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Il Nobel agli affamati

di Giorgio Pagano

Il Nobel agli affamati

- Il lato feroce del Covid-19 non è solo quello delle morti e delle malattie. La calamità è sia sanitaria che economica e sociale. Mentre crescono i poveri tra gli strati sociali più deboli dei Paesi sviluppati, avanza la fame nei Paesi del Sud del mondo, a causa di un intreccio tossico tra Covid-19, povertà, guerre e conflitti, cambiamenti climatici. Ecco perché il Premio Nobel per la Pace del 2020 non poteva che essere assegnato al World Food Programme, il Programma Alimentare Mondiale (PAM) delle Nazioni Unite. Il PAM si propone di raggiungere 138 milioni di persone entro l’anno, con aiuti economici o fornitura di cibo. La sua importanza, dunque, è fondamentale. Il numero degli affamati, secondo la FAO, altro organismo dell’ONU, è oggi di due miliardi; quelli che la soffrono in forma più severa sono 746 milioni. L’ecatombe per fame, aggiunge la ong Oxfam, potrebbe arrivare a 12 mila morti al giorno.
L’Africa è parte grande di questo mondo che non ha cibo. Come ho spiegato nel mio libro “Africa e Covid-19. Storie da un continente in bilico”, i contagi sono stati per ora relativamente pochi rispetto al resto del pianeta, ma il lockdown e le altre misure restrittive hanno avuto effetti devastanti: perché è prevalente un’economia informale, che obbliga le persone a uscire e a muoversi per guadagnarsi da vivere, per mangiare il giorno stesso; e perché non esistono o quasi le misure protettive dello Stato sociale, come avviene in Occidente.
Non c’è dubbio che in questa fase drammatica i Paesi più poveri debbano avere più risorse, e che la riduzione del debito per molti Paesi, fino alla cancellazione per i più fragili tra essi -come hanno sostenuto le Nazioni Unite- sia una misura indispensabile.
La pandemia dovrebbe essere inoltre l’occasione per far crescere la produzione interna ed il mercato intra-africano, per dar vita a quella che 100 intellettuali africani hanno recentemente definito una “seconda ondata della nostra indipendenza politica”, che abbia come obiettivo “uno sviluppo endogeno, per creare valore qui, al fine di ridurre la nostra dipendenza sistemica”, alternativo al “liberalismo economico” ed alle “pratiche estrattive degli attori esterni”. In questo sviluppo endogeno l’agro-ecologia ha un ruolo fondamentale per l’alimentazione dell’Africa.
Ma l’assegnazione del Nobel al PAM non è solo un “segnale” per un impegno maggiore contro la fame e la povertà. E’ anche un “segnale” che sottolinea che le istituzioni internazionali multilaterali, sotto tiro nell’epoca dell’unilateralismo, vanno rafforzate, non indebolite. Il nuovo cammino non potrà che essere globale. Presuppone cioè un “buon governo” mondiale: non c’è più spazio per “America First” e per i sovranismi, ma semmai per una “nuova” ONU e per le agenzie internazionali.
Lo ha detto benissimo Papa Francesco nella sua enciclica “Fratelli Tutti”:
“E’ necessaria una riforma sia dell’ONU che dell’architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni. Bisogna evitare che questa Organizzazione venga delegittimata, perché i suoi problemi e le sue carenze possono essere affrontati e risolti congiuntamente”.
Il Papa ha bene interpretato lo spirito del tempo. E’ bene che lo facciano anche gli Stati e i popoli. Apparteniamo tutti a una stessa famiglia, quella umana, in cui nessuno si salva da solo.

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Maissana, veduta del monte Porcile dalla Valle di Lagorara (2020) Giorgio Pagano


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