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“A Passion do Signoe” secondo Mazzini

di Bert Bagarre

Sprugoleria
“A Passion do Signoe” secondo Mazzini

- Lo Sprugolotto verace quando s’avvicina Pasqua, va con il pensiero alla raccolta di 30 sonetti che Ubaldo Mazzini nel 1894, ancora irriverente monellaccio, compose intitolandola “A Passion do Signoe”. All’uscita la piccola antologia riscosse elogi in quantità, concorrendo al suo successo l’indiscussa bravura dell’Autore e l’elegante fattura che la stampa dell’epoca non manca di rimarcare. Quell’edizione, ahimè, non l’ho mai vista, ma penso che molti conoscano le poesie anche per il libro delle poesie in vernacolo dell’Ubaldo pubblicate dalla Cassa non molto tempo fa.
Protagonista dei sonetti composti ner ciù s-cieto sprugoloto è don Lorenzo da tutti chiamato Lisca Secca. La sera del Venerdì Santo il parroco gioca a bazzica con un paio di amici nell’osteria di Maria che per l’abbondante seno è detta a Teciona, cioè la Tettona. Al termine del match cartaceo, il don spiega agli astanti il Vangelo, dalla tentazione fino alla Crocefissione passando per i miracoli.
Di questi forse il più famoso è quello operato alle nozze di Cana e la poesia dedicatagli è quella che la me ciaza de ciù.
In quei quattordici versi, infatti, viene fuori per intero l’estro dell’Ubaldo che è davvero in stato di grazia quando scrive di quegli sponsali. Ad accrescere il brio della poesia concorre poi l’uso sapiente del dialetto. Anche se oggi lo si conosce in misura limitata, riesce ugualmente ad introdurre il lettore ad un’atmosfera intima e colloquiale, quale possono essere quattro chiacchiere fra quattro amici.
L’antico dialetto oggi tanto sconosciuto quanto ben noto cento e passa anni fa, non è un volubile accessorio, ma il mezzo attraverso il quale chi legge viene avvicinato alla problematicità del mistero che in questo modo viene portato a dimensione umana, anche se l’irrisione con cui Mazzini chiude al pari di altri anche questo sonetto, può sembrare blasfemia.
La vicenda la si sa. I commensali non avendo più vino, lo vogliono comprare da Salè che era un'antica osteria in via Sant'Antonio, ma Gesù li invita a ravie 'r bronzin, aprire il rubinetto, e porvi sotto o stagnon, il secchio, ché lo vedranno riempirsi di vino.
Subito arriva il commento corrosivo degli amici di don Loenso: anche gli osti sono capaci di compiere questo miracolo!
Pare eresia, ma nell'ultimo verso apparentemente dissacrante, vedo il disegno di portare a misura dell'uomo il fenomeno religioso sottraendolo all'aura ultramondana che spesso l'allontana dalla dimensione terrena, quella dei poveri cristi ogni giorno impegnati a sudare per vivere una vita più decente.
Domani, buone soprese e felice pesce d’aprile!

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