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Un fiore di speranza nel deserto della vita

di Giorgio Pagano

Un fiore di speranza nel deserto della vita

- Ieri era la giornata mondiale della poesia. La giornata della parola poetica, oltre e contro la parola urlata in cui siamo di solito immersi. Una parola urlata in questi giorni più stonata che mai. Perché, di fronte alla tragedia, non serve urlare ma serve la dignità del pensare, del guardare meglio il mondo.
E’ quello che ci consente la poesia. Quella a me più cara è la poesia di Giacomo Leopardi, che mi accompagna da molti anni. Grazie anche agli studi di Antonio Prete, straordinario interprete contemporaneo del poeta.
Prete sostiene, a ragione, che ci sono poeti che continuano a stare con noi, perché i loro sentimenti riguardano il nostro odierno sentire; e che Leopardi appartiene a questa rarissima schiera.
Leopardi mi accompagna nel deserto di Giuda, in Palestina, e nelle spiagge di rena vulcanica delle isole dell’Africa occidentale: è lì che vedo sbocciare la ginestra, un fiore di speranza nel deserto della vita.
Leopardi cammina con noi perché mette al centro il corpo individuo, con il suo affanno e le sue pene. E perché stempera l’affanno e le pene con la poesia. La poesia che scorge il ritmo di una comune appartenenza di tutti gli esseri ad una cosmologia sconfinata: la terra, la luna, la natura, gli altri.
Leopardi cammina con noi perché pone le domande essenziali sul perché del mondo, critica la nostra civiltà, dove la miseria dei molti è la radice del bene dei pochi, e propone una rigenerazione del pensiero che ci riavvicini alla natura ed immagini nuovi rapporti sociali e tra gli uomini.
La natura è sepolta, dice Leopardi, sotto “la mota dell’incivilimento e della corruzione umana”. Il nostro mondo ha snaturato la natura, piegandone la bellezza e l’integrità alle ragioni della tecnica e del denaro. Il nostro, dice il poeta, è un “mondo snaturato”. Ma la poesia può rendere questo mondo meno “snaturato”.
La nostra società è distante dalla natura: vincolata in rapporti di potere, consegnata al dominio dell’apparire, assuefatta a comportamenti che soffocano l’interiorità. La società degli italiani, poi, è preda dell’indifferenza, del cinismo, del disprezzo per gli altri. Ma la poesia può aiutare quei pochi che sono da considerare “quasi creature d’altra specie” ad agire contro la folla di “birbanti”.
Nel deserto della vita, dice Prete, “la poesia ha con sé il lampo, fugace, di un sorriso. Anch’essa, come la ginestra, è un fiore tra le rovine”.
Certamente il “pensiero vivente” di Leopardi è una sfida contro il suo tempo, il nostro tempo, quello della modernità. E’ il combattimento del disarmato. Il poeta stesso ne è consapevole: la poesia, sostiene, è estranea al nostro tempo. Nell’epoca in cui tutte “le illusioni sono svanite” e tutte le passioni estinte, non può abitare la poesia: “Ma io dico che tutt’altro potrà esser contemporaneo a questo secolo fuorché la poesia” (“Zibaldone”, 12 luglio 1823).
Ma Leopardi non rinuncia alla possibilità della poesia, contro il dolore e la disperazione. La poesia è come la ginestra, che si leva esile nell’aridità della distruzione e ha solo il profumo che “il deserto consola”. E’, per un momento, altro dalla distruzione.
Leopardi cammina con noi perché parte dalla singolarità del soggetto, dalla sua pena, dal suo sentire vivo e desiderante ed arriva alla tensione critica verso la civiltà della modernità, disegnando sullo sfondo un’”altra morale” ed un’”altra società”.
Ne “La ginestra” c’è lo sguardo lucido e disperato su chi siamo e su quello che vogliamo ed in realtà non possiamo, compreso un filo di speranza, se riuscissimo ad aprire un po' gli occhi. L'accettazione di essere come la "lenta ginestra", "non renitente" al "fascio mortal" ma al contempo non codarda e non piena di "forsennato orgoglio inver le stelle", visto che in questa "landa" l'uomo ha avuto "la sede e i natali non per voler ma per fortuna",  ci rende davvero umani e forti ad un tempo, e soprattutto ci dice che, visto che siamo  una "umana compagnia", dobbiamo mettere in campo "una social catena". 
Leopardi non è pessimista. Mi accompagna nella speranza di “un’altra morale” e di “un’altra società” nei Paesi del Sud del mondo, dove regna “la miseria dei molti”. Mi accompagna nella ricerca storica sulla Resistenza e sugli anni Sessanta, anni di “speranza in un mondo nuovo”. Leopardi non è pessimista perché il suo pensiero ha una relazione con la vita, ci fa desiderare la vita, l’amore, le virtù. Nel deserto c’è il profumo di un fiore: il profumo della poesia.

Post scriptum:
le fotografie di oggi sono state scattate nei giorni scorsi a Betlemme, davanti alla Basilica della Natività, chiusa per l’emergenza sanitaria, e nel campo dei rifugiati del popolo Saharawi della wilaya (provincia) di Smara, nel deserto algerino. Militanti palestinesi ed un bambino Saharawi ci hanno portato via WhatsApp affettuosi messaggi. Ci sono casi di coronavirus sia in Palestina che nei campi dei rifugiati del popolo Saharawi. Il collasso sanitario potrebbe essere incombente, per popoli che non hanno nulla o quasi. Resistiamo e speriamo anche per loro, come loro fanno per noi. Nel nome della “comune appartenenza di tutti gli esseri ad una cosmologia sconfinata”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Bambino del campo dei rifugiati del popolo Saharawi della wilaya (provincia) di Smara, nel deserto algerino (18 marzo 2020) Archivio Giancarlo Saccani


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