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Hasta siempre Lucho

di Giorgio Pagano

IL RICORDO
Hasta siempre Lucho

- Dopo la morte di Luis “Lucho” Sepulveda mi hanno scritto tanti amici. Anche dall’Africa e dalla Palestina. Da Sao Tomé e Principe un amico ha ricordato una delle frasi di Lucho: “Solo sognando e restando fedeli ai sogni riusciremo a essere migliori e, se noi saremo migliori, sarà migliore il mondo”. Dalla Palestina sono arrivati quasi gli omaggi ad un nuovo “Che”, messaggi dedicati all’”ultimo guerrigliero romantico”, al “ribelle che ha sempre il coraggio di dire di no”. Con l’amico Bruno Arpaia, che con Sepulveda ha scritto libri e ha a lungo collaborato, ci siamo detti: “Per nessun altro sarebbe successo, era veramente universale”. La sua letteratura parlava a tutti, in ogni angolo del globo.
Marco Ferrari, su questo giornale, ha ricordato il legame di Sepulveda con Spezia, e le due straordinarie giornate del 2002 e del 2003 in un Teatro Civico gremito di giovani. In questi giorni di “isolamento sociale” non si può non pensare a giornate come quelle, così partecipate e piene di speranza. Ed a tutte le altre, sempre in quegli anni, con Jeremy Rifkin, Rigoberta Menchú, Bob Dylan, Pedrag Matvejevic…
Di “Lucho” ho tanti ricordi. Passammo una lunga serata insieme, a Bocca di Magra. Riuscì a farmi mangiare il pesce bevendo birra, prima ed unica volta nella mia vita. Gli dissi che mi sarebbe piaciuto conoscere la sua Patagonia, lui un po’ mi smontò: “Non è una terra bella, è violenta, è una terra di solitudine”. Ma, aggiunse, “è un grande spazio mistico”. E mi disse: “Vieni a Gijion, nelle Asturie, dove vivo… Ricorda la Patagonia… Ti cucinerò l’asado”. Un viaggio che prima o poi avrei voluto fare. Ma come pensare che “Lucho” ci lasciasse così presto, ucciso dalla nuova peste? Mi raccontò del Cile, del Governo di Unitad Popular guidato da Salvador Alllende, del golpe e del suo sacrificio: “Il suicidio di Allende fu un atto di grandissima generosità, poteva arrendersi ed andare in esilio, ma con la sua morte piantò un seme”. Sepulveda faceva parte della Guardia personale di Allende: quell’11 settembre del 1973 non fu ucciso perché non era nel Palazzo presidenziale ma in missione a sorvegliare un acquedotto. Poi fu arrestato, incarcerato, torturato con i fili elettrici ai piedi ed ai genitali. Fu la letteratura a salvarlo: da ragazzo aveva già vinto un premio letterario, era conosciuto e Amnesty International, dopo due anni e mezzo di carcere, riuscì ad ottenere per lui l’esilio: “Separato da una parete di vetro, vidi per l’ultima volta mio padre, che mi salutò con il pugno chiuso”.
“Lucho” partecipò alla guerriglia in Nicaragua e fu sempre, in un infinito espatrio, protagonista delle battaglie per “un mondo nuovo”. “Un mondo nuovo” e “La speranza e la poesia” sono i titoli di due capitoli del suo libro “Raccontare e resistere”, una conversazione con Bruno Arpaia. Sono stati uno spunto per la scelta del titolo del mio libro sugli anni Sessanta. Ho già raccontato, in questa rubrica (“Maria, la ragazza con il vestito rosso”, 22 dicembre 2013) come “Lucho” mi abbia ispirato nella mia nuova avventura di “raccontatore di storie”. Quella sera parlammo anche dei pellegrinaggi nei campi di sterminio, e lui mi raccontò: “In un angolo di Bergen-Belsen, vicino ai forni crematori, qualcuno -non so chi né quando- ha scritto delle parole che sono le fondamenta del mio essere scrittore, l’origine di tutto ciò che scrivo. Quelle parole dicevano: ‘Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia’. Mi sono inginocchiato davanti a quelle parole e ho giurato che, chiunque le avesse scritte, io avrei raccontato la sua storia, gli avrei dato la mia voce”. Sepulveda era soprattutto uno scrittore popolare, un catturatore di storie, un cantastorie che voleva salvare dal silenzio le voci degli ultimi, dei vinti, dei “senza storia”. Scrittore e militante politico insieme: i due termini per lui erano inscindibili.
Un altro bellissimo ricordo è l’incontro con Lucho a Sarzana nel 2009. Parlammo delle tante cose che non vanno nell’’epoca delle “passioni tristi”, poi, nell’abbraccio finale, mi disse: “Salviamo l’allegria, e riprendiamo la strada”. Caro “Lucho”, ti ha portato via una pandemia che condurrà anche ad una crisi economica che opprimerà ancora di più i deboli e gli sfruttati. Dovremo lottare ancora per “un mondo nuovo”, con l’allegria e senza smarrire la strada. Ci aiuterà la tua poesia della vita.

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La Spezia, Teatro Civico, Lella Costa, Luis "Lucho" Sepulveda, Gino Strada e Giorgio Pagano (3 settembre 2002) Ercole Buoso


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