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Il ritorno dello Stato

di Giorgio Pagano

Il ritorno dello Stato

- “Lo Stato non è la soluzione, è il problema”, diceva negli anni Ottanta il Presidente americano Ronald Reagan. Da quello slogan, che ben sintetizzava le politiche neoliberiste, scaturì un attacco senza precedenti allo Stato: privatizzazioni e tagli alla sanità, alla scuola, a tutti i beni comuni. Lo Stato sociale -che era nato in America, con il New Deal di Roosevelt, dopo la Grande Crisi del 1929, e che in Italia era stato delineato nella Costituzione e si era poi sviluppato soprattutto, grazie alle lotte del biennio 1968-1969, negli anni Settanta- negli ultimi quarant’anni è stato davvero massacrato.
Un drammatico errore, come ci ha dimostrato la tragedia del Covid-19. Ho ricordato su “Città della Spezia” (“Quanti sintomatici abbandonati a casa in Liguria?”, “Lettere a Cds”, 9 maggio 2020) che nell’ultimo decennio sono stati sottratti al Servizio Sanitario Nazionale 37 miliardi. Ciò ha significato meno posti letto negli ospedali, meno risorse per i servizi territoriali, con il conseguente abbandono di anziani e malati cronici, e meno personale sanitario.
Ma vediamo qualche dato, per spiegare meglio il massacro. La spesa sanitaria pubblica in Italia è di 1.900 euro a testa, poco più della metà di quella tedesca, il 66% di quella francese, l’80% di quella inglese. Abbiamo 5,6 infermieri per mille abitanti, contro i 7,9 del Regno Unito, i 10,5 della Francia, il 12,8 della Germania. Mancano 20 mila infermieri! Discorso analogo vale per i medici. Nel frattempo è cresciuto il ruolo della sanità privata: se nel 2000 l’assistenza privata convenzionata assorbiva il 24,7% del totale della spesa sanitaria pubblica, nel 2016 era arrivata al 28%. Con un esborso praticamente raddoppiato, da 15,8 a 31,5 miliardi. Non ho nulla contro la sanità privata, che ha spesso strutture eccellenti. Ma non si capisce perché debba essere finanziata dallo Stato. Anche perché la sanità è in mano alle Regioni e ha dunque come caratteristica fondamentale un rapporto stretto con la politica locale: la conseguenza, lo hanno dimostrato tante inchieste giudiziarie, è stata una commistione spesso grave tra il pubblico che finanziava e il privato che riceveva il denaro pubblico…
Tuttavia, ho scritto nell’articolo citato, “il SSN ha dimostrato quel che vale”. E’ da qui, dai nostri eroi spremuti come limoni, che dovremo ripartire. Bene ha fatto, intanto, il Ministro Speranza a stanziare tre miliardi per la sanità pubblica. Dev’essere l’inizio di una svolta vera.
Non possiamo, tuttavia, sfuggire a questa domanda: come è potuto accadere? Dobbiamo una risposta a noi stessi, e soprattutto ai nostri anziani, che hanno pagato e stanno pagando duramente il massacro della sanità pubblica. Perché non ci siamo opposti a sufficienza? Certo, lo Stato troppe volte ha mostrato il suo volto inefficiente. Ma abbiamo sbagliato a gettare il bambino con l’acqua sporca, ad accettare che il privatismo neoliberista penetrasse fin nel profondo delle nostre menti. Siamo ancora in tempo per salvare il bambino, vecchio ormai di un secolo. Diamoci da fare: sarà lo scontro più duro dei prossimi anni.
Non vale solo per la sanità, vale anche per la scuola. Siamo gli ultimi in Europa per fondi all’istruzione. Nel 2017 abbiamo speso 66 miliardi, nel 2009 ne spendevamo 72. Nello stesso arco di tempo la Germania ha aumentato il proprio budget di 28 miliardi, la Francia di 15 miliardi. Mentre i nostri genitori fanno la colletta per comprare la carta igienica.
Che si dovesse cambiare rotta era già chiaro almeno dal tempo della Grande Crisi del 2007-2008. “Nulla sarà più come prima”, si disse allora. Invece il capitalismo globale ha riattivato tutti i meccanismi di prima. Anche adesso si sente dire “Nulla sarà come prima”. “Quando urge il bisogno, solo lo Stato ci può aiutare”, ha detto il filosofo Jurgen Habermas (“Le Monde”, 12 aprile 2020). Una riforma del capitalismo, con al centro un nuovo ruolo dello Stato, è dunque indispensabile. Non possiamo “tornare come prima”.
Conosco, a questo punto, l’obiezione: vuoi smetterla con l’austerity, ma allora i soldi chi li mette? In un articolo recente (“Un mondo da ricostruire dopo la pandemia”, leggibile su www.associazioneculturalemediterraneo.com, scrivevo:
“Per il ‘ritorno dello Stato’ serviranno risorse: la carbon tax contro chi inquina, la Tobin tax sulle transazioni finanziarie… In Italia i 110 milioni annui di tasse non pagate a causa dell’evasione fiscale, e gli introiti del sistema fiscale progressivo previsto dalla Costituzione”.
Occorre coraggio: ci sono enormi riserve di ricchezza accumulate nelle mani di pochi. Si esce dalla crisi anche e soprattutto riducendo le diseguaglianze.
Nei giorni scorsi, grazie al lockdown, ho visto per la prima volta il bel film di qualche anno fa “Il giovane Karl Marx”. Bisogna, come allora, nell’eterna lotta tra chi sta in basso e chi sta in alto, schierarsi con chi sta in basso. E se proprio non volete fidarvi di Marx, ricordatevi almeno di San Paolo, che nella “Lettera ai romani” chiedeva di pagare le tasse a Cesare. Ai livelli di diseguaglianza sociale su cui siamo attestati, nessuna comunità è una comunità. E’ un problema che mina alla base la nostra società.

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Portovenere, Caruggio, Annunciazione in arenaria (2014) Giorgio Pagano


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