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La settimana che ha cambiato le nostre vite

di Giorgio Pagano

La settimana che ha cambiato le nostre vite

- E’ stata una settimana in cui l’emergenza corona virus ha cambiato le nostre vite. Soprattutto quelle dei bambini e dei giovani, con le scuole chiuse. Ma, a catena, quelle di tutti. Per fare un esempio personale: ho dovuto rinunciare a tre iniziative dell’Associazione Culturale Mediterraneo, previste la scorsa settimana.
Sono cose che fanno riflettere: ci hanno spiegato che la categoria veramente a rischio è quella degli anziani con patologie pregresse, ma le misure prese sono principalmente rivolte ai bambini ed ai giovani. Non agli anziani che si ritrovano nei centri commerciali.
Così come fa riflettere che siano salvaguardati tutti i luoghi della produttività e che siano vietati tutti gli spazi della curiosità, dell’incontro, dell’arricchimento culturale e spirituale, della socialità.
Da questa settimana, in Liguria, le misure cambieranno. Non so ancora come, mentre scrivo. Ma non si sfugge ad una sensazione, riflettendo non solo sulla Liguria: prima ci sono stati i giorni dell’allarmismo -ma con misure che fanno quanto meno riflettere, come quelle citate- poi sono arrivati i giorni della “retromarcia tranquillizzante”, una volta calcolati i costi economici della drammatizzazione. Prima “al lupo, al lupo”, poi “il lupo non morde”. Fronteggiare un’epidemia non è facile: ma la politica ha dimostrato anche in questa occasione la sua debolezza, protesa com’è alla ricerca del facile consenso, e sottomessa com’è all’economia. Un maggiore equilibro non guasterebbe. Ed anche un maggiore coordinamento: il sistema sanitario ina mano alle Regioni in tempi di epidemia non appare ottimale, perché è un sistema troppo frammentato.
Il corona virus non è una normale influenza. Quindi non è da discutere il fatto che vadano prese delle misure: ma il fatto che si caratterizzino per coerenza interna e per utilità. Dobbiamo certamente affidarci alla scienza ed alla conoscenza. Ma esse ci pongono delle opzioni, poi è la politica che deve scegliere. La scienza ci dice che il cambiamento climatico va contrastato con una drastica riduzione delle emissioni inquinanti, ma la politica che fa? Che dice la scienza sul corona virus? L’epidemia è stata contenuta o no? Se dovesse espandersi, i posti letto basterebbero o no? Ragionare solo in termini di economia è sbagliato. Bisogna evitare di portare il Paese al collasso economico-sociale, ma certamente il virus va contenuto, fino alla sua scomparsa.
Questa è la questione chiave a cui occorre rispondere.
Intanto qualche riflessione sul futuro si può cominciare a fare.
La prima ce la ispira una favola africana. Racconta dell’incendio della foresta, e della fuga di tutti gli animali, compreso il coraggioso leone. Solo un colibrì non scappava, e volava verso il fuoco. “Ma dove vai?”, gli chiese il leone? “Porto l’acqua per salvare la foresta”, rispose il colibrì. “Ma che fai, sei così piccolo”, replicò il leone. E l’uccellino: “Faccio quello che posso”. Dobbiamo ispirarci tutti non al leone (da tastiera) ma al colibrì: resistere alla tentazione del panico e dell’attacco a questo o a quello, portare tutti il nostro contributo non considerando soltanto l’orizzonte della nostra vita individuale ma avvertendo che facciamo parte di una comunità e che dobbiamo partecipare in modo responsabile alla vita collettiva.
La seconda: l’emergenza e l’abnegazione di tanti medici ed infermieri non deve distoglierci dal pensare a come è stata ridotta la sanità pubblica per favorire quella privata, alla mancanza di posti letto e di personale, alle interminabili liste di attesa, in spregio a quei principi di universalità, pubblicità e gratuità che pure stanno scritti nella legge. In Italia, in Liguria, a Spezia.
La terza: forse il corona virus sta cominciando a cambiare la politica nel mondo, cioè l’attuale globalizzazione. Forse nell’equilibrio internazionale verrà scosso il potere della Cina. Se il virus arriverà anche in America, è dubbio che Trump sia in grado di affrontare la crisi. L’Italia non ne sta uscendo bene, anzi. Faccio un altro esempio personale: ho dovuto rinunciare alla ormai prossima partenza per una missione di lavoro in Palestina, perché Israele blocca l’ingresso agli italiani. C’era chi voleva chiudere le frontiere agli altri, ora sono gli altri che le chiudono a noi. La verità è che il nazionalismo è un ferro vecchio: i problemi non conoscono frontiere (come non li conoscono i virus) e non si fronteggiano isolandoci nei confini nazionali o peggio regionali, ma solo in modo transnazionale. Ecco perché ci sarebbe più che mai bisogno dell’Europa.



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Portovenere, chiesa di San Lorenzo (2014) (foto Giorgio Pagano)


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