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"Buona festa alla mia mamma che ha realizzato 1.050 pigotte"

di Paolo Marcesini

la lettera
"Buona festa alla mia mamma che ha realizzato 1.050 pigotte"

- Mia mamma in 10 anni ha realizzato, inventato, creato, vestito e donato 1050 Pigotte. Le ha pensate, ha cucito i loro vestiti, ha recuperato stoffe dimenticate, spesso anche preziose, per renderle belle, eleganti, uniche e assolutamente indimenticabili. 
A tutte ha dato un nome diverso che ha trascritto in un quaderno, in rigoroso ordine alfabetico.
E trovateli voi 1050 nomi diversi! 
Prima di lasciarle partire dallo studiolo dove ormai passa tutto il suo tempo a cucire e inventare cosa cucire le ha fotografate (il fotografo è stato naturalmente mio babbo) e le ha impaginate nel suo album di ricordi. 
Ogni tanto ha ricevuto qualche lettera di bambino o genitore che l’hanno ringraziata perché avevano ricevuto una sua Pigotta, magari dal sindaco di Sarzana che ogni anno le comprava per regalarle a tutti i nuovi nati del Comune. 
Ogni lettera è stato un sorriso. Un paio di volte è anche andata alla cerimonia di consegna, nella Sala Consiliare o al Teatro Impavidi. Si è seduta il fondo alla sala e ha guardato tutte le sue Pigotte che partivano sorridenti per le loro nuove case. 
1050 sono davvero tante. Una montagna di bambole.
Sapete vero cosa sono le Pigotte? Sono bambole di pezza che l'Unicef vende per sostenere l'infanzia nei paesi in via di sviluppo. Devono il loro nome a una vecchia tradizione lombarda, una di quelle storie che hanno l’odore buono e sacro della povertà e della generosità, un odore che assomiglia al profumo del pane fatto in casa appena sfornato. 
Le bambole una volta erano un lusso, ma tutte le bambine avevano il diritto ad averne una perché non si può crescere senza giocare. Ecco perché venivano fatte in casa, con materiali poveri (avanzi di tessuto e lana).
Nel 1988 Jo Garçeau, membro del Comitato Unicef di Cinisello Balsamo, creò la prima Pigotta a scopo umanitario. Lei era americana di origine, una cantante folk di Springfield che in Italia aveva trovato la sua seconda patria e fatto qualche film con Ciccio e Franco. Lei le Pigotte le aveva conosciute così. Imparò a farle. Poi l’idea. Perché non trasformare una vecchia tradizione contadina  e un atto d’amore, di creatività, di recupero e di generosità in un sorriso di benvenuto per un bambino appena nato?

Che bel nome, Pigotta. Un nome che fa subito allegria, gioco, sorriso. E poi regalando quella bambola si potevano aiutare i bambini poveri del mondo.

Da allora chiunque può creare una Pigotta in modo autonomo (l'Unicef fornisce un cartamodello utilizzabile per la forma del corpo ma tutto il resto è lasciato alla creatività di chi la confeziona). Ogni Pigotta è corredata di una cartolina identificativa e viene adottata. Chi ne adotta una contribuisce a tutte le attività che l'Unicef svolge a favore dell'infanzia (vaccinazioni, alimenti terapeutici contro la malnutrizione infantile).

Le 1050 Pigotte di mia mamma hanno salutato in questi 10 anni la nascita dei bambini di Sarzana e di chissà quale altro Comune della nostra provincia.

Adesso ha smesso di farle. È stanca. Ne ha comprato, lei che le faceva, una per ognuno dei suoi nipoti. I miei figli hanno la Pigotta della nonna. Quando andavo a trovarla e le vedevo tutte stese sul divano che aspettavano di partire per il loro viaggio, sorridevo. Per ognuna di loro aveva creato una storia. E me la raccontava. Di alcune andava proprio fiera. Erano davvero bellissime.

È difficile da raccontare la generosità. Non si può. Ed è difficile raccontare il valore del tempo di cui la generosità si nutre e ha bisogno per diventare azione concreta. Giornate intere a cucire con sapienza solo per regalare un sorriso a chi non si conosce. Perché il tempo dice sempre la Gabri (si chiama Gabriella mia mamma) deve essere utile, deve sempre servire a qualcosa. Altrimenti è solo tempo perso.

Oggi che è la festa della mamma ho deciso di raccontare un pezzo della storia della mia e delle sue 1050 Pigotte. Se ne avete una nella vostra cameretta adesso sapete qualcosa di più anche di chi l'ha cucita e vestita.

Paolo Marcesini

© RIPRODUZIONE RISERVATA


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