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"Il viavai in piazza alla fine lo pago io che ho un locale"

A Pontremoli il caso del Caffè Bellotti, chiuso per assembramenti. Manenti: "Un dehor all'aperto, chi vede un amico si avvicina per chiacchierare. Che autorità ho io per spingerlo via?". La sanzione si porta via più di metà dell'incasso settimanale.

vicenda paradossale
"Il viavai in piazza alla fine lo pago io che ho un locale"

Lunigiana - Tra l'incudine ed il martello alla fine rischiano di rimanerci le attività, l'economia che mettono in moto ed i posti di lavoro che creano. Schiacciate dallo sforzo di reinventarsi per assecondare le limitazioni dei dpcm e le norme anti contagio. Ma poi intrappolate tra l'indisciplina degli avventori, l'inevitabile momento di leggerezza o di dimenticanza delle regole, e la zelanteria dei controlli. Così si sente oggi Nicolò Manenti, gestore del Caffè Bellotti, storico ritrovo nel cuore di Pontremoli e punto di riferimento per tutti i giovani della Lunigiana. "Se dovessi agire d'impulso, chiuderei. Per vedere a quante persone sta a cuore la mia attività e per vedere se la mia categoria riesce a farsi sentire con una sola voce", dice il giorno dopo aver subito la chiusura del locale e una sanzione. Motivo: "la violazione delle prescrizioni del DPCM del 24/10/2020 per quanto riguarda l’assembramento degli avventori del locale".

Succede che ad un certo punto, con l'orario del coprifuoco delle 18 che si avvicina, la centrale Piazza della Repubblica si riempie. Da una parte c'è il dehor, aperto e delimitato solo da vasi, con i clienti che consumano in buon ordine. Quasi tutti. "Questa è una piccola città dove tutti si conoscono, lo spazio è aperto e il luogo di passaggio. Chi vede un amico, si avvicina per chiacchierare. E' umano, è normale. Una, due, tre volte siamo vigili nel chiedere di allontanarsi, di rispettare le distanze e di mettere la mascherina. Ma non ho l'autorità per spingere fuori fisicamente una persona anche perché dobbiamo evitare ogni contatto. Ho le parole, ho la mia attenzione, la mia esperienza. Faccio di tutto per fare le cose nel modo corretto e il giorno dopo mi vedo recapitare multa e ordine di chiusura. Stanno chiedendo a me e alla mia categoria di svolgere un compito che non abbiamo gli strumenti per svolgere".
Come molti locali notturni, anche il Bellotti ha anticipato la sua offerta per poter continuare ad esistere. "Ho spostato tutta la mia attività dalla mattina in poi. Organizzo un brunch che ha avuto buon successo per fortuna. Riempio il dehor di 8 metri per 4 metri che ho sulla piazza. Cerco di fare stare tutti seduti, qualcuno inevitabilmente si alza in piedi e lo invitiamo a mantenere le distanze. Qualcuno ordina un bicchiere e poi lo passa magari a chi è fuori sulla piazza. Come faccio a controllare una cosa simile? Devo fare il test del dna sui bicchieri? Una fatica enorme per un incasso di 700 euro accumulato da lunedì a venerdì. La multa che mi hanno comminato è di 400 euro, se la pago subito sono 280".

Ventotto anni, laurea in marketing e comunicazione internazionale, Manenti ha creato un ritrovo che nei tempi migliori portava centinaia di persone da tutta la Val di Magra e non solo. Ora si sente accerchiato. "Io avrò sbagliato, ma qualcuno mi deve spiegare come posso vigilare sui comportamenti individuali in uno spazio aperto come quello. Non ho visto nella Polizia Municipale la stessa solerzia nel chiedere a chi era in piazza di rispettare le norme. Potevano anche andare dai ragazzi a dire qualcosa prima di prendersela con un commerciante. Ho lavorato a Sarzana quando era in auge, conosco bene la realtà dei locali della Spezia, che ora è il punto di riferimento per tutta la zona. Da nessuna parte è così".
Il Caffè Bellotti è arrivato ad avere fino a nove dipendenti, ora qualcuno è in cassa integrazione. "La cosa che mi ferisce è che si faccia passare il mio locale per quello degli untori. Io il 6 maggio scorso avevo già stabilito l'orario di chiusura alle 21 quando sul territorio nazionale si poteva stare aperti fino alle 2 di notte. Ho investito in gel e divisori. Per un periodo ho preso una persona in più che rimaneva alla porta, così prendevo le ordinazioni direttamente all'aperto. Ma non è facile in questo periodo pensare di accollarsi un altro stipendio. Oggi vorrei che la mia categoria si esponesse, perché rischiamo di essere criminalizzati invece di essere messi nelle condizioni di lavorare. Per il bene di tutti. Chiudere? Mi verrebbe voglia, poi penso che dovrei mettere i dipendenti in cassa integrazione e so che devo andare avanti".

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