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L'anno più caldo

di Giorgio Pagano - Seconda parte

L'anno più caldo

- Reinventare l’economia

Per combattere la crisi climatica, ha scritto Achim Steiner, responsabile del programma Onu per l’ambiente, “bisogna reinventare l’economia”. I settori in cui è essenziale intervenire sono noti: fonti rinnovabili, efficienza energetica, agricoltura e industria di piccola taglia, turismo sostenibile, gestione dei rifiuti, mobilità sostenibile, salvaguardia del territorio, cultura, istruzione, ricerca, salute. Serve una conversione ecologica dell’economia, una riforma radicale degli assetti produttivi e sociali, sulle tracce di Alex Langer e, ora, anche dell’enciclica “Laudato sì” e del libro “Una rivoluzione ci salverà” di Naomi Klein. E, in Italia, delle proposte di tanti intellettuali e attivisti, Guido Viale in primis. “I due problemi, quello dei cambiamenti climatici e quello della crisi economica permanente -scrive Viale in “Quale energia”- , sono tra loro strettamente legati, perché la via di uscita è la stessa: un insieme di tecnologie decentrate e distribuite, una organizzazione sociale partecipata, una condivisione generalizzata delle responsabilità sia in campo produttivo che nelle scelte economiche e politiche, un diverso modello di consumo”. Non è un’impresa impossibile. Basti pensare che 15 anni fa in Europa l’80% dei nuovi impianti di energia funzionava con i combustibili fossili, e che oggi il 72% dei nuovi impianti utilizza fonti rinnovabili. La via d’uscita richiede il coinvolgimento del settore privato, ma da sole le forze “spontanee” del mercato non bastano. Le dinamiche di mercato giocano in più direzioni: l’energia solare costa sempre meno, ma al tempo stesso è crollato il prezzo del petrolio, e quindi della benzina. Serve anche l’impegno del terzo settore, dell’economia sociale e solidale, di ognuno di noi; così come serve un ruolo programmatore del pubblico: Stato, Regioni, Comuni.

Devono cambiare sia il pubblico che il privato

Che il privato non basti lo ha spiegato molto bene Mariana Mazzucato su “Repubblica”: “Di per sé, il libero mercato non è in grado di sviluppare nuove fonti di energia con la rapidità necessaria. I guadagni sono ancora troppo incerti. Come per le rivoluzioni tecnologiche precedenti, per realizzare progressi rapidi nelle energie pulite ci sarà bisogno dell’intervento di uno Stato innovatore e coraggioso, che modifichi gli incentivi del settore privato garantendo finanziamenti ‘pazienti’ e a lunga scadenza. I governi devono prendere misure coraggiose, che non si limitino a creare condizioni uguali per tutti, ma facciano pendere la bilancia dal lato della sostenibilità ambientale. A quel punto -e solo a quel punto- seguiranno i finanziatori privati. Finora, però, a causa dell’austerità, i finanziamenti pubblici sono stati insufficienti. La speranza è che l’accordo di Parigi cambi le cose”. La conversione ecologica dell’economia coincide dunque con la fine delle politiche dell’austerity neoliberista. Perché richiede che il settore pubblico faccia molto di più. E perché richiede anche “una nuova generazione di imprenditori”, capace di dare “slancio a un cambiamento radicale dei modelli di business”, come ha scritto su “Left” Gunter Pauli, il teorico dell’economia blu: un business che risponda a un bisogno e che non sia solo finalizzato a garantire un ritorno degli investimenti. Un business che, spiega la Mazzucato, la smetta -come sta invece avvenendo nel settore imprenditoriale energetico, che è diventato ultrafinanziarizzato- di spendere più soldi per riacquisti di azioni che per la ricerca e sviluppo di innovazioni a basse emissioni. Pulire il pianeta e salvare l’umanità può e deve diventare un business responsabile dal punto di vista sociale e ambientale.

L’agricoltura ecologica

L’agricoltura è insieme vittima del cambiamento climatico, ma anche, in parte, corresponsabile del problema, come dice sempre Carlo Petrini di Slow Food. E’ vittima in quanto ogni aumento di un grado della temperatura media determina uno spostamento delle coltivazioni di 150 chilometri verso il nord geografico e di 150 metri più in alto. Nello stesso tempo l’agricoltura ha incorporato lo spirito e il senso dell’economia industriale, è diventata per la maggior parte un’agricoltura che mira al massimo profitto e a una produzione massiva che non ha a cuore la salvaguardia delle risorse della Terra. Negli ultimi 70 anni abbiamo perso i tre quarti della biodiversità che i contadini avevano selezionato nei 10.000 anni precedenti.
E’ necessario cambiare paradigma, promuovere cioè un’agricoltura basata su pratiche agroecologiche e su un sistema diverso di produzione, distribuzione e accesso al cibo. Un’agricoltura che usi fertilizzanti naturali e privilegi la protezione biologica delle colture; che sia multicolturale, per salvaguardare la fertilità dei suoli, multifunzionale, per garantire ai produttori fonti di reddito diversificate, e di prossimità, per evitare costi di trasporto e stoccaggio eccessivi. Il che significa anche cambiare le nostre abitudini alimentari: oggi, in media, per ogni caloria di cibo che arriva sulla tavola di un consumatore occidentale, ne vengono consumate 9-10 di origine fossile, dai concimi al trasporto… Alcune soluzioni sono già in campo. Si pensi all’agricoltura biologica: se fosse estesa a tutte le superfici agricole ridurrebbe del 23% le emissioni “climalteranti” in Europa e del 35% negli Usa, perché i terreni gestiti con il metodo biologico hanno una maggiore capacità di sequestrare CO2.

Il suolo è un bene comune

La recente acquisizione scientifica secondo cui il suolo costituisce una spugna che trattiene il carbonio e riduce l’effetto serra pone, spiega lo storico Piero Bevilacqua, una questione ineludibile: “il suolo è un bene comune, drammaticamente scarso e di inestimabile valore”. Esso ci protegge non solo dalla pioggia e dall’inquinamento atmosferico, assorbito dalle piante, ma anche dal riscaldamento climatico. Le conseguenze politiche che si devono trarre da questa verità sono nette: “orti e alberi dentro e fuori la città, in tutte le aree dismesse e in tutti gli spazi possibili, devono contrastare la distruttività lineare dell’edificazione… qualunque lembo di terra sottratto alla sua condizione di campo è un atto contro il bene comune”.

La mobilità sostenibile

Il modello fondato sulla motorizzazione individuale non è più sostenibile. Le auto elettriche sono utili, ma non toccano il problema di fondo: abbiamo una vettura ogni due abitanti (in Italia il tasso di motorizzazione è ancora più elevato), e ciò significa, in un pianeta che tra trent’anni ospiterà 10 miliardi di essere umani, oltre a consumi insostenibili, che metterebbero a dura prova la possibilità di garantirli con fonti rinnovabili, anche che le auto non troverebbero suolo sufficiente per muoversi e parcheggiare. La soluzione è anche in questo caso a portata di mano: “è la condivisione -scrive Guido Viale- del veicolo, resa possibile dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione: car-sharing, car-pooling e trasporto a domanda (taxi collettivo), distribuzione condivisa delle merci (city logistic) sono ormai presenti in varie versioni, rudimentali o sofisticate, in tutto il mondo e si stanno diffondendo a ritmo serrato”. Naturalmente hanno bisogno di “un’integrazione intermodale con il trasporto di massa lungo le linee di forza della mobilità”. La promozione dell’intermodalità è un’attività complessa, che richiede una cura particolare. Mobilità sostenibile significa anche una riduzione degli spostamenti, un problema che tocca direttamente i rapporti con la pubblica amministrazione (e-government) e il telelavoro, e soprattutto richiede il superamento dello “sprawl” urbano, la città diffusa e dispersa che accresce ogni giorno le sue periferie consumando il suolo.

La nuova edilizia

Anche nel campo dell’edilizia residenziale e di servizio, soprattutto per quanto riguarda il riscaldamento e la climatizzazione, le tecnologie per ridurre drasticamente i consumi e per convertirli alle fonti rinnovabili o a un uso diffuso della cogenerazione sono ampiamente testate, sia sulle nuove costruzioni che sugli edifici esistenti, di qualsiasi epoca. Ma diffonderle su tutto il patrimonio esistente è un’impresa titanica: non solo per l’entità dell’investimento, che richiederebbe comunque una complessa articolazione per ripartire la spesa tra intervento pubblico, incentivazione dell’investimento privato e soluzioni finanziarie ad hoc. Ma l’articolazione riguarda soprattutto il mix di fonti rinnovabili, di interventi impiantistici, di ristrutturazioni edilizie, di soluzioni finanziarie e soprattutto di strumenti di comunicazione e di divulgazione che richiedono un approccio specifico, non solo edificio per edificio e territorio per territorio, ma anche interlocutore per interlocutore: diverso è ovviamente l’approccio a una proprietà individuale, a un condominio, a una piccola e media impresa, all’unità locale di un grande gruppo. Leggiamo ancora Viale: “Oggi gli interventi vengono per lo più promossi e proposti in ordine sparso, mentre attrezzare squadre pluridisciplinari di tecnici in grado di fare un check-up integrato e una progettazione di massima degli interventi possibili in ogni edificio è la premessa perché ciascuno -proprietari, inquilini, amministratori, imprenditori, manager e dipendenti- si confronti con le responsabilità di rendere sostenibile la porzione di territorio in cui vive e lavora”. Ed è chiaro che “dal punto di vista occupazionale un intervento a tappeto di questo genere è la premessa per un grande piano pluriennale in grado di creare milioni di posti di lavoro e di compensare qualsiasi perdita occupazionale derivasse dal ridimensionamento dei settori più direttamente legati all’uso dei combustibili fossili”.

L’Italia, la Liguria, Spezia

In Italia manca completamente una strategia di lotta ai cambiamenti climatici. Eppure tanti anni fa avevamo un Governo che guardava avanti: nel 1990 due italiani -Vittorio Ripa di Meana a Bruxelles quale Commissario all’Ambiente e Giorgio Ruffolo quale Ministro a Roma- guidarono l’Europa verso un obbiettivo ambizioso, quello di impegnare tutti i Paesi membri alla stabilizzazione delle emissioni di CO2 entro il 2000 ai livelli del 1990. Altri tempi. Anche se, come abbiamo visto, i presupposti di una svolta ci sarebbero tutti. Nel resto d’Europa a volte va meglio: Segolene Royal, in Francia, è senz’altro un Ministro dell’Ambiente più autorevole e capace del nostro Gian Luca Galletti, che credo pochi lettori abbiano mai sentito nominare. Ma al di là di Galletti quel che non va è la linea generale: si continua a parlare di crescita come se il problema centrale fosse quello di rimettere in moto, costi quel che costi, il Pil. Tipica di questa linea è la Strategia energetica nazionale (Sen), varata dal Governo Monti, confermata da Letta e peggiorata da Renzi, dove i capitoli sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica convivono con il programma di estendere le trivellazioni su tutto il territorio nazionale. Ma la spinta delle associazioni ambientaliste e di alcune Regioni ha ottenuto un primo risultato: il parziale dietrofront del Governo Renzi sulle norme pro-trivelle. Ora il Governo deve cambiare radicalmente la Sen, e puntare con nettezza sulla decarbonizzazione dell’economia. Anche il nuovo piano di Enel, che vira verso le rinnovabili e l’efficienza, è una novità importante. In altri campi, come per esempio quello della mobilità, non accade invece nulla di nuovo: emblematico è il tributo che paghiamo in termini di smog, anche in questi giorni.
E la Liguria? Siamo un fanalino di coda. Nel 2003 la Regione approvò il Piano Energetico Ambientale Regionale, che stabiliva al 2010 l’obbiettivo di produrre il 7% dell’energia consumata con le fonti rinnovabili. Obbiettivo non raggiunto nemmeno nel 2011. Sulle centrali a carbone la Regione è stata subalterna a Enel (Spezia) e a Tirreno Power (Savona). Su suolo, agricoltura, mobilità, i fatti, purtroppo, parlano da soli.
Spezia se la passa un po’ meglio perché ha l’agricoltura biologica in Val di Vara e, nel capoluogo, le colline sostanzialmente salvaguardate. Ieri ho fatto un giro nell’Alta Via del Golfo: è un magnifico viaggio tra gli olivi. Ma se si parla di dismissione dell’Enel è solo perché l’Enel lo ha deciso. Intanto, però, l’impianto continua a funzionare a carbone. Sulla mobilità l’obbiettivo della lotta al modello della motorizzazione individuale è stato di fatto abbandonato, dopo la “virata” della fine degli anni Novanta: isole pedonali, piste ciclabili, parcheggi a pagamento, potenziamento e riduzione dei costi del trasporto pubblico, con conseguente diminuzione dell’inquinamento atmosferico. La concentrazione media di benzene passò dai 12,2 microgrammi al metro cubo del 1997 agli 1,9 del 2006. E la città passò al quinto posto tra le città medie per numero di passeggeri trasportati/abitanti e al secondo posto per quanto riguarda l’offerta di trasporto pubblico. Ora la ripresa del processo di pianificazione strategica ha portato alla redazione del Masterplan “La Spezia Smart City”, che si cimenta con alcuni degli obbiettivi citati, in particolare l’efficienza energetica degli edifici e la mobilità sostenibile. La speranza è che questo sforzo progettuale costituisca la base di una svolta reale. Il presidente della Fondazione Carispezia, nei giorni scorsi, ha detto che a Spezia “manca una classe dirigente”. Giusto: ma va aggiunto che la reinvenzione della nostra economia e la sua conversione ecologica costituiscono il terreno principale su cui selezionare la nuova classe dirigente.

Francesco nostro compagno di viaggio

La lotta ai cambiamenti climatici è un impegno enorme, che si scontra con avversari potentissimi. Decisivo, come ho cercato di dire, è il ruolo degli organismi sovranazionali (dall’Onu all’Unione europea), degli Stati nazionali, degli Enti locali, degli imprenditori. Ma la speranza maggiore viene, almeno per me -lo scrivo anche sulla base dell’esperienza diretta che sto facendo in Africa-, dall’enciclica papale “Laudato sì” e dall’iniziativa dei popoli e di tante donne e uomini semplici. Francesco ha scritto un documento straordinario di riflessione sul clima, la biodiversità, il cibo, la povertà, su come tutto è connesso, e ha rafforzato la consapevolezza di una sfida comune per il genere umano. Francesco non è un teologo della liberazione, ma come gli ha riconosciuto Leonardo Boff sembra collocarsi perfettamente in quel percorso che dal Forum sociale di Porto Alegre porta alle lotte di oggi per i beni comuni. Il Papa ha sentito il dovere di scendere dal suo trono per “accompagnare i popoli nella loro capacità di organizzarsi”, per mettersi dietro al proprio gregge come un compagno di viaggio prima ancora che come un pastore. E’ il gregge che in Africa lotta contro l’erosione della costa, la siccità, il calo della produzione alimentare. E’ il gregge che negli Usa ha bloccato la “Keystone pipeline”, l’oleodotto che dal Canada doveva trasportare il petrolio estratto da sabbie bituminose: un gregge formato non tanto da ambientalisti radicali quanto da ranchers del Nebraska, che sono in maggioranza conservatori e votano repubblicano ma si sono battuti per difendere la terra dove lavorano. E’ il gregge che ha costretto Renzi a tornare indietro sulle trivelle. E’ il gregge delle tante persone che, nel loro piccolo, cercano di cambiare il loro stile di vita nella direzione della sobrietà: la conversione ecologica è anche soggettiva, personale, e dunque morale e culturale.
Buon anno a tutte e a tutti. Che la conversione ecologica e la giustizia sociale e ambientale abbiano la meglio su tutto il resto.

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