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Genova, rientrano gli sfollati: "Una violenza dover far tutto in due ore"

Genova, rientrano gli sfollati: "Una violenza dover far tutto in due ore"

Liguria - «Abitavo in questa casa dal 2007: era la casa dei miei nonni, dove è nato e cresciuto mio padre. Resta l'amarezza di dover lasciare tutto senza salutare, come normalmente dovrebbe accadere quando si fa un trasloco. Il nostro è un lutto senza possibilità di elaborazione». La tragedia degli sfollati è arrivata a un punto di non ritorno: il loro dolore sembra non avere fine.

È un addio - «Se tutto va bene io rientrerò domenica mattina alle 8.30, quindi sarò qua dalle 8 per le operazioni di pre-ingresso». Inizia così il racconto di uno degli sfollati di via Porro, presente oggi durante i rientri dei suoi vicini ma ancora in attesa di poter finalmente tornare in casa sua. «Abbiamo già avuto un paio di primi accessi: in quei momenti abbiamo preso il minimo indispensabile, le cose più urgenti. Da allora sono trascorsi 2 mesi, 2 mesi di incessante attesa per quello che dovrebbe esserci dato senza neanche chiederlo: la possibilità di recuperare le nostre cose all'interno di case che teoricamente sono teoricamente intonse, nessuno le ha più toccate da quel giorno». Sul suo viso campeggia una smorfia di pura rassegnazione, a tratti inframezzata da una rabbia profonda per la situazione che tutti quelli nella sua condizione da un giorno all'altro si sono trovati a vivere: «Che dire, è una violenza» continua «una violenza dover fare tutto in due ore, anche per più ingressi. Questo non permette di ragionare in maniera lucida in un contesto come questo, per nulla stabile emotivamente».
Continuando a parlare, viene fuori che lui non viveva da molto nella casa a cui è stato tristemente strappato dal crollo di Ponte Morandi, ma che comunque le era profondamente legato da tutta la vita: «Abitavo in questa casa nel 2007: era la casa dei miei nonni, dove è nato e cresciuto mio padre. Ho anche una casa all'inizio di via Porro, che era di mia madre, ma logicamente lì non ci abitavo. Resta l'amarezza di dover lasciare tutto: chiaramente i muri non si possono portare via, i mobili presumo nemmeno. Resta l'amarezza di dover lasciare senza salutare come normalmente dovrebbe accadere quando si fa un trasloco. Il nostro lutto è senza possibilità di elaborazione: subiamo con la dignità che abbiamo sempre tenuto in questa vicenda che ci vede, nostro malgrado, tragici protagonisti».
E alla fine del suo racconto la rabbia assume la forma di un'amara consapevolezza: «Non ho mai pensato di poter far rientro definitivo in casa» conclude «e a questo punto lo credo ancora meno».

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