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Sopra il termine 'cultura', il pensiero di Alberto Scaramuccia

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Alberto Scaramuccia

- La lettera di Luca Basile sullo stato della cultura, pubblicata nei giorni scorsi su questa testata, mi ha fatto riandare al primo degli ormai quasi mille articoli che ho scritto sulla nostra città. Era il luglio 2006, uscì sulla Gazzetta cartacea dove inaugurò i miei interventi e si occupava appunto di cultura. Scrivevo che questa parola può avere significato sapienziale o antropologico (allora mi esprimevo così) per dire che con identico termine si indicano le attività creative o la mentalità corrente, nel nostro caso di in territorio.

Ho sempre nutrito rispetto per chi occupa la carica di assessore alla Cultura, figura che alla Spezia è stata ripristinata da non molto tempo dopo una lunga vacanza in cui quel ruolo fu demandato all’Istituzione per i servizi culturali il cui operato non era sottoposto al giudizio che i cittadini esprimono nelle urne. Assessore alla cultura è carica improba perché di quante cose deve occuparsi: dalle arti figurative alla danza, dal teatro alla poesia, dalle attività private agli eventi pubblici, senza dimenticare, ovviamente, la storia. Rabbrividirei se mi proponessero di ricoprire quella carica e non perché sia estremamente consapevole delle mie tante incapacità, la prima essendo quella di gestire le clientele. È che non accetterei mai un ruolo che non mi è chiaro nei suoi compiti proprio perché Cultura è termine ambiguo ché riempire il Civico è diversa cosa dall’accrescere la consapevolezza di sé di una collettività. Eppure è utile, come
verifichiamo in questi giorni.

Ma Basile, che ad interessarsi di queste cose ricevette deleghe, seppur diverse fra loro, pone il problema di come e quanto l’Istituzione debba supportare la, chiamiamola così, iniziativa privata. È questione annosa e di non facile risoluzione che dietro di sé ha sempre l’alea del favoritismo. Ricordo che qualche anno fa ci fu una serie di iniziative a favore della cultura indipendente. Io intervenni sostenendo che la cultura deve invece dipendere dal mercato: non per assecondarlo ma per riceverne l’apprezzamento che è suggello di validità.

Dirai, ma se il mercato non risponde e l’opera è invece meritoria di consenso? Ricordo un esempio illustre: Proust pubblicò a proprie spese il primo libro della Recerche che gli editori gli rifiutavano, cosa nono bella da dirsi ma che evita l’alea di fare figli e figliastri. Sono, però, convinto che, per superare l’ambiguità insita nel termine cultura, ci si debba chiedere se l’intervento che si attua è un fine che si esaurisce in se stesso, oppure uno strumento che consenta a chi ne usufruisca di conoscersi meglio.

Alberto Scaramuccia

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