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Una svolta storica in Europa

di Giorgio Pagano

Una svolta storica in Europa

- Pochi giorni fa, con l’accordo raggiunto in Commissione, c’ è stata una svolta storica nella storia europea: per la prima volta in 63 anni si è incrinato il principio ispiratore dei Trattati, il “no bail out”, secondo cui ogni Paese membro deve tirarsi fuori da solo dalle difficoltà, perché nell’Unione europea non vige il principio di solidarietà.
La cifra allocata è enorme. Ma conta ancora di più il fatto che denaro comune -quello del bilancio dell’Unione europea- verrà utilizzato per aiutare Paesi in difficoltà, e, sia pure in parte, non come prestito ma a fondo perduto. Per la prima volta l’Unione europea agisce come uno Stato, con il potere di fare debito per finanziare una missione comune e creare risorse proprie per finanziare quel debito. Risorse proprie vuol dire pagate non con i contributi ordinari degli Stati nazionali ma con la novità di tasse europee sul carbone, o la plastica, o il digitale, o le transazioni finanziarie.
Se si guarda a come l’Unione europea reagì alla crisi del 2007-2008 e, in particolare, a come affrontò la situazione della Grecia nel 2010 -quando l’Unione europea impose ad Atene condizioni infernali-, comprendiamo come il cambiamento intervenuto sia davvero di grande rilievo. L’Europa ha capito per la prima volta che non può pensare di affrontare battaglie geopolitiche epocali -il ruolo dell’Europa nel mondo tra USA, Cina e gli altri Paesi emergenti- con l’austerity neoliberista. Per questo si è data degli obiettivi di medio periodo -coerenti con l’Agenda ONU 2030 e l’esigenza di rendere il mondo un luogo socialmente ed ecologicamente sostenibile- e sta provando a proporre un salto istituzionale e politico verso un modello più federale.
Angela Merkel e Ursula Van der Leyen hanno capito che l’economia europea è così interconnessa che la catastrofe economica di un Paese bloccherebbe la produzione dell’altro. La Germania, la principale sostenitrice dell’austerity neoliberista, ha proposto il cambio di rotta non solo per solidarietà ma anche per convenienza: con la rinascita dei protezionismi e la guerra dei dazi, con il First America di Donald Trump (primo importatore di merci tedesche) e la scelta cinese di puntare sul mercato interno (la Cina è il principale partner commerciale della Germania) dove potranno mai finire le merci tedesche da esportare, se non in Europa?
Il post Covid-19 è dunque una straordinaria occasione di ripartenza economico-sociale ma anche di nuovi assetti istituzionali e politici.
Dal punto di vista economico-sociale le raccomandazioni della Commissione europea sono nette: investire sul piano sanitario e sociale; lottare contro la disoccupazione e investire su formazione continua ed educazione; sostenere investimenti per la digitalizzazione, la transizione ecologica e la difesa del territorio; riformare la giustizia civile e modernizzare l’amministrazione pubblica. Non si può tornare “a come prima”: un mondo nel quale bastano un paio di mesi di rallentamento (lockdown) per aprire i crateri sociali che stiamo scoprendo giorno dopo giorno, è un mondo fatto davvero male.
Dal punto di vista istituzionale la politica deve allentare sempre più il suo ancoraggio nazionale e favorire la sovranità delle istituzioni comunitarie, e la logica intergovernativa deve cedere sempre più il passo al rafforzamento delle istituzioni direttamente rappresentative dei cittadini europei.
Soffermiamoci sul piano economico e sociale e domandiamoci: l’Italia è pronta a predisporre un Piano che affronti le questioni poste dalla Commissione europea?
Alle spalle abbiamo gli Stati Generali: un “buon primo tempo” (si veda, in questo giornale, il mio articolo “Il conflitto c’è e ci fa bene: ma poi dobbiamo negoziare”, 20 giugno 2020), che deve essere però seguito da un dialogo costante con la società civile, il mondo del lavoro, le associazioni, i cittadini. La porta, insomma, deve restare aperta. Il Governo, dopo il primo passo, deve fare pianificazione strategica, sul modello di esperienze che esistono in tanti Paesi. E’ il metodo che consente di suscitare inventiva e creatività dal basso, mobilitazione anche morale di risorse umane e intellettuali, come seppe fare il New Deal americano dopo la crisi degli anni Trenta del secolo scorso.
Sui contenuti, le tre direttrici di fondo annunciate dal Presidente Giuseppe Conte al termine degli Stati Generali erano giustissime e coerenti con la linea europea: digitalizzazione, transizione ecologica e lotta alle diseguaglianze. La giustizia sociale e ambientale come obiettivo numero uno della ricostruzione.
Si tratta ora di passare alla concretizzazione, ai progetti operativi. Mantenendo un criterio di fondo che ispiri le opere e le attività beneficiate, e sconfiggendo l’”assalto alla diligenza” e la congerie di proposte contraddittorie tra loro. Altrimenti saremmo in balia dei tanti “predatori” in agguato.
Serve un nuovo protagonismo dello Stato nel campo dell’innovazione produttiva, delle scelte strategiche su cosa, come e per chi produrre. Il vecchio mondo della crescita purchessia non c’è più: una crescita alla cieca non produrrebbe nemmeno una spinta duratura. I soldi non servirebbero a nulla se finissero nelle tasche sbagliate.

Post scriptum:
Le foto di oggi sono state scattate a Lisbona nel quartiere operaio della Graça, in rua da Voz do Operario, dove è la sede della Voz do Operario, associazione operaia sorta nel 1879. Era il giugno 2015: alla finestra di ogni casa della via e del quartiere erano affissi cartelli con la scritta “Oxi”. “Oxi” in greco significa “No”. Era il “No” del popolo greco al referendum del 5 luglio 2015 contro l’austerity neoliberista. Il “No” ebbe il 61,3% dei voti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lisbona, rua da Voz do Operario (2015) (foto Giorgio Pagano)


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