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La Catalogna, la Spagna, l'Europa

di Giorgio Pagano

La Catalogna, la Spagna, l'Europa

- LA CATALOGNA, LA SPAGNA, L’EUROPA

LA PRIMA VOLTA A BARCELLONA
La mia prima volta a Barcellona e in Catalogna fu nell’agosto 1976, a bordo di una “cinquecento”. Il dittatore Francisco Franco era morto da poco (novembre 1975), ma il regime era ancora in piedi: il re Juan Carlos aveva confermato il Primo Ministro franchista Arias Navarro, che per divergenze con il re si era appena dimesso (luglio 1976). Nella capitale catalana era in atto un sussulto democratico straordinario. La Catalogna si era sempre caparbiamente opposta al franchismo e aveva subito una dura repressione: era repubblicana e antimonarchica, autonomista se non indipendentista, nonché “rossa”, socialista, comunista e anarchica. Lungo le Ramblas si faceva tardi la notte discutendo di politica. Ricordo che al chiuso, nei locali, con i giovani catalani appena conosciuti e con la complicità dei gestori si cantavano gli inni del movimento operaio. Ragazze e ragazzi che sapevano quasi tutto della sinistra italiana, qualcuno era riuscito addirittura a vedere “Ultimo tango a Parigi” di Bernardo Bertolucci, film-scandalo di quegli anni. Le vetrine delle librerie, e perfino gli scaffali delle edicole, erano pieni di libri e giornali “proibiti”.
Per andare a Madrid occorrevano dieci ore, un po’ in autostrada un po’ in strade di montagna: lungo il viaggio paesini antichi, poche macchine, donne vestite di nero. Barcellona era la città più dinamica e culturalmente e politicamente vivace della Spagna, Madrid era ancora la grigia capitale “oscurantista” della dittatura, non la bella e moderna metropoli odierna.
Nelle prime elezioni democratiche (1977) in Catalogna vinsero le sinistre; le forze autonomiste, comprese quelle “borghesi”, elessero 62 parlamentari su 63.

ASCESA E CRISI DEL FEDERALISMO
Nel 1980 venne eletto Presidente della Catalogna Jordi Pujol, poi rieletto per più di un ventennio fino al 2003. E’ lui il vero ispiratore dei secessionisti di oggi. Fondò il partito Convergenza democratica, i suoi successori, prima Artur Mas poi Carles Puigdemont hanno radicalizzato via via le posizioni autonomiste fino all’indipendentismo. A Barcellona governava invece la sinistra. Il socialista Pasqual Maragall i Mira fu Sindaco dal 1982 al 1997. Lo incontrai molte volte: mi insegnò la metodologia della pianificazione strategica urbana, della quale era stato precursore. Collaborai in seguito con Joan Clos, Sindaco dal 1997 al 2006. Maragall diventò Presidente della Catalogna dal 2003 al 2006. E’ in quegli anni che maturò il cataclisma odierno. Il governo di Madrid e quello di Barcellona erano dello stesso colore: il rosso del garofano socialista. Le due amministrazioni collaborarono per dare alla Spagna un federalismo “spinto” per le autonomie storiche (Catalogna, Paesi Baschi, Galizia). Il Primo Ministro José Luis Rodriguez Zapatero e Maragall scrissero insieme il nuovo Statuto dell’autonomia catalana, che fu approvato dal Parlamento spagnolo nel marzo 2006. Due mesi dopo, a maggio, gli elettori della Catalogna aggiunsero il loro “Sì” in un referendum vincolante. Ma da quel momento il Partito Popolare, di centrodestra, iniziò la guerra per bloccare lo Statuto. Nel 2010 la Corte Costituzionale bocciò alcuni articoli. La prospettiva federalista saltò, al governo della Spagna andò il Partito Popolare di Mariano Rajoy, mentre in Catalogna tornarono i nazionalisti, con Artur Mas. I catalani favorevoli alla secessione nel 2010 erano appena il 13%, dopo la revisione dello Statuto quadruplicarono. L’attacco centralista alle autonomie e la crisi economica diedero fiato all’indipendentismo. Le due intransigenze hanno così condotto alla situazione drammatica di oggi. La responsabilità principale sta però a Madrid, per aver del tutto sottovalutato la polveriera catalana.
Certamente Barcellona avrebbe dovuto mostrare maggiore realismo, considerando che nelle elezioni del 2014 i partiti indipendentisti avevano raccolto solo il 45% dei voti. E certamente la soluzione non sta nell’indipendenza. Ma la storia avrebbe dovuto spingere Madrid a una maggiore saggezza. Invece c’è stato l’attacco al federalismo, poi il referendum di ottobre e la repressione per ridurne l’impatto, infine le elezioni di dicembre, imposte da Madrid, in cui i partiti indipendentisti hanno conservato la maggioranza dei seggi ma non hanno conquistato quella degli elettori.

IL NEGOZIATO E’ L’UNICA SOLUZIONE
La debolezza politica sia degli indipendentisti che dei centralisti necessita del negoziato. La resa dei conti non serve a nessuno e va evitata, con l’arte della politica e della trattativa. Ma finora questa posizione, sostenuta da Podemos e dalla Sindaca di Barcellona Ada Colau, è stata sconfitta, anche alle elezioni. La domanda è: la Spagna e la Catalogna sono ancora in tempo a riprendere un processo di riforma costituzionale in direzione federalista? Il Governo spagnolo deve rendersi conto che la spinta autonomista catalana ha forti radici in una cultura e perfino in una lingua inconfondibili, e che c’è anche un indipendentismo che non sente in modo particolare l’esistenza del popolo catalano ma vuole rendersi indipendente da “questa” Spagna, dalla sua democrazia di bassa qualità. Da parte sua, la maggioranza catalana deve uscire da una debolezza di contenuti e dialogare con quell’opinione pubblica, sia all’interno della Catalogna sia, soprattutto, nel resto della Spagna, che è contraria all’indipendenza e ha una fobia della rottura territoriale.

L’EUROPA O E’ FEDERALE O NON E’
Anche la vicenda catalana ci insegna che la soluzione del problema non sta nella semplice difesa degli attuali Stati nazionali, incapaci, in quanto tali, di rispondere alle nuove sfide globali. Chiusi in una cieca difesa della loro sovranità, non possono che portare al fallimento dell’Europa. Ma la soluzione non può essere nemmeno quella dell’Europa delle “piccole patrie”, della scomposizione degli attuali Stati in tanti Stati minori. Oggi l’Europa può tentare di uscire dalla palude in cui si è impantanata solo attraverso un processo costituente verso una prospettiva federale. La soluzione è il federalismo, in Europa come nei singoli Stati nazionali europei, fino al loro superamento nell’Europa federale. Il nodo catalano per essere sciolto deve integrarsi in una prospettiva federale spagnola ed europea.
Non è un caso che in Catalogna i sostenitori dell’indipendenza si dichiarino appassionatamente europeisti. Se l’Europa fosse quell’entità politica federale che ne ispirò il progetto originario, essa potrebbe ben sostituire gli Stati nazionali, lasciando liberi ampi spazi di autogoverno territoriale.
Il problema è che l’Europa, che dovrebbe superare gli egoismi degli Stati nazionali per impedire che gli subentri quello delle “piccole patrie”, è in realtà prigioniera degli Stati nazionali.
Più aumenta la crisi, più c’è richiesta di istituzioni prossime ai cittadini, a cui questa Europa e gli Stati nazionali non danno risposta. Il baratro è vicino. Lo si può evitare solo con un rilancio dal basso dell’autogoverno territoriale e di una sana spinta identitaria verso i propri luoghi, concepiti come base degli Stati Uniti d’Europa. E’ certamente difficile, ma è l’unica alternativa a ciò che non regge più -gli Stati nazionali e l’Europa prigioniera degli Stati nazionali- e al feticcio dell’indipendentismo.

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Barcellona, la Sagrada Familia di Antoni Gaudì (2004) Giorgio Pagano


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