.
Mia madre incrinò la mia fede infantile nell’onestà umana facendomi notare che il vecchietto era sempre lo stesso e quando il banco veniva smantellato restituiva quello che aveva tempestivamente e fraudolentemente acquistato.
Un altro ricordo, legato allo stare in casa, era il suono del campanello alla porta dell’appartamento.
Mia madre mi diceva di andare ad aprire, io eseguivo e annunciavo “C’è un povero!”
Una situazione che si ripeteva anche più volte in un giorno.
Il regime non tollerava la questua per le strade, non si addiceva al popolo fascista probo e lavoratore, i poveracci (ed erano tanti!) potevano medicare solo nelle case.

Quasi tutti i pomeriggi andavo ai giardinetti, sempre con mia madre... non ne ho ricordi interessanti.
Ma c’erano i pomeriggi estivi!
Mio padre veniva a casa prima del tocco, si mangiava velocemente, mia madre ed io andavamo al molo sul lato destro della passeggiata Morin …
Adesso lascio mamma sul vaporetto, chiudo gli occhi e volo alla “Venere Azzurra”, una piccola cala tra San Terenzo e Lerici con uno stabilimento balneare tutto di legno bianco e azzurro con le cabine addossate alla strada litoranea alte sulla breve lingua di spiaggia scavalcata da una passerella che termina con una struggente rotonda sul mare.
Apro gli occhi... non c’è più.
La guerra l’ha portato via.

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