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"Anche i Domenicani cacciati a fine Settecento meritano il ricordo nella riapertura dell'Impavidi"

`Anche i Domenicani cacciati a fine Settecento meritano il ricordo nella riapertura dell´Impavidi`

- Quella di martedì è una giornata importante per la città di Sarzana. Riapre infatti i battenti, con uno spettacolo di lirica dedicato a Maria Callas, lo storico teatro degli “Impavidi”, chiuso ormai da diversi anni per lavori di ristrutturazione e di messa in sicurezza. I “media” locali stanno dando dunque giusta attenzione ad un evento atteso da tempo, richiamando il ricordo di quegli otto “accademici impavidi” che, tra il 1807 e il 1808 (allora si fece tutto in appena un anno!), realizzarono l’opera, come riporta una targa marmorea nell’ingresso, “fingendis moribus, relaxandis animis, virtutibus emulandis”, ovvero – dichiarando apertamente un intento non di puro divertimento ma, a loro modo, “educativo” – “per mettere in scena i costumi, per rilassare gli animi e per proporre modelli di virtù”. Molto di meno viene invece ricordata l’istituzione che, per circa quattrocento anni, sorse in quel luogo, e le cui strutture vennero poi trasformate, in epoca napoleonica, in quelle del teatro. Ci riferiamo al convento sarzanese dei frati Domenicani, il secondo nella storia religiosa e civile della città. Il primo convento sorgeva infatti dalla parte opposta, al di fuori di quella che era chiamata “porta San Domenico”, più o meno presso l’attuale piazza San Giorgio, e la sua fondazione viene collocata all’inizio del Trecento da storici e ricercatori quali Clinio Cottafavi ed Ennio Callegari. Un secolo dopo, divenuta la città murata e “chiusa” all’esterno per ragioni militari, il convento venne spostato dove appunto oggi sorge il teatro. Doveva essere un complesso molto vasto, con un ampio terreno coltivato posto quasi dirimpetto alla fortezza della Firmafede, lo stesso che oggi – divenuto il “campetto” della parrocchia di Santa Maria – ospita la nuovissima vasca anticendio a servizio del teatro. Potremmo quasi dire che i Domenicani, cacciati dal convento a fine Settecento con la ventata anticlericale venuta dalla Francia, che chiuse anche a Sarzana molte chiese e conventi, non hanno però dimenticato, nel solco della visione cristiana delle cose, la città che così a lungo li aveva ospitati. In qualche modo, infatti, è proprio grazie a loro che il teatro, oltre che beneficiare di strutture solide e sicure, dispone oggi di un’adeguata protezione antincendio. Meritano dunque di essere ricordati anche loro...

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