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Ultimo aggiornamento: Lunedì 29 Maggio - ore 11.19

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Anno vecchio e anno nuovo. Ricordi, riflessioni, speranze

Terza ed ultima parte delle riflessioni di fine-inizio anno di Giorgio Pagano. Trump, destra e sinistra, La Spezia, il populismo, il Papa.

Anno vecchio e anno nuovo. Ricordi, riflessioni, speranze

- Hillary, Trump e gli operai
Come in ogni elezione americana Bruce Springsteen ha sostenuto, nel comizio finale, il candidato del Partito democratico, che questa volta era Hillary Clinton, poi sconfitta da Donald Trump. Qualche tempo fa “The Boss” disse che l’establishment “liberal” era diventato abbastanza ricco da non ricordarsi più come si chiamano gli operai e i lavoratori americani, residenti nell’America profonda. Non se li ricorda perché ha sempre fatto in modo di non conoscerli. Sono i lavoratori che si riconoscono nei versi di “Dancing in the dark”, che Springsteen ha cantato davanti ai Clinton e agli Obama nel comizio finale: “Man, I ant’ getting nowhere, I’m just living in a dump like this (“Amico, non vado da nessuna parte, continuo a vivere in questo cesso di posto”). E che non si sono riconosciuti in un’algida icona dell’establishment intirizzita da decenni di ciniche lotte per il potere. Nemmeno la presenza del “Boss” ha potuto far dimenticare a chi vive di lavoro manuale che i salari medi stagnano da oltre quarant’anni, e che il salario minimo raggiunse il suo massimo nel 1968, quasi mezzo secolo fa.
Il problema era ben chiaro a Barack Obama, nella sua intervista a “La Repubblica” del 18 ottobre 2016: “Abbiamo visto come la globalizzazione possa indebolire la posizione dei lavoratori, rendendo più difficile la possibilità di guadagnare uno stipendio decente, e causare il trasferimento di posti di lavoro dell’industria manifatturiera in Paesi con costi di manodopera più bassi. Ho messo in guardia contro un capitalismo senz’anima che avvantaggia solo i pochi in alto e contribuisce alla diseguaglianza e a un grande divario tra ricchi e poveri”. Ma le burocrazie del Partito democratico hanno scelto proprio una rappresentante di questo capitalismo senz’anima, e il “popolo” di un miliardario erotomane l’ha sconfitta.
Tutto ciò è il frutto della sconfitta nella politica di quella cultura del “riconoscersi nell’altro”, di cui ho scritto venerdì scorso, nella seconda parte di questo articolo. Quella cultura che, nelle primarie del Partito democratico americano, era incarnata da Bennie Sanders. Ma tutto ciò non è solo americano: sta già succedendo in Europa e in Italia.

Sinistra e destra a mosca cieca
Manuel Valls, Primo Ministro francese, ha agitato lo spettro della “scomparsa della sinistra”, un tema su cui rifletto da tempo. L’anemia della sinistra europea è innegabile, e pure la destra non se la passa tanto bene. Basti pensare a quella italiana, che è a pezzi e non riesce a risolvere la successione a chi per vent’anni l’ha incarnata, Silvio Berlusconi. La crisi dei partiti di sinistra e di destra ha tante ragioni, ma una su tutte: la situazione economica e sociale. La disoccupazione sta lacerando la società, distruggendo i rapporti sociali e precarizzando intere categorie delle popolazioni, mentre si sono approfondite le diseguaglianze sociali, generazionali, di genere, territoriali e tra residenti e immigrati. Un report della Mc Kinsey ha spiegato che nelle 25 economie più ricche del pianeta la crisi ha espropriato il ceto medio di certezze cumulate in settant’anni di progresso. Sette famiglie su dieci si sono risvegliate più povere. E l’Italia ha il primato negativo. Secondo molti cittadini europei e italiani i partiti di sinistra e di destra sono falsamente antagonisti, mentre in realtà condividono le stesse idee e le stesse politiche: rappresentano un’oligarchia che non si interessa dei cittadini ma bada solo ai propri privilegi. Ne conseguono un sentimento di disgusto per questa politica e il desiderio di un’altra politica, all’insegna della giustizia sociale e della partecipazione. Né la sinistra né la destra sanno affrontare la rivolta contro l’establishment. Perché pensano soltanto all’oggi, e hanno una cultura sempre più omologata, in cui c’è sempre meno spazio per il “riconoscersi nell’altro”.

Stiamo parlando anche di Spezia
Cifre, statistiche e ragionamenti che non ci riguardano? Niente affatto, stiamo parlando anche di noi, del confine di casa. Perché crisi, disoccupazione, povertà, disaffezione per la politica e richiesta di una nuova politica sono fenomeni presenti anche a Spezia. Eppure quasi nessuno ne parla. Il dibattito sulle prossime elezioni comunali è solo una querelle tra nomi che non entusiasmano nessuno. Il rendiconto dei dieci anni del Sindaco Federici ha sorvolato questi temi: nessun cenno a eguaglianza, redistribuzione della ricchezza e welfare, contro privilegi e ingiustizie; nessun cenno a democrazia e partecipazione, contro accentramento e tecnocrazia. Ma in questo modo i “dimenticati” lo diventano ancora di più. Né dalla cosiddetta sinistra, né tantomeno dalla destra, si riesce a dire qualcosa di nuovo e di credibile sulla giustizia sociale e sulla democrazia. Così la cosiddetta sinistra o la destra possono (forse, in assenza di alternative) vincere le elezioni ma non convincere gli elettori, entusiasmarli, mobilitarli attorno a quella “propensione al futuro” di cui parla Federici ma che io stento molto -oggi, a differenza di dieci anni fa- a intravvedere.

Siamo tutti populisti
Siamo in una fase che richiede un profondo mutamento delle nostre categorie di analisi politica. Al centro c’è la nozione di populismo, da tutti adoperata per delegittimare i propri avversari. Condivido quanto ha scritto, a proposito, il filosofo Roberto Esposito su “La Repubblica” del 14 novembre 2016: “Quanto viene definito populismo sta occupando, in maniera sempre più accelerata, non una parte, ma l’intero terreno dello scontro politico. Tutta la politica contemporanea, all’interno dei nostri sistemi, in Europa come nelle Americhe, ha una tonalità populista… La linea di confronto, e anche di conflitto, non passa più tra populisti e antipopulisti, ma all’interno dello stesso populismo... Il populismo è l’esito di una caduta di mediazioni istituzionali tra politica e vita materiale… L’implicazione immediata tra politica e vita, rispetto alla quale non è più possibile tornare indietro, può essere orientata in direzioni diverse e anche alternative”.
Ci sono quindi, di fronte alle difficoltà della democrazia rappresentativa, diversi populismi, che guardano a diversi blocchi socio-culturali. C’è un populismo “escludente”, chiuso in se stesso, xenofobo, e c’è un populismo “inclusivo”, che guarda ai ceti più poveri, senza barriere contro gli immigrati. “La partita che oggi si apre -conclude Esposito- è in buona parte interna al campo populista”.
Il populismo ha diverse facce: il populismo di Podemos in Spagna, per esempio, è “inclusivo”, ha poco a che spartire con quello “escludente” di Trump. Il populismo del M5S è ancora diverso. Io vengo da una storia nella sinistra riformista: l’ho abbandonata dieci anni fa, quando mi sono reso conto che stava omologandosi alla destra. Dopo qualche anno mi sono avvicinato alla sinistra radicale. Ho scritto un libro, “Non come tutti”, dedicato al tema “Ricostruire la sinistra” (la Prefazione di Piero Bevilacqua e il saggio introduttivo sono leggibili su www.associazioneculturalemediterraneo.com). Ma, conoscendo la sinistra radicale dal di dentro, ho capito quale risposta dare alla domanda che il responsabile esteri del Partito comunista cinese pose a Fausto Bertinotti nel dicembre 2005: “Mi spiegate come mai, vista la vostra intelligenza, poi nel vostro Paese, quando andate alle elezioni prendete poco più del 5%?”. La risposta è questa: la sinistra non è più popolare, è solo ceto politico autoreferenziale, senza contatto con il popolo.

“Vamos!” e “Hacemos!”
L’esperienza di Podemos non è un modello, ma è comunque un punto di riferimento per chi si propone di costruire una sinistra popolare adeguata alla società attuale. Podemos sostituisce la frattura gente comune/élite a quella tra destra e sinistra, e prova a diventare una forza maggioritaria “facendosi popolo”. Attualmente, in vista del congresso, si scontrano due anime. Le ha descritte Loris Caruso, sul “Manifesto” del 30 dicembre. La prima punta a essere presente nella società, a sostenere la lotta alla povertà e alle diseguaglianze, in ogni quartiere, in ogni luogo sociale. Ha lanciato la campagna “Vamos!”, che ha scelto come primo terreno di intervento la lotta alla povertà energetica (la lotta contro i tagli a luce, gas e riscaldamento a chi non riesce a pagare le bollette). La seconda è un’anima più istituzionale, che agisce soprattutto in Parlamento e negli enti locali. La campagna “Hacemos!” prevede che parte degli stipendi delle cariche istituzionali di Podemos finanzi progetti di cooperative e di associazioni e iniziative di tempo libero per le persone. Caruso conclude che Podemos “ha bisogno di entrambe queste idee di partito” e che “l’integrazione tra le due può delineare una nuova forma di partito di massa”.

Il Papa e il popolo
Se c’è un leader mondiale che fa appello al popolo, questo è Papa Francesco. Il 24 novembre 2016, nel messaggio per il Festival della dottrina sociale della Chiesa a Verona, ha detto: “Quando il popolo è separato da chi comanda, quando si fanno scelte in forza del potere e non della condivisione popolare, quando chi comanda è più importante del popolo e le decisioni sono prese da pochi o sono anonime o sono dettate sempre da emergenze vere o presunte, allora l’armonia sociale è messa in pericolo con gravi conseguenze per la gente: aumenta la povertà, è messa a repentaglio la pace, comandano i soldi e la gente sta male”. Ho già scritto in questa rubrica (“Fidel, Trump e la bancarotta della politica”, 11 dicembre 2016) del grande incontro del novembre 2016 di Francesco con i movimenti popolari del mondo, a cui ho partecipato. Al centro del suo discorso il tema del rapporto tra popolo e democrazia: “Il divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia si allarga sempre più come conseguenza dell’enorme potere dei gruppi economici e mediatici che sembrano dominarle. I movimenti popolari, lo so, non sono partiti politici e lasciate che vi dica che, in gran parte, qui sta la vostra ricchezza, perché esprimete una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica”. Il discorso si è concluso con l’esame del rischio, per i movimenti, di farsi incasellare e farsi corrompere. E parafrasa Pepe Mujica, l’ex Presidente dell’Uruguay, presente all’incontro: “Colui che sia affezionato al denaro, al potere personale per favore non si metta in un’organizzazione sociale o in un movimento popolare, perché farebbe molto danno a sé stesso e al prossimo e sporcherebbe la nobile causa che ha intrapreso”. L’invito è all’austerità, morale e umana. E a mettersi a servizio degli altro. Un antidoto potente al leaderismo, pur così presente in tutte le forze populiste.

Le speranze
Tanto più grandi sono le sfide del futuro, tanto più piccoli sono gli uomini e le donne che oggi stanno al potere, dall’America in giù. C’è da tremare. La speranza sta nel populismo “inclusivo”. In forze popolari fondate sulla cultura del “riconoscersi nell’altro”. Queste forze nasceranno da spinte interne agli attuali partiti ma soprattutto dal basso, dai movimenti, dall’impegno civico e sociale di ognuno di noi. Soprattutto dai giovani. Il rapporto Demos, pubblicato ieri su “La Repubblica”, spiega che nel 2016, nonostante tutto, si è allargata la voglia e anche la pratica della partecipazione, politica e critica. La mobilitazione e l’affluenza inattesa, per dimensione, al referendum sula Costituzione, ne sono un segnale evidente. Nel referendum sono stati protagonisti i giovani, che a grande maggioranza hanno scelto il No. Ma c’è un altro dato, negativo, che ci indica il rapporto: due italiani su tre sono diffidenti nei confronti degli altri. In un sistema di relazioni basato sul potere è naturale che sia così: devi mentire, ricattare, vendicarti… La speranza è che tra i giovani riprenda la voglia di utopia, di sognare l’impossibile: un mondo più giusto e più democratico, un mondo di persone capaci di agire in modo disinteressato. Senza la freddezza delle relazioni basate sul potere.

Post scriptum:
Purtroppo tutti i protagonisti del secolo scorso se ne stanno andando. La rubrica di oggi è dedicata a Tullio De Mauro, grande linguista e intellettuale, impegnato nella difesa della scuola pubblica come terreno principale della battaglia dell’eguaglianza. Si impegnò anche nella politica, con autentico spirito di servizio. Lo ricordo quando, da Ministro della Pubblica Istruzione, inaugurò il Museo della Resistenza di Massa Carrara e La Spezia, a Fosdinovo, il 3 giugno 2000. Più di recente mi ha colpito una sua intervista a ”La Cosa”, il canale video di Beppe Grillo, del febbraio 2016. Eccone un brano: “Abbiamo imparato a parlare l’italiano abbastanza, ma i problemi sono il rapporto con l’italiano scritto e con la lettura, gli indici di diffusione dei giornali che sono molto bassi in confronto a quello europeo dove ogni 2 persone si compra un giornale, in Italia il rapporto è ogni 10 abitanti, una copia di giornale… Mi piacerebbe vedere la classe dirigente italiana, imprenditoriale, intellettuale impegnata a ripensare in modo radicale il funzionamento di certi segmenti della scuola e dell’università e lo stato complessivo della nostra cultura, passate parola!”

Le foto di oggi sono di due concerti di Bruce Springsteen: in alto il concerto a Napoli, in piazza del Plebiscito, il 23 maggio 2013; in basso il concerto a Milano, a San Siro, il 5 luglio 2016. Il concerto a Napoli è stato l’unico della sua carriera in una piazza: un omaggio alla città, dove “The Boss” si è presentato come “uomo del Sud” e ha iniziato con “O sole mio”. La madre, Adele Zirilli, è nata a Vico Equense.

L’articolo finisce con la terza parte. Le prime due parti sono state pubblicate in questa rubrica il e il 6 gennaio 2017.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Milano, San Siro, concerto di Bruce Springsteen    (2013)    (foto Giorgo Pagano)


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