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Ponte Morandi, due anni dopo. Genova e la Ligurua non dimenticano

Il presidente del consiglio Conte: "Il vostro dolore è nostro". Dal comitato delle vittime per il ponte Morandi Egle Possetti: "Il San Giorgio è un inizio ma non basta. Tragedia vergognosa".

per non dimenticare
Ponte Morandi, due anni dopo. Genova e la Ligurua non dimenticano

Liguria - “Qualche giorno fa eravamo sopra per recuperare quel filo di rete autostradale che si era interrotto, per colmare la frattura, il vuoto che si era creato tra il levante e il ponente della città, oggi siamo qui per pensare ancora una volta alle 43 persone che non ci sono più”, così Giuseppe Conte, presidente del consiglio, a Genova nella nuova “radura della memoria” (ci sono anche i ministri De Micheli e Bonafede) all’inizio del suo intervento.
“Durante il viaggio ho ripercorso quei giorni, lo shock, la triste contabilità che cresceva di ora in ora, la speranza di poter recuperare qualche vita, il lutto, ma poi anche il ricordo di piazza De Ferrari, il mese dopo, una piazza gremita dove si misero in chiaro due cose: che Genova non sarebbe stata lasciata sola e che sarebbe stata fatta giustizia”, continua Conte.
La politica a volte promette e crea delle illusioni, noi ci siamo assunti una responsabilità e abbiamo garantito un impegno – ha continuato Conte – abbiamo lavorato con la comunità e gli amministratori locali per fare in modo che Genova possa rinascere”.
“E poi c’è stato un altro impegno, che non avremmo lasciato soli i familiari delle vittime, noi continueremo a sostenervi in questa vostra richiesta dell’accertamento della verità processuale e delle responsabilità di questo crollo, il vostro dolore e la vostra ferita sono il nostro dolore e la nostra ferita”, prosegue.
“Tutto questo non resterà confinato nel quadro dell’esperienza di vita familiare, vi sosterremo nel vostro sforzo di costruire una memoria collettiva – conclude il premier – Infine altro impegno è quello di fare sì che le infrastrutture siano più sicure”.

“Solo con la memoria non si potranno commettere ancora gli errori del passato e questa giornata è un tentativo di fermare l’oblio che facilmente può scendere sulle tragedie che nascono da gravissime colpe”. Così Egle Possetti, rappresentante del Comitato parenti vittime di Ponte Morandi, ha iniziato il suo discorso in occasione della commemorazione della strage del 14 agosto 2018, in occasione del secondo anniversario.
Un discorso duro e diretto, che in qualche modo ha riassunto quanto il comitato dice da mesi: “Il ponte Genova San Giorgio una rinascita per la città ma solo un piccolo passo per risalire dalla voragine che ci ha colpiti tutti insieme come nazione – ha continuato – In questi due anni abbiamo sentito dichiarazioni di profonda arroganza da parte di chi ha gestito e gestisce questa infrastruttura, l’arroganza che a muso duro non ha chiesto scusa nei tempi umanamente accettabile, l’arroganza di chi afferma di essere trattato come una cameriera, come se una persona che fa questo lavoro che sia meno dignità tutto questo unito a millantate manie di persecuzione e della pretesa di ricostruire un nuovo ponte dopo quanto avvenuto”
“Il nuovo ponte certamente un buon inizio ma non basta, non è sufficiente l’orgoglio per la ricostruzione- ha sottolineato – abbiamo necessità di qualcosa di più, abbiamo necessità che dalla testa china per il dolore e l’umiliazione subita anche gli occhi di tutto il mondo si possa essere un reale risveglio”
“Dovremo nuovamente tornare liberi di firmare concessioni eque, dovremmo avere giustizia, dovremmo accantonare la timidezza ed andare avanti a testa alta pretendendo quanto ci spetta di diritto come cittadini, dovremmo essere in grado di mettere all’angolo un sistema marcio che ha permesso il crollo di un ponte in Italia nel 2018, una strage che non sarebbe mai dovuta accadere”.
“La giustizia è un deterrente contro il ripetersi di altre stragi – ha concluso – non è più accettabile che i processi possono durare decenni e le parti lese, oltre dolore profondo, attendere una giustizia che forse non arriverà ma. La verità dovrà diventare anche la verità processuale. In questi due anni in mezzo alla melma che ci ha gettati a terra, abbiamo conosciuto persone meravigliose che con passione instancabile, senso profondo del dovere, lavorano ogni giorno con grande forza e determinazione, questo per noi molto importante, li ringraziamo con tutto il cuore. C’è qualcosa di sacro nelle lacrime – ha concluso nella commozione generale – non sono un segno di debolezza ma di potere, sono messaggere di dolore travolgente e di amore indescrivibile”.

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