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Viviamo ancora all'ombra di Auschwitz

di Giorgio Pagano

luci della città
Viviamo ancora all'ombra di Auschwitz

- L’antisemitismo non è una forma specifica di razzismo. Affermare che lo sia è troppo semplificante, e non fa capire quanto l’odio contro gli ebrei abbia radici profonde e antiche, in tutta Europa. Anche in Italia, dove le leggi razziali del 1938 ebbero, proprio per questo, un largo consenso. E dove per centinaia di anni sono esistiti, nelle città, i “ghetti”, che separavano gli ebrei, nelle ore notturne, dal resto della popolazione. Per combattere l’antisemitismo bisogna, dunque, capirne le radici: che stanno certamente nella destra -fino all’espressione mostruosa del nazifascismo- ma anche nella sinistra, così come nella Chiesa cattolica prima del Concilio Vaticano Secondo. Radici basate su luoghi comuni e pregiudizi, come quello dell’ebraismo simbolo della finanza rapace, o quello degli ebrei che uccidono i bambini cristiani.
La Shoah non ha spinto a studiare la storia ebraica, ma non per questo dobbiamo dimenticare che gli ebrei vanno difesi in quanto ebrei. Detto questo, vanno certamente difesi tutti gli uomini, perché tutti gli uomini sono eguali. Quindi gli ebrei si difendono difendendo tutti. Anche i palestinesi dai governi di Israele che vogliono l’apartheid. Come ha detto Milena Santarini, coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo:
“L’odio è uno solo, accomuna le sue vittime nel colpirle alla cieca. Sono impegnata contro l’antisemitismo nello stesso spirito con cui denuncio l’islamofobia e l’antiziganismo, cioè il pregiudizio che colpisce i musulmani e i rom”.
Bisogna capire le diverse matrici dell’odio razziale, ma anche la matrice comune. Come spiega la Santarini:
“Non fu certo casuale che il neonazista tedesco che il giorno di Kippur (il Giorno dell’espiazione, dalla sera del 27 a quella del 28 settembre) tentò di spargere il sangue nella sinagoga di Halle, sostenendo che “gli ebrei sono la causa di tutto”, una volta respinto, ha rivolto le armi contro una rivendita di kebab, uccidendo due avventori”.
Pensiamo al gesto dei giorni scorsi a Mondovì: una stella di David e la scritta “Juden hier” (qui abita un ebreo) tracciate sulla porta di casa di Lidia Beccaria Rolfi, deportata nel campo di sterminio di Ravensbruck non perché ebrea ma perché staffetta partigiana, e poi testimone dell’Olocausto in uno straordinario libro di cui fu protagonista con la nostra Bianca Paganini. Un errore, ha scritto Ezio Mauro, “rivelatore dell’ossessione: dal vortice feroce del neo-razzismo italiano, dalla xenofobia coltivata nella paura, dall’etnocentrismo usato come arma politica, rispunta l’ossessione eterna dell’ebreo”. L’ossessione dell’ebreo come punto supremo in cui si riaccolgono tutte le pulsioni contro lo straniero.
Viviamo, quindi, ancora all’ombra di Auschwitz. E per noi è sempre ovvio il campo di internamento o concentramento, l’idea cioè che sia lecito internare o far internare -come in Turchia o in Libia- esseri umani. Il campo di internamento non fu in nessun modo campo di sterminio. Ma lo diventò. Ci furono differenze, ma anche continuità. Quando scattò la “soluzione finale”, l’opzione “sterminio” prevalse. L’odierna Europa, che ha alle spalle questa pesante eredità, non è innocente, perché ha dato vita ad alcuni campi di concentramento: prima pagando il turco Erdogan per impedire che i migranti siriani arrivassero da noi, e poi proteggendo qualche “signore della guerra” libico e fingendo di ignorare i lager che costoro gestiscono.
Certamente non siamo agli anni trenta: ci sono diversità, ma anche allora si scivolò per gradi. Come ha scritto lo storico Luciano Canfora: “Nel fascismo si sprofonda per spostamenti progressivi”. Dobbiamo quindi combattere quello che Umberto Eco chiamò “fascismo eterno”: un fascismo profondo, sempre desto, i cui ingredienti sono il “passato mitico”, l’”anti-intellettualismo”, il culto della “gerarchia”, il “vittimismo”, “legge e ordine”, e via dicendo.
Ma come contrastare il “fascismo eterno”? Scomparsi i partiti che diedero vita alla Repubblica, anzi, scomparsi tout court i partiti, l’unico luogo di acculturazione civile è rimasta la scuola. L’antidoto più importante è dunque quello dell’educazione dei giovani al concetto che gli esseri umani sono eguali. Ai giovani, alle persone impegnate nei movimenti, nelle associazioni, nelle forme di democrazia dal basso spetta dire alle autorità politiche: “Che senso ha che diciate ‘mai più’ e poi vendiate armi che uccidono, facciate guerre, neghiate i diritti ai rifugiati, interniate o facciate internare esseri umani nei lager?”.

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Gerusalemme, Yad Vashem (Memoriale dellìOlocausto), la scultura dell'albero vivente nel Memoriale dei partigiani (2019) Giorgio Pagano


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