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Quell'intuizione politica maturata da Dante in Lunigiana

Giovedì culturale fivizzanese dedicato al Poeta e agli enigmi della Divina Commedia. Tra visio dei, lune tonde e dispute sul veltro tra futuri alleati nazifascisti.

Settecento anni dalla morte
Mirco Manuguerra

Lunigiana - Gli enigmi della Commedia, in questo 2021 che segna i 700 anni dalla morte di Dante, protagonisti ieri sera dei Giovedì culturali di Fivizzano, luogo che, come spiegato nell'introduzione da Ragna Engelbergs, vanta una plurisecolare tradizione di studiosi danteschi quali Giovanni Manzini, l'abate Gerini, Adolfo Bartoli. Ieri sera relazione affidata allo spezzino Mirco Manuguerra, presidente del Centro lunigianese di studi danteschi, che ha dedicato la dissertazione alla memoria di Amedeo Benedetti, operoso socio del Clsd. “Dante ha prodotto – ha affermato Manuguerra nell'esordio del suo intervento – quel che mancava al Cristianesimo: un'opera che ne celebrasse l'assoluta superiorità. È vero che c'era il Vangelo, ma il Vangelo è un testo di natura teologica, mentre la Commedia è il poema della cristianità. Un'opera che chiude il Medioevo e spalanca le porte della modernità”. Ben prima di quel 1492 “che è solo una data convenzionale”. Manuguerra ha poi toccato un primo nodo a suo modo 'enigmatico': Dante era platonico o aristotelico? “Si è sempre creduto a una contrapposizione tra Platone e Aristotele. Ma in verità sono complementari, come ha ben dimostrato Giovanni Reale, e la Commedia fa una compiuta sintesi dei due sistemi, l'uno speculativo, l'altro pragmatico. La Commedia ha sì una struttura aristotelica, ma da ciascuna delle piattaforme Dante mette le ali e spicca il volo, fino alla visio dei. L'opera è un'immensa scala i cui assi portanti sono puro platonismo mentre i pioli sono rigorosissimo aristotelismo”.

Uno sguardo poi a quello che Manuguerra ha definito “l'enigma principe della Commedia”, cioè la profezia del veltro (canto I dell'Inferno), “l'unica reale profezia, visto che le altre sono rivelazioni di fatti già avvenuti”. Ebbene, in che consiste il veltro? “Si è parlato di papi, di imperatori... ma in un sistema come quello della pax dantis si concepisce un'unica nazione sostenuta dall'azione congiunta di papa e imperatore, quindi il veltro non può essere l'uno o l'altro... semmai entrambi”. Ma per lo studioso non è questa la soluzione, né la è immaginare il salvifico cane da caccia nella figura di Cristo “perché Dante dice che verrà, non che tornerà”. Scartate anche tutte le varie ipotesi che hanno voluto identificare, nei secoli, il veltro con precise figure storiche, “ricostruzioni spesso campanilistiche”, per non parlare de "l'apoteosi grottesca della disputa che negli anni Trenta vedeva l'Italia identificare nel veltro Mussolini, mentre la Germania lo riconduceva a Hitler”. Come se ne esce? “E' errato personalizzare il veltro e ricercarne l'identità in un personaggio storico: l'unica soluzione è che si tratti della stessa Divina Commedia, la quale, scritta in volgare, sarebbe circolata ovunque, di città in città, persino nei luoghi più umili - di feltro in feltro - portando un messaggio di rinascenza strutturato sulla matrice evangelica”. Questa quindi l'idea di Dante, figura, ha osservato il relatore, “che ha una dimensione laica, ma non laicista. È cattolico dalla testa ai piedi e la sua fede è autentica, non qualcosa che esiste solo a livello allegorico”.

Ulteriore 'giallo' è la datazione del viaggio nell'aldilà. “Siamo di fronte al grande poema della cristianità, quindi la Pasqua deve assumere un'importanza strutturale – ha affermato Manuguerra -. Il viaggio dura sette giorni; la Pasqua, nel 1300 (anno in cui il Sommo poeta ambienta la vicenda letteraria, ndr), cadeva il 10 aprile. Da scartare quindi come data di inizio viaggio il 25 marzo, cioè la data in cui a Firenze cominciava l'anno, perché la Pasqua verrebbe a mancare; inoltre, Dante non scrive in riferimento alla sola Firenze, ma in ottica universale: il computo degli anni deve quindi essere a nativitate dei, cioè quello accolto dalla Chiesa. Un'altra ipotesi sulla datazione, proposta da tutti i commenti in circolazione, vuole l'uscita dalla selva oscura l'8 aprile, cioè il venerdì santo... ma così la Pasqua Dante la passerebbe all'Inferno! Occorre fare chiarezza: il punto cruciale per risolvere la questione è la luce del plenilunio, una determinazione della quale viene fatta da Dante nel XX canto dell'Inferno: e già iernotte fu la luna tonda. Ebbene, la Pasqua è la prima domenica successiva al primo plenilunio di primavera. Il fatto è che il termine tonda è stato trascurato dalla critica secolare: tondo per Dante vuol dire approssimativamente circolare, mai circolare o sferico. Tondo è un arancio, non una biglia. Quindi quella luna tondeggiante vista iernotte non era ancora piena. E il plenilunio, che nel 1300 si verificò il 5 aprile, non si era ancora verificato quando Dante uscì dalla selva, cosa che avvenne il giorno 4 aprile, di modo che il settimo e ultimo giorno del viaggio, quello della visio dei, coincida con la Pasqua: si ha quindi il trionfo dell'uomo nel giorno dell'anniversario del trionfo di Dio”.

Ultimo capitolo della serata fivizzanese – realizzata ovviamente da remoto -, l'enigma della scena mistica dei due angeli che scacciano il serpente dalla valletta dei nobili, Canto VIII del Purgatorio. “Qui abbiamo l'elogio dei Malaspina, è il canto lunigianese per eccellenza. Questa famiglia onrata viene elogiata recuperando la struttura dell'incipit del poema, e nel lessico dantesco sentirsi dire che si va per la dritta via è il non plus ultra, di più c'è solo la santità. In questo canto troviamo due figure antitetiche come l'orgogliosissimo guelfo Nino Visconti e il ghibellino irriducibile Corrado Malaspina il giovane, marchese di Villafranca, che convivono serenamente nel contesto celestiale di un giardino fiorito. Per il Centro lunigianese di studi danteschi questo è un grande affresco autobiografico dell'esperienza diplomatica dantesca in Lunigiana, perfezionata con la pace di Castelnuovo. Ciò comporta la risoluzione dell'enigma del canto: l'allegoria mistica dei due angeli che cacciano il serpente è l'anticipazione dell'azione congiunta dei due soli, auspicata nel canto XVI. E i due soli sono ovviamente il papa e l'imperatore: solo in forza della loro azione combinata è possibile scacciare la serpe tentatrice dal dominio terreno, simbolicamente rappresentato dal prato fiorito della valletta”.

Questa lettura, ha concluso lo studioso, lascia intendere “un'intuizione tutta lunigianese del modello di pace universale contenuto nella Monarchia”, fatto “fortemente attestato dalla scoperta di una parafrasi delle Varie di Cassiodoro nel preambolo dantesco della Pace di Castelnuovo, riconosciuto dal professor Carlo Dolcini come prima espressione propriamente politica in Dante. Questo significa che se Dante, giunto in Lunigiana, non aveva ancora maturato un'idea politica, allora la Divina Commedia come la conosciamo è frutto dell'intuizione lunigianese del modello filosofico della pax dantis, suggerita appunto dall'esperienza diplomatica della Pace di Castelnuovo”, che l'Alighieri siglò su incarico dei Malaspina il 6 ottobre 1306, nella prima parte della sua vita di guelfo bianco bandito da Firenze, che lo vedrà spostarsi di corte in corte e di castello in castello per quasi un ventennio, fino alla morte.

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