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Il demone dello sviluppo e il demone del potere

di Giorgio Pagano

Il demone dello sviluppo e il demone del potere

- In questi giorni di fine/inizio anno molti politici ed esponenti della cosiddetta “classe dirigente” locale e nazionale ci hanno continuamente parlato di “ripresa”, che per gran parte di loro sarebbe in atto o comunque a portata di mano. Prima ancora di chiederci se la crisi è davvero alle nostre spalle o no, domandiamoci: siamo sicuri che la parola sia giusta? Che il nostro obbiettivo sia quello di “riprendere” dal punto in cui eravamo prima della “Grande crisi”? Sempre in questi giorni si è parlato tanto di città avvelenate dallo smog: ma non sono il frutto di quel “benessere” (devastatore!) a cui bisognerebbe tornare grazie alla “ripresa”?
Le risposte a queste domande le troviamo in testi di personalità originalissime e tra loro diversissime, ma unite dalla critica radicale a “questo” sviluppo. Ho già accennato, nella rubrica, all’importanza delle mie letture africane. Oggi completo l’elenco con quelle più importanti: l’enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco, che ho citato tante volte in questi mesi, e le opere, rilette dopo qualche anno, di Pier Paolo Pasolini e di Alex Langer. Immagino che Langer sia sconosciuto ai più: altoatesino, fu tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia e in Europa, dialogò intensamente con la cultura della sinistra, con l’area liberal-radicale e con l’impegno cristiano e religioso, si impegnò molto per la conversione ecologica della società e dell’economia e per una politica di pace. Dopo la caduta del muro di Berlino aumentò via via il suo impegno per contrastare i nazionalismi e per la conciliazione interetnica nei territori della ex Jugoslavia, prima e dopo i massacri. Decise di interrompere la vita vent’anni fa, il 3 luglio 1995, all’età di 49 anni. Non si può dire che lo fece “per la Bosnia”, ma certo pesò quella sconfitta, sua e di tutti. Se ne andò più disperato che mai. Ma i suoi esempi e i suoi pensieri, tenaci, si sono scavati le loro vie, e si stanno conquistando, nel rumore del nulla che ci circonda, un peso culturale e politico crescente.

Rallentare la marcia

“Laudato sì” si fonda sull’intreccio tra approccio ecologico e approccio sociale, “per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. Per il Papa non c’è stata, dopo la “Grande crisi”, “una reazione che abbia portato a ripensare i criteri obsoleti che governano il mondo”. Ciò che sta accadendo, aggiunge, “ci pone di fronte all’urgenza di procedere in una coraggiosa rivoluzione culturale: nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane… E’ arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti”. Nel 1991 Langer scriveva parole molto simili: “Ci troviamo al bivio tra due scelte alternative: tentare di perfezionare e prolungare la via dello sviluppo… o invece tentare di congedarci dalla corsa verso il ‘più grande, più alto, più forte, più veloce’ chiamata sviluppo per rielaborare gli elementi di una civiltà più ‘moderata’ (più frugale, forse, più semplice, meno avida) e più tollerabile nel suo impatto verso la natura, verso i settori poveri dell’umanità, verso le future generazioni e verso la stessa ‘biodiversità’ (anche culturale) degli esseri viventi”. Langer parlava di “scelta tra espansione e contrazione, ben sapendo che per chi si trova sull’aereo in volo non esiste un immediato freno d’arresto, ma semmai solo la faticosa ricerca di un atterraggio morbido”. In un testo del 1992 Langer scriveva di una “rivoluzione culturale” per “una ragionevole e graduale decrescita”. L’affinità, anche di linguaggio, è impressionante: “rallentare la marcia”, “congedarci dalla corsa… con un atterraggio morbido”, “rivoluzione culturale”, “decrescita”… Anche la coppia degli opposti “frugalità/avidità”, presente in Langer, pervade l’enciclica. Viene in mente “Greed is good, greed is right” (l’avidità è buona, l’avidità è giusta), la frase gridata da Gordon Gekko, il protagonista del celebre film di Oliver Stone “Wall Street” (1987).

La scomparsa delle lucciole

La metafora più fortunata con la quale Pasolini ha descritto il naufragio del vecchio mondo causato da “questo” sviluppo è quella della “scomparsa delle lucciole” (piccoli coleotteri che producono luce), utilizzata in un articolo apparso sul “Corriere della Sera” il 1° febbraio 1975: “Nei primi anni Sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più”. Era scomparsa una magia notturna durata millenni. Piero Bevilacqua, nel suo bel saggio “Pasolini. L’insensata modernità”, scrive che le lucciole erano per Pasolini “la bellezza ‘inutile’, senza fini e senza scopi, e perciò più intimamente sacra, che ora veniva travolta dall’arrembante economia dello sviluppo”. A distanza di quarant’anni, aggiunge, “possiamo accorgerci di quanto la bellezza -che pure è comprata e venduta in esemplari mercificati- sia estranea alla logica capitalistica dello sviluppo”. Perché la bellezza richiede contemplazione, una posizione dell’animo lontana “dall’attitudine dominante -produrre e consumare, consumare e produrre- nell’età della fretta”. Prendersi cura di tutto ciò che esiste nel creato, scrive il Papa nell’enciclica, non è “romanticismo irrazionale”: “Se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza l’apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati. Viceversa, se noi ci sentiamo intimamente uniti a tutto ciò che esiste, la sobrietà e la cura scaturiranno in maniera spontanea”.
Concetti e parole tra loro simili si ritrovano anche nella critica di Pasolini e di Bergoglio alla “cultura della società dei consumi”, un edonismo neolaico che per Pasolini è il nuovo e “più repressivo totalitarismo che si sia mai visto” (1974): “E’ un futuro tragico quello che si dipinge ai miei occhi, un futuro fatto di uomini ridotti ad automi disumanizzati” (1964). Il Papa parla di un “deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico”: “L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata”. Pasolini, critico feroce della Chiesa cattolica, denuncia con tutte le sue forze la perdita del sacro e della religiosità: “Io sono sempre più scandalizzato dall’assenza del sacro nei miei contemporanei”, dice a Jean Duflot nell’intervista concessa in due tempi (1969-1975). E’ evidente l’influenza su Pasolini del “Manifesto del partito comunista” di Marx e Engels, in particolare delle pagine sul processo di decomposizione sociale che il capitalismo ai suoi esordi già lasciava intravvedere: “Si volatilizzano le immobili gerarchie sociali, viene profanato tutto ciò che è sacro” (1848). Ma leggiamo anche Langer nel 1989: contro il “demone dello sviluppo” serve una “consapevole autolimitazione” che “non potrà affermarsi senza una forte spiritualità”.

La contraddizione di Pasolini e il suo pessimismo intransigente

Pasolini, scrive Bevilacqua, “si trova stretto in una contraddizione lacerante”. Critica il mondo disumano che sta avanzando contrapponendogli il vagheggiamento della vecchia società contadina e rurale. Nel contempo si riconosce, pur tra molti conflitti, nella politica del Pci e del movimento operaio. Ma il processo di emancipazione sociale, che pure auspica, lo sgomenta perché porta con sé un decadimento antropologico e uno svuotamento morale. Su questo scrive pagine davvero profetiche dell’epoca presente: capisce anzitempo che la potenza della mutazione tecnologica ed economica era destinata a prevalere sulle culture libertarie ed egualitarie, e che nel processo di emancipazione c’era un lato nascosto, distruttivo. Franco Berardi “Bifo” ha ricordato recentemente che nel 2000, nel venticinquennale della morte, il regista Guido Chiesa realizzò un filmato che andò in onda su “Telepiù”, intitolato “Provini per un massacro”. Un certo numero di ragazzi si presentavano davanti alla telecamera per un provino su un film su Pasolini, e a ciascuno di loro veniva chiesto se avrebbero accettato di fare scene disgustose, come mangiare m. e altre cose non proprio dignitose. Le risposte affermative dei ragazzi, disponibili a fare qualunque cosa pur di guadagnare e di apparire, erano la migliore (e più disperante) conferma immaginabile alle previsioni dello scrittore friulano. Ma è solo tardi che Pasolini “esce dalla contraddizione”, spiega Bevilacqua. La maturità “lo spingerà a un pessimismo più completo e intransigente e perciò più coerente”: il rifiuto, dice a Furio Colombo nel 1975, è “il gesto essenziale”, “i pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no”. Nell’ultima intervista, che il settimanale “Gente” intitolò “Quasi un testamento”, Pasolini dice, con parole che ricordano Giacomo Leopardi: “In realtà il mondo non migliora mai. L’idea del miglioramento del mondo è una di quelle idee-alibi con cui si consolano le coscienze infelici o le coscienze ottuse”. E aggiunge: “Il mondo può peggiorare, invece, questo sì. E’ per questo che bisogna continuamente lottare”. Anche in questo fu profetico: non si sta forse tornando alla schiavitù del lavoro, non solo nei Paesi poveri ma anche nelle campagne dei Paesi ricchi?

Non per il potere


Il pessimismo intransigente di Pasolini riguarda anche la politica: è un poeta, uno scrittore, a vedere prima di tutti l’irrilevanza a cui appare condannata la politica. Nella “Lettera luterana a Italo Calvino” del 30 ottobre 1975, pochi giorni prima di essere assassinato, Pasolini definisce così la politica: “E’ una lotta per la pura sopravvivenza… Manovre, congiure, intrighi, intrallazzi di Palazzo passano per avvenimenti seri. Mentre per uno sguardo appena un po’ disinteressato non sono che contorcimenti tragicomici e, naturalmente, furbeschi e indegni”. Oggi nulla è cambiato, se non in peggio. Il Papa ci invita tuttavia a non arrenderci, a lottare ancora, a dotarci di “uno sguardo diverso, un pensiero, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma a una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico”, perché “la libertà umana è capace di limitare la tecnica, di orientarla, e di metterla al servizio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale”. Bergoglio ha detto, parlando della responsabilità politica, che va “vissuta come forma alta di carità”. La raccolta degli scritti di Alex Langer si apre con una prefazione di Goffredo Fofi: “Se si dovesse chiudere in una formula ciò che Alex ci ha insegnato, essa non potrebbe che essere: piantare la carità nella politica”. In un testo del 1986 Langer scriveva: “Posso dire che rifuggendo drasticamente dai salotti e dalle persone che mi cercano in funzione di qualche mio ruolo, vivo come una delle mie maggiori ricchezze gli incontri che la vita mi dona. Vorrei continuare ad apprezzare gli altri ed esserne apprezzato senza secondi fini. Forse anche per questo converrà tenersi lontano da ogni esercizio del potere”. Nella vita non ci sono modelli da imitare, ognuno di noi appartiene a se stesso. Ma su queste parole di Langer contro “il demone del potere” rifletto da molti anni. Così come su queste altre sue parole del 1991, con cui aprii il mio libro “Non come tutti” (2014): “E’ un tempo, questo, in cui non passa giorno senza che si getti qualche pietra sull’impegno pubblico, specie politico. Troppa è la corruzione, la falsità, il trionfo dell’apparenza e della volgarità. Troppo accreditati i finti rinnovamenti, moralismi abusivi, demagogia e semplicismo. Troppo evidente la carica di eversione e di deviazione che caratterizzano mansioni che dovevano essere di estrema responsabilità. Troppo tracotanti si riaffacciano la durezza sociale, la logica del più forte, la competizione selvaggia. Davvero non si sa dove trovare le risorse spirituali per cimentarsi su un terreno sempre più impervio. Non sarà più saggio abbandonare un campo totalmente intossicato da non poter sperare in alcuna bonifica, e coltivare -semmai- altrove nuovi appezzamenti, per modesti che siano?”. Anche nella riflessione sul potere, il “filo rosso” arriva fino a Francesco: “Siamo sempre più fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che di dominare spazi di potere”.

Post scriptum

Su Pasolini ho scritto, a quarant’anni dalla morte, l’articolo “L’eredità di Pasolini nella ‘Profezia’ sull’Africa” (Il Secolo XIX nazionale, 2 novembre 2015) leggibile in www.associazioneculturalemediterraneo.com .
Sullo stesso sito si può leggere la documentazione dell’incontro “Da San Francesco a Francesco. Laudato sì e la giustizia sociale e ambientale”, organizzato dall’Associazione Culturale Mediterraneo il 9 novembre 2015.
Sulla conversione ecologica dell’economia ho scritto molti articoli in questi anni, tutti leggibili sullo stesso sito; l’ultimo articolo è “L’anno più caldo”, pubblicato su questa rubrica in due puntate (20 e 27 dicembre 2015).

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