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Ripensiamo il lavoro

di Giorgio Pagano

luci della città
Ripensiamo il lavoro

- Le piazze vuote del Primo Maggio -per la prima volta dopo settantacinque anni- hanno fatto riflettere sul dramma del lavoro oggi, e sulle tante incertezze che riguardano il suo futuro.
Non c’è dubbio che la pandemia ha accelerato processi già in atto di trasformazione del lavoro e di sostituzione dell’attività umana con le tecnologie. Ma nello stesso tempo la pandemia ci ha fatto capire che senza il lavoro degli altri non possiamo sopravvivere. Che l’attività umana è centrale, e che ci ha salvato la vita: l’attività dei medici e degli infermieri, e quella di tutti i lavoratori dei servizi “essenziali” su cui la società si basa per andare avanti. Come ha scritto Luigino Bruni su “Avvenire”:
“Abbiamo, tutti insieme, capito meglio la profezia dell’Articolo 1 della nostra Costituzione. Ci siamo accorti tutti che siamo davvero fondati sul lavoro”.
E abbiamo anche capito che spesso questi lavoratori sono tra i meno valorizzati e considerati.
Luigi Piarulli, sarzanese, quando era ricoverato per Covid-19, ha telefonato a Radio 3, affermando, tra l’altro:
“Ieri mattina ho fatto una piccola indagine tra questi angeli, santi ed eroi (riferendosi al personale sanitario del San Bartolomeo di Sarzana) che ci curano. Ho urlato e mi sono arrabbiato quando ho scoperto che lo stipendio di un operatore sanitario, cioè coloro i quali fanno le pulizie di prima mattina e svuotano i nostri escrementi è di mille euro al mese. Quello degli infermieri, tutti bravi e pazienti, preparati è di 1.600 euro al mese”.
La questione che si pone è certamente quella degli ammortizzatori sociali per chi il lavoro lo ha perduto, definitivamente o transitoriamente: un campo dove molto il Governo ha fatto, anche se per i lavoratori autonomi le misure non sono del tutto soddisfacenti. Servono interventi poderosi: meno male che è stato introdotto il reddito di cittadinanza, che si è dimostrato un’idea necessaria.
Ma si pone anche un’altra questione: riconoscere ai lavoratori della sanità e dei servizi essenziali trattamenti economici più coerenti con la loro indispensabilità.
Detto questo, c’è un altro grande tema di riflessione e di azione, ed è questo: c’è ancora tanto lavoro da fare! Bisogna creare nuovo lavoro, non solo per dare un’occupazione a chi non ce l’ha, ma anche perché ne abbiamo bisogno: nella sanità e nella cura delle persone, nella scuola, nell’”economia verde”, nella manutenzione del territorio e del patrimonio immobiliare… Viene in mente quella enorme “capacità progettuale” di creazione di lavoro che caratterizzò il New Deal americano, dopo la grande crisi del 1929. Occorre qualcosa di analogo: investimenti pubblici e privati dentro una strategia comune, una visione della nuova economia che vogliamo.
Il che significa che “dobbiamo ripensare l’intera organizzazione sociale del lavoro” come ha detto il Segretario della CGIL Maurizio Landini in un’intervista a “il manifesto”.
Dobbiamo buttare a mare i tabù della morta e sepolta austerity neoliberista: sia quello secondo cui lo Stato in economia deve scomparire, mentre invece abbiamo bisogno di uno Stato che faccia investimenti e che agisca in simbiosi con le imprese, indirizzando e coordinando anche gli investimenti privati; sia quello secondo cui la spesa pubblica deve diminuire, mentre invece va aumentata la spesa pubblica “buona” contro quella “cattiva” (gli sprechi e le clientele), chiedendo a chi più ha -i grandi ricchi che non solo vogliono conservare la loro ricchezza, ma vogliono anche arricchirsi ulteriormente a scapito di tutti gli altri- di dare di più sul piano fiscale, perché senza un sistema fiscale equo non ne usciremo.
“Ripensare l’intera organizzazione sociale del lavoro” significa cambiare il modello di sviluppo per renderlo sostenibile sul piano sociale ed ambientale. Colpisce che l’intervista di Landini sia segnata dalla preoccupazione del guasto che l’attuale modello di sviluppo produce “sull’uomo e sulla natura”.
“Quanta vita avevamo immolato e sacrificato a una economia cresciuta troppo, velocemente e in maniera squilibrata”, ha scritto Luigino Bruni su “Avvenire”. Non dimentichiamolo.

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Oristano,lo stagno di Santa Giusta (2014) Giorgio Pagano


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