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"Aree archeologiche, coinvolgere privati qualificati"

Il dottor Vincenzo Tinè, numero uno della Soprintendenza ligure, parla di riforma, ruoli, problemi e prospettive.

"Aree archeologiche, coinvolgere privati qualificati"

Liguria - Il Soprintendente della Liguria Vincenzo Tinè ha aperto il 2018 con un lungo intervento messo nero su bianco con il contributo dei funzionari Neva Chiarenza, Marta Conventi, Luigi Gambaro, Stefano Roissi, Elisabetta Starnini, Antonella Traverso, Simon Luca Trigona. 'Per una valorizzazione diffusa dei beni archeologici nel territorio - Aree e musei civici dopo la riforma', questo il titolo dell'intervento, tocca vari punti. Tra questi, la situazione delle aree archeologiche.

"Destinazioni più varie e spesso incerte e disomogenee - scrive Tinè - hanno interessato quella che è forse la tipologia di luogo della cultura strictu sensu più diffusa e caratteristica del nostro paese ovvero le aree archeologiche. Quelle più importanti, a iniziare da Pompei e dal Colosseo ma anche Ercolano, Ostia, Paestum e perfino i Campi Flegrei sono state 'promosse' a parco archeologico e dotate di cospicui fondi e risorse [...] ma le altre aree archeologiche, quelle di secondo o terzo livello di interesse – misurato con il metro non sempre significativo del numero di visitatori – sono rimaste quasi sempre collegate alle Soprintendenze, anche dopo la successiva fusione delle Soprintendenze Archeologia con quella Belle Arti e Paesaggio nella cosiddetta seconda fase dell’ultima riforma. [...] Si tratta in quasi tutti i casi di aree non presidiate da addetti alla vigilanza del MiBACT e in diversi casi abbandonate a sé stesse, con quel minimo di manutenzione residua consentito dai limitati fondi disponibili nella programmazione annuale dei lavori pubblici".
Tinè precisa che "questa sorte ingloriosa delle aree archeologiche dopo il boom degli anni ’70-’80, quando i grandi scavi urbani e nel territorio le moltiplicavano in giro per l’Italia, non è responsabile solo l’ultima fase riformista del Ministero. Il loro declino era già da tempo ben avvertito dagli addetti ai lavori e dal pubblico e in qualche modo è stata conseguenza di una mancata strategia di valorizzazione a lungo termine, che si appagava troppo spesso del momento inaugurale senza preoccuparsi di assicurare la continuità della fruizione. Questa situazione di crisi delle aree archeologiche era, quindi, oggettivamente già consolidata e la sua sempre precaria e parziale risoluzione affidata alla buona volontà di singoli soprintendenti e funzionari delle storiche Soprintendenze per i beni archeologici. Oggi quest’onere è rimasto in capo alle nuove Soprintendenze Archeologia, Belle Arti e Paesaggio e la sorte delle aree archeologiche dipende dalla disponibilità residua dei pochissimi dirigenti archeologi che reggono dette Soprintendenze “olistiche”, dalla sensibilità dei dirigenti degli altri profili (architetti e storici dell’arte) e dalla propensione alla valorizzazione e non solo alla tutela che si rinviene in tanti, soprattutto giovani, funzionari archeologi del Ministero".

E nelle conclusioni del suo lungo intervento, disponibile in versione integrale sul sito della Soprintendenza ligure, il dottor Tiné - volto noto nello Spezzino, si pensi ai recenti passaggi tra Sarzana e Lerici - afferma che "la capacità di costruire ex novo di una domanda turistica per aree ancora pressoché ignote al grande pubblico rappresenta il solo, possibile volano per la loro piena valorizzazione e fruizione". Questa capacità, per il Soprintendente, "non rientra ancora nelle competenze e purtroppo forse nemmeno negli interessi primari della maggior parte delle amministrazioni locali". Ma, continua Tinè, "questa capacità di valorizzazione specialistica è posseduta invece, in dose sempre crescente, da archeologi professionisti, singoli e associati. La competenza scientifica e la propensione alla didattica e alla comunicazione possono fare e di fatto fanno la differenza. Laddove, infatti, il terzo anello della catena operativa di questo modello di gestione integrata è rappresentato da archeologi qualificati e motivati (come ad Ameglia) il meccanismo non si inceppa e diventa virtuoso. La spinta propulsiva offerta da questi operatori qualificati funge, infatti, da richiamo e da innesco del sistema pubblico, riuscendo a coinvolgere sia la Soprintendenza che i Comuni nel processo di valorizzazione e comunicazione". Insomma, i vantaggi ci sono eccome "quando un soggetto privato in possesso di adeguata qualificazione è capace di fare perno tra istituzioni e pubblico. Per questo motivo abbiamo cercato di insistere quando possibile, anche nelle previsioni contenute negli atti di intesa, per una chiara qualificazione professionale dei soggetti individuati per la gestione in concreto delle attività di fruizione pubblica. Non sempre, però, questo orientamento ha potuto essere accolto e si è necessariamente ripiegato su soggetti non qualificati appartenenti ad associazioni generiche. Anziani e appassionati sono in molti casi l’unica chance per la fruizione di aree insostenibili dal punto di vista strettamente professionale ma non garantiscono certo la stessa forza propulsiva di giovani archeologi ben motivati".

"Ancora molto va fatto - conclude Tinè - e qualcosa certamente rivisto e ricalibrato, ma temo che solo dalla piena sinergia tra i diversi livelli di enti pubblici e dal coinvolgimento di soggetti privati altamente qualificati e motivati possa scaturire quella piena integrazione delle aree archeologiche nel sistema educativo-scolastico e turistico in generale che tutti desideriamo e che queste aree meritano. E analoga considerazione può essere fatta per i piccoli musei civici di natura prettamente archeologica, che analogamente possono reggersi solo dal mutuo contributo di enti pubblici e soggetti privati. E che con le aree archeologiche di riferimento devono necessariamente dialogare e raccordarsi in un sistema unitario di attrazione e rinvii reciproci".

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