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Non si può più morire di fango

di Giorgio Pagano

luci della città
Non si può più morire di fango

- Anche l’ultima alluvione, con le relative frane, sembra essere archiviata dalla riflessione politica. Eppure l’Italia ha il record europeo delle frane, 620 mila su circa 750 mila. La Liguria è una delle regioni italiane ed europee messe peggio: il 100% delle aree è a rischio idrogeologico. Significa che a rischio ci sono persone, case, attività produttive, il patrimonio architettonico, monumentale e archeologico della Liguria e del Paese.
Che fare? Una prima questione chiave, ha sottolineato lo studioso Mario Tozzi, è l’interruzione, per legge, del consumo di suolo:
“Un metro quadrato al secondo (ma in passato siamo arrivati fino a otto) è la spaventosa quantità di territorio vergine che viene ricoperta (o incendiata) e perduta per sempre. Se questa spirale non verrà interrotta, nei prossimi venti anni quasi 660 mila ettari saranno perduti (una superficie ampia poco meno della regione Friuli Venezia Giulia). Il territorio ricoperto dal cemento e dall’asfalto, in Italia, è quadruplicato ed è oggi valutabile intorno al 7,5% della superficie nazionale, contribuendo a rendere più precario l’equilibrio idrogeologico, dissipando le nostre risorse naturali e amplificando i fenomeni estremi causati dai cambiamenti climatici. Se frane e alluvioni da noi fanno tanti danni e vittime, dipende soprattutto dal consumo di suolo”.
Quindi sappiamo bene che cosa è necessario fare. Ma la legge contro il consumo di suolo è bloccata da anni in Parlamento, per responsabilità di tutti gli schieramenti.
Sappiamo inoltre che ormai le alluvioni e le frane sono provocate non da un generico “maltempo” ma dai cambiamenti climatici. Questa è la seconda questione chiave: dal 2010 ci sono stati in Italia quasi 600 fenomeni metereologici estremi che hanno provocato danni rilevanti in 350 Comuni (tra cui molti nella nostra regione). Eppure si continua ad aumentare la produzione di Co2, con politiche energetiche e della mobilità per nulla all’altezza dell’emergenza in cui siamo.
A proposito del che fare, ecco dunque un’altra riforma necessaria: l’approvazione del Piano nazionale di adattamento al clima, in cui definire le priorità di intervento nelle città e nei territori.
Terzo punto: bisogna rilanciare l’agricoltura ecologica, per evitare un altro pericolo: l’invasione del bosco e la scomparsa dell’uomo nelle aree interne (si veda, nel mio “Diario dalle Terre Alte”, in questo giornale, l’articolo “Storie di Guido, l’ultimo pastore”, 20 settembre 2020).
Quarto punto: sul piano più specifico del rischio idrogeologico c’è bisogno di lavorare sulla prevenzione. Rossella Muroni di Leu e Andrea Orlando del Pd, in un articolo a firma congiunta, hanno ricordato che dal 1998 al 2018 sono stati spesi in Italia, per opere di prevenzione, 5,6 miliardi: poco più di un quarto dei 20 miliardi spesi per riparare i danni che il dissesto del suolo ha inferto al Paese.
E’ chiaro che tutti devono, radicalmente, cambiare passo: Governo, Parlamento, Regioni, Comuni. Una delle occasioni -un’occasione straordinaria- è l’accordo europeo di luglio, con il lancio del programma NextGenerationEU, e in particolare della Recovery and Resilience Facility. Ho letto nei giorni scorsi le proposte della cabina di regia della Regione Liguria: una bozza di richieste da inviare al Governo perché siano inserite nel programma da presentare in Europa. Di prevenzione del dissesto idrogeologico e di adattamento al clima proprio non si parla, a leggere i giornali. Ma non si può più morire di fango. Siamo di fronte a una grande emergenza, smettiamola di girare la testa e di guardare altrove.

Post scriptum: le foto di oggi sono della chiesa di San Lorenzo ad Antessio di Sesta Godano. Notizie sulla chiesa sono nell’articolo del “Diario dalle Terre Alte” “Arte, cibo, natura e memoria nei paesi del Gottero” (13 settembre 2020).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sesta Godano, Antessio, sacrestia della chiesa di San Lorenzo, le statue della Sacra Famiglia (2020) Giorgio Pagano


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