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Tocca all'io-noi

di Giorgio Pagano

luci della città
Tocca all'io-noi

- Siamo abituati da tempo a vivere nell’epoca dell’”insicurezza globale”: i disastri ed i cambiamenti climatici, le guerre ed il terrorismo, le crisi finanziarie… Minacce diverse tra loro, ma tutte senza confini, “globali”.
Eravamo abituati anche alle epidemie: Ebola, Sars, Zika…
Ma il coronavirus è un’epidemia che ci costringe a scelte che non hanno precedenti: nessun altro Paese al mondo si era mai chiuso dentro i suoi confini, bloccando ogni vita sociale al suo interno. Il caso (?) ha voluto che cominciassimo noi, dopo un’area della Cina. Ma ora toccherà, a mano a mano, a molti altri Paesi.
Siamo sempre stati pronti a rovesciare colpe e responsabilità sulla politica, che ne ha molte. Ma adesso l’emergenza chiama in causa soprattutto noi cittadini.
Certo, in una città che ha centinaia di operatori e di posti letto in meno, e non ha un Ospedale, non si può non ricordare colpe e responsabilità: è un appello a fare qualcosa nell’emergenza, ed è un monito per il futuro. Il collasso della sanità non l’ha provocato il coronavirus ma la progressiva riduzione di risorse al sistema sanitario pubblico (oltre 30 miliardi negli ultimi dieci anni) e l’intreccio perverso tra logiche di austerity e di privatizzazione. Per fortuna ci sono medici ed infermieri, a cui dobbiamo dire grazie, che continuano a prodigarsi e non si fanno travolgere dalla fragilità del sistema. Ma è chiaro che la stagione neoliberista va chiusa, e che deve tornare il tempo di un accentuato intervento statale e pubblico. Non solo nella sanità, ma in tutta l’economia.
Così come è chiaro che la distruzione dell’ambiente favorisce il diffondersi dei virus. E’ sotto gli occhi di tutti, anche se non inquadrabile scientificamente, che la provincia di Hubei in Cina e la Pianura Padana in Italia sono tra le regioni più inquinate del mondo: è una questione che non andrebbe trascurata.
Detto questo, ora tocca, anche e soprattutto, a ciascuno di noi. Alla responsabilità personale e sociale. All’io-noi. All’io che si preoccupa di sé e dell’altro. Che sta in casa per rispetto e protezione di sé e per rispetto e protezione dell’altro. Di fronte ad una situazione straordinaria non servono i poteri straordinari, serve il civismo. Nessun potere straordinario risolverà il dramma dell’epidemia senza uno sforzo volontario e quotidiano delle singole persone.
Il coronavirus ci ha insegnato una cosa: che la libertà non può essere vissuta senza solidarietà, altrimenti sarebbe puro arbitrio. Il mio amico fraterno don Andrea Gallo, citando il pedagogista brasiliano Paulo Freire, diceva sempre: “Nessuno si libera da solo. Nessuno libera un altro. Ci si libera tutti insieme”. Oggi ci si salva solo così. Il “si salvi chi può” ed il “salva te stesso” sono impossibili: sono solo una vergogna. Il paradosso è che proprio attraverso il nostro forzato isolamento dagli altri stiamo riuscendo a capire l’importanza degli altri: della società, della comunità, della fratellanza.
Il termine fratellanza è stato usato nei giorni scorsi da Massimo Recalcati, e lo condivido. Nelle mie ricerche storiche, prima sulla Resistenza, poi sugli Anni Sessanta, sono giunto alla conclusione che l’idea che animò più di tutte i comportamenti delle persone in questi periodi così importanti e fecondi della nostra storia fu quella della fratellanza, di una esperienza comune quale cemento di una nuova socialità.
Più che mai soli, senza relazioni, stiamo scoprendo il nostro bisogno di società, di vicinanza con l’umanità nel suo insieme, di fratellanza.
Guai se l’isolamento forzato si trasformasse in disperazione. In questi giorni ho ripensato a don Gallo, che una notte mi scrisse: “Il male grida forte, la Speranza grida ancora più forte”. E ad un libro decisivo per la mia formazione, “La peste” di Albert Camus. Il dottor Rieux, che combatte come meglio può l’epidemia, l’attribuisce all’assurdità della vita ed al fatto che il male “non sarà mai completamente spazzato via”. Ma alla fine del libro Rieux, dopo aver raccontato la sofferenza dalla parte delle vittime ed aver riportato esempi positivi di altruismo e di solidarietà, afferma che negli uomini ci sono più cose da ammirare che da disprezzare:
“Io mi sento più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”.

lucidellacitta2011@gmail.com

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Pontremoli, Castello del Piagnaro (2017) Giorgio Pagano


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