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Uno scultore reggiano a Sarzana

di Piero Donati

Uno scultore reggiano a Sarzana

- Il 12 maggio scorso è stato presentato a Sarzana il nuovo numero del Giornale Storico della Lunigiana, la rivista che continua ad offrire, pur tra mille difficoltà, occasioni di approfondimento sulla storia – istituzionale, culturale, sociale – della Lunigiana storica. Protagonisti di questo fascicolo sono due importanti manoscritti settecenteschi: nel primo, conservato oggi a Parma e confezionato in tarda età dal cartografo Matteo Vinzoni, è descritta la diocesi di Luni-Sarzana prima dell'amputazione – contrastata invano dal vescovo Giulio Cesare Lomellini – del settore settentrionale, destinato a formare la diocesi di Pontremoli; nel secondo invece, risalente al 1710 ed a noi giunto in una copia del 1776, sono raccolti i materiali che lo studioso sarzanese Bonaventura Rossi (1666 – 1741) aveva raccolto “con gran tempo, e fatica” in vista di una monumentale storia di Luni e di Sarzana che mai giunse alla stampa.
Questo secondo manoscritto, che conta ben 1204 pagine, contiene, in ordine sparso, numerose notizie sul patrimonio storico e artistico sarzanese, tratte talvolta da documenti d'archivio non più esistenti, ed ho quindi ritenuto opportuno mettere a disposizione degli storici dell'arte, in forma sistematica, queste informazioni, ricorrendo al collaudato schema narrativo dell'itinerario che un immaginario viaggiatore avrebbe potuto percorrere dentro e fuori la cinta muraria tardoquattrocentesca che allora difendeva Sarzana.
Si inizia dalla Porta del Mare, che si apriva presso l'attuale Piazza San Giorgio e, dopo aver attraversato la Piazza della Calcandola – l'attuale Piazza Matteotti – si giunge alla pieve di Sant'Andrea; descrivendo l'interno di questo edificio, il Rossi racconta di una memoria che gli operai (cioè gli amministratori) della chiesa presentarono il 10 maggio 1540 agli Anziani di Sarzana. In questa memoria, scritta in volgare e contenente tracce preziose della lingua locale, si ricorda l'altare di marmo che ci si apprestava ad erigere nel presbiterio e si offre dunque un importante aggancio cronologico per la datazione di alcune sculture erratiche – conservate in parte nella chiesa stessa ed in parte nella cappella di un palazzo gentilizio di Sarzana – derivanti dallo smembramento dell'altare marmoreo menzionato nel documento del 1540, per fortuna ancora esistente presso l'Archivio Comunale.
L'analisi stilistica di queste sculture ha poi consentito la loro attribuzione allo scultore reggiano Prospero Clemente (1516 – 1584), di cui costituiscono la prima prova nota. Sono in particolare le raffigurazioni ad altorilievo di San Pietro e di San Bartolomeo, sovrastate dalle complementari raffigurazioni dell'Arcangelo Gabriele e della Vergine Annunciata (foto Mauro Magliani), a fornire la possibilità di un confronto con i due monumenti funebri, realizzati entrambi per Parma, che i documenti assegnano alla prima attività del maestro. Costui, dopo aver appreso i rudimenti dell'arte presso lo zio Bernardino, dovette completare la sua formazione a Carrara, giovandosi del contatto col fiorentino Baccio Bandinelli e, nella seconda metà del secolo XVI, diede un contributo decisivo a far crescere a Reggio quel vero e proprio culto del marmo bianco che ne segnò profondamente il volto. Credo che nella bassa Valle del Magra si conservino altri prodotti dello scalpello di Prospero Clemente e spero di avere occasione di presentarli adeguatamente.

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