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Quo vadis Europa?

di Giorgio Pagano

Quo vadis Europa?

- Già la crisi greco-europea, la scorsa estate, aveva evidenziato che il gigante di Bruxelles (e di Berlino) non è affatto buono. Fu feroce e spietato nel perseguire la sconfitta della Grecia. Come scrisse Cristian Salmon a vicenda conclusa: “La crisi greca sarà servita almeno a questo: a strappare la maschera di civiltà e di cortesia dell’Unione europea”. Insomma, un bilancio devastante: niente giustizia e solidarietà, dominio della legge del più forte, nessuna idea di destino comune. Massimo Cacciari parlò di “crollo verticale di auctoritas da parte della leadership europea” perché “non è possibile alcuna politica autorevole se manca una idea da perseguire”. Fu messa a nudo la condizione di delegittimazione senza precedenti dell’Unione, dinanzi alla quale stava -e sta, sempre più drammaticamente- il dilemma “decadenza o rinascita”.
E’ un processo che viene da lontano. Come ha scritto Massimo L. Salvadori, “l’Unione europea è tale solo di nome, in realtà è una debole Confederazione”. Le vere Unioni sono gli Usa, la Federazione russa, l’Unione indiana, il Messico, il Brasile, non l’Europa. Lo si era già visto con la seconda guerra del Golfo, che spaccò l’Europa in due campi contrapposti. E poi con l’incapacità di reagire alla crisi economica iniziata nel 2008, di affrontare unitariamente questioni come l’eterno dramma israelo-palestinese, l’ingresso della Turchia, la crisi ucraina… Fino, appunto, alla Grecia: l’integrazione europea perseguita attraverso la violenza della moneta. Ma con quali risultati, poi? Dal punto di vista economico, l’Europa arranca. E le responsabilità dell’austerity neoliberista sono evidenti. Se consideriamo la crescita tra il 2007 e il 2014, la Cina cresce del 76,0%, il Brasile del 26.9%, gli Stati Uniti del 9,8%, il Giappone del 3,1%, mentre l’economia mondiale cresce del 17,3%. Nello stesso periodo l’area euro cresce solo del 2,3%, per di più con forti differenze interne: Grecia e Italia in depressione, Francia in recessione, Germania in crescita, sia pure contratta. Gli Usa hanno fortissime diseguaglianze, ma almeno Barack Obama ha scelto di rafforzare la domanda interna e il peso dell’economia e degli investimenti pubblici, con una conseguente forte riduzione della disoccupazione. Mentre da noi continua l’austerity -e la disoccupazione- e viene ostacolato ogni tentativo di superare i precetti dominanti.
Ma la crisi europea si è ancor più aggravata con lo spettacolo offerto dalle misure da prendere di fronte alla tragedia delle ondate di immigrazione. Alcuni Stati cercano (o hanno cercato per una fase) di attuare con più o meno generosità programmi di accoglienza, altri si chiudono con una ostilità tinta di razzismo. Non ci sono solo i muri, come quelli tra Ungheria e Serbia o tra Macedonia e Grecia. Ora siamo passati alle leggi che prevedono di spogliare gli immigrati di denaro in cambio delle spese per dare loro un qualche tetto, come in Danimarca: dopo i trafficanti, arrivano i governi a taglieggiare i rifugiati! E alla messa in discussione degli accordi di Schengen sulla libera circolazione delle persone, già in parte violati: un segno evidente di dissoluzione dell’Unione. Avanzano processi di “ri-nazionalizzazione” della politica, di ritorno a un nazionalismo fuori dai tempi: la “crisi dei migranti” è diventata la crisi dell’Europa, la demolizione dei suoi valori fondanti.
In questa situazione sta venendo fuori il peggio dell’Europa: le elezioni polacche di ottobre, con l’affermazione della destra nazionalista e reazionaria, hanno coronato un processo che ha portato al riemergere di una violenta spaccatura tra Est e Ovest nel cuore dell’Unione. Non solo: non si può nemmeno escludere che si realizzi l’incubo della conquista dell’Eliseo da parte del partito lepenista nel 2017. Nessuno sa che cosa potrebbe essere il fascismo del XXI secolo, nemmeno i suoi portavoce attuali: ma certo è che il rischio è reale.
Se la crisi europea è oggi un terreno di azione essenzialmente per vecchie e nuove destre, nell’eclissi della socialdemocrazia, è anche vero, però, che non mancano forme di opposizione alla vecchia Europa e alle destre che hanno un segno progressista, in Spagna come in Portogallo. E movimenti di solidarietà sono presenti un po’ dappertutto. Forse bisognerà attendere una crisi ancora più profonda e sconvolgente, perché si tocchi il fondo e, dal fondo, si riesca a intravedere negli Stati Uniti d’Europa -capaci di valori politici solidali- un progetto davvero all’ordine del giorno. Lo stesso dibattito in atto nella sinistra italiana, molto stanco e invecchiato, non si pone la domanda di fondo: può esistere una sinistra senza l’Europa? Evidentemente no. Eppure si sta fondando un partito che forse si chiamerà “Sinistra italiana”!
La questione di fondo è che serve una vera e propria rifondazione dell’Europa, un compito che spetta ai governanti ma anche a noi cittadini: vogliamo aspirare a diventare europei oppure a regredire nel chiuso delle identità dei singoli Stati? L’agitarsi di Matteo Renzi mi pare abbia quest’ultimo segno, come hanno notato Eugenio Scalfari e Ilvo Diamanti: la polemica contro Jean-Claude Juncker si propone innanzitutto di “colpire con una ventata di nazionalismo l’opinione pubblica italiana” (Scalfari), per “sottrarre il tema (anti) europeo ai principali avversari politici e nello stesso tempo allargare i confini del proprio mercato elettorale” (Diamanti). Ma il rischio è quello di legittimare gli avversari politici, invece di indebolirli. Ha ragione Diamanti: l’euro-tattico Matteo rischia di finire solo. Senza veri nemici. E senza veri amici.

Post scriptum
Nei mesi scorsi ho scritto, su questo tema, “Perché non mi sento orgoglioso di essere europeo”, nel blog “Discutiamo dell’Unione europea” (31 luglio 2015), leggibile anche sul sito www.associazioneculturalemediterraneo.com

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Sao Tomè, piantagione di Diogo Vaz: il cacao in un essiccatoio (2015) (foto Giorgio Pagano)


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