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"Perduto il legame con gli artisti locali, cultura solo 'di mercato' ormai alla Spezia"

l'ex assessore
"Perduto il legame con gli artisti locali, cultura solo 'di mercato' ormai alla Spezia"

- "Un po’ di tempo fa Paolo Marcesini ha sollecitato a riflettere sul tema della ormai totale mancanza, nella nostra città, di una linea organica di politica culturale e di un’offerta conseguente. La crisi pandemica, le paure e le difficoltà che essa impone potrebbero costringerci, almeno, a mettere a fuoco quali dovrebbero essere le linee-guida per una ripresa anche su questo terreno; si da cercare di colmare tale vuoto.
Al di là dei riferimenti privilegiati dal suo ragionamento, mi pare che esso colga un punto effettivo. Al netto di alcuni radi risultati che riteniamo giusto riconoscere per quanto concerne la programmazione teatrale estiva e, più generalmente, del Teatro Civico (accompagnati, però, da un siparietto un po’ risibile sulla governance interna), ci pare che siano venuti meno i caratteri di un’offerta culturale “condivisa”, capace di coinvolgere il territorio e, insieme, di alimentare la diffusione del senso critico, dello studio, della capacità di comprendere in senso storico i problemi del presente. Da un lato, infatti, la trama dell’associazionismo locale, di operatori e soggetti mobilitabili sul obiettivi di crescita territoriale condivisa appare dispersa. E’ stato del tutto deposto, per esempio, lo sforzo di collegare ad un centro dedicato al contemporaneo come il CAMEC l’insieme degli artisti locali, valorizzandone il contributo nel loro complesso (ancora attendiamo di conoscere che fine abbia fatto l’impegno, preso dal Sindaco e dall’allora Assessore Asti, ad editare un apposito catalogo della mostra “Generazioni” ad essi precedentemente dedicata). Dippiù: sembra ormai scomparsa la preoccupazione di sostenere con impegno pubblico le realtà peculiari della vita culturale cittadina; tentando magari, di costruire iniziative comuni. Il disinteresse per i destini del Circolo “Il Gabbiano” rammentato da Marcesini ne è di riprova. Prevale un approccio puramente “privatistico” e “di mercato”, quando le ristrettezze imposte dalla crisi chiederebbero di dare priorità, in ambito culturale, proprio alla tutela del tessuto partecipativo locale. Due casi possono essere considerati esemplari in merito. Da un lato, l’affido a privati di quello che era il centro Dialma Ruggiero (tra l’altro, con il paradossale esito della riassegnazione ai precedenti gestori, dopo le iniziali levate di scudo). In tal modo è venuta meno la possibilità per diverse attività associative di trovare li una casa per i propri corsi e le proprie iniziative, pagando prezzi d’affitto al di fuori dei canoni di mercato. Da un altro, la trasformazione di ruolo del Centro Allende, che, in definitiva, ne ha mutata la destinazione d’uso. Nessuno nega che presso la Pinetina, in estate, si possono tornare a svolgere – con il successo che anche quest’anno si è registrato – attività di ristoriazione e di intrattenimento particolarmente rivolte alle nuove generazioni. Tuttavia, ciò che è avvenuto è che quell’ambito è finito appaltato per più anni a privati, con l’esito di destinare anche l’interno del centro ad un esercizio a carattere di prevalente ristorazione, e così escludendo di fatto che l’Allende venga ancora impiegato quale ambito convegnistico ed espositivo pubblico di cui possa usufruire l’insieme dell’associazioni e degli operati culturali. Al netto delle ingenti difficoltà imposte dalla circostanza pandemica, sembra difficile che in futuro, in un clima che speriamo prima o poi un poco migliore, una associazione, un autore locale, un gruppo di artisti possano trovare uno spazio nel pieno della realtà cittadini in cui poter presentare un libro, svolgere un convegno o realizzare una mostra senza dover pagare un prezzo al di fuori della loro portata, congruente ad un parametro “popolare”. Nonostante l’effettivo, scarso investimento per la riqualifica del quel luogo – spesso imposto (chi scrive ne sa qualcosa) dalle ingenti spese dovute al peso del settore puramente conservativo nella nostra offerta culturale, in specie museale, tanto caro a molti promotori dell’attuale gestione dell’Allende -, esso, sino a pochi mesi fa, poteva essere agilmente richiesto per ospitare attività di tale natura. Adesso non solo ciò non è più praticabile, ma gli interventi previsti rischiando di rendere difficilmente recedibile una simile circostanza. Del resto, quando le amministrazioni di sinistra, e in particolare i comunisti, decisero, ormai molti anni fa, di tramutare l’area della “Pinetina” nel Centro, intesero, fin dalla titolatura, farne non solo un luogo ricreativo ma di autentica partecipazione culturale. Parliamo di un approccio cui si tenne fede fino all’organizzazione dell’appuntamento estivo di “Boss”. Infatti, con quella programmazione s’offrì ai giovani spezzini non una sorta di semplice bar-discoteca all’aperto (cosa certo piacevolissima) ma un’occasione per incontrare concerti di musica sperimentale, cicli di mostre, happening e performance, esperienze di approfondimento. Sta tutta qui la differenza di approccio e di gestione. Altri casi potrebbero esser richiamati. Ancora uno fra i tanti: la mancata convocazione del Comitato scientifico della Mediateca – che al momento del suo avvio fu nominato valorizzando alcune eccellenze spezzine –, a cui ha fatto seguito, inevitabilmente, la completa assenza di iniziativa. A fronte di un simile quadro di estrema demotivazione dell’iniziativa culturale e di sostanziale privatizzazione sarebbe necessario tornare a ragionare proprio su quale indirizzo debba essere assunto dall’offerta culturale pubblica nella nostra città.
L’interrogativo riesce tanto più aspro in virtù del clima comportato dall’emergenza pandemica e dalle restrizioni che essa impone. Il “deserto” culturale spezzino fa da riscontro, purtroppo, dell’ inclinazione prevalente su scala nazionale a “privatizzare” gran parte dell’offerta culturale e, parimenti, a ridurla a mero contenuto di consumo (tendenza purtroppo assolutamente non contrastata da quel buon dirigente politico ma cattivo ministro che è l’On. Franceschini). Prevalgono le mostre “block-buster” e l’esaltazione della Ferragni in visita agli Uffizi. Tempo fa qualcuno disse che “con la cultura non si mangia”. L’affermazione suonava certamente urtante e retriva ma le sue confutazioni, spesso, non sono apparse provviste di un segno diverso. In molte occasioni, infatti, con la cultura “si mangia” ma il prezzo – al massimo del paradosso! – è quello di abolire ogni attività concernente la crescita del senso critico. Si tratta, del resto, degli effetti di quel lungo ciclo di ameno parziale egemonia neoliberista che, da lontano 1978 in poi, dopo un’onda di lotte e di redistribuzione del potere sociale prima sconosciuta, ha puntato, purtroppo con successo, a sostituire non solo il ruolo della rappresentanza politica, dei partiti, dei sindacati, ma anche degli intellettuali e degli studi genericamente (e forse impropriamente) definiti “umanistici” con quello dei mass-media: dalla televisione ai dispositivi telematici che ne sono seguiti. A loro sono stati affidati i principali compiti educativi; sì da propagare modelli di consumo uniformi – basati su una vera e propria ideologia dell’impresa – intorno ai quali plasmare semilavorati umani sottratti alla critica ed al cimento nel conflitto. Ricordare i contorni di un siffatto contesto è a mio parere indispensabile anche per intendersi sulla natura degli sforzi che debbono venir profusi sul piano locale. Non si intende certo prospettare l’incompatibilità d’una adeguata politica culturale con l’efficacia della promozione turistica e con misure di crescita e sviluppo – specie in un contesto così denso di potenzialità come quello spezzino. Riteniamo, tuttavia, che lo sforzo che sempre dovrebbe guidare l’impegno pubblico sul terreno culturale debba concernere il problema di come favorirne la socializzazione senza far venire mai meno il continuo rovello intorno ai contenuti di senso, alle inquietudine dell’oggi, ai suoi linguaggi, spesso contratti lungo la linea d’orizzonte d’una sorta di “eterno presente” (Papa Francesco ha formulato in merito illuminanti indicazioni della sua ultima Enciclica). Di qui l’importanza di mobilitare e far convergere il contributo delle diverse realtà associative e dei circuiti presenti sul territorio: dalle arti visive, alla musica, alla storia locale, alla più generale promozione di eventi.
Nel bel volume, uscito di recente, di M.C. Mirabello e G. Pagano “Un mondo nuovo, una speranza appena nata – Gli anni sessanta a La Spezia e in provincia” è documentato come, a ridosso della data periodizzante rappresentata dal ’68, a fianco ad altre esperienze, fiorì, proprio per quanto pertiene le arti visive, una pluralità di iniziative collettive di ricerca che si riversò, poi, nel decennio successivo, entro l’ampio lavoro della “Commissione Arti Visive”, la quale provò a saldare – anche con grandi mostre tenute al Centro Allende – messa a valore della tradizione artistica nostrana, promozione delle nuove energie ed approfondimento di autori e tematiche caratterizzare da una portata generale particolarmente significativa.
Sulla scorta, forse, d’una diversa valutazione complessiva circa il rapporto cultura-mercato comincia qui, probabilmente, il nostro elemento di dissenso dall’ottica che presiede, ci pare, al ragionamento di Marcesini. Se guardare all’indietro per capire come orientarsi nel futuro è indispensabile, riteniamo che una linea riformatrice di politica culturale debba volgersi più a quella stagione che alla fase avviata nella nostra città durante gli anni ’90, sulla scorta della suggestione compendiabile nella formula “Spezia città del musei”. Al netto d’una condizione generale di risorse purtroppo non replicabile (e drasticamente aggravata dalla crisi Covid), d’una indubbia priorità assegnata al capitolo cultura e di investimenti che rivelarono, comunque, una sensibilità ben diversa a paragone dell’odierna, tale stagione fu segnata dall’idea “illuministica” di un’offerta patrimoniale ed espositiva decisa da pochi, presunti “ottimati” e risultò anch’essa indifferente ai nodi del dibattito teorico e, soprattutto, alla esigenze di partecipazione attiva. Sorsero, così, molti ambiti vocati alla mera conservazione ma destinati a rischiare di rimanere dei “contenitori vuoti”.
In tempi più recenti, s’è cercato di colmare una certa difficoltà del coinvolgimento del tessuto locale, combinando tale sforzo con l’intenzione di ampliare l’impegno per l’approfondimento critico. L’obiettivo era intrecciare partecipazione democratica e studio, rigore e mobilitazione collettiva – a partire dalle associazioni e dagli operatori. Si cominciò col riunire alcun gruppi di ricerca dedicati ai principali settori del “lavoro culturale”, cui fece seguito la stabile convocazione del “Forum cultura”. Fra i principali risultati vanno ricordati l’avvio di un maggiore avvicinamento del CAMEC alla geografia degli artisti spezzino, con il ciclo di mostre “Mettiamoci la faccia” – dedicato a giovani – e quello, già citato “Generazioni”, nella prospettiva di un rafforzamento del profilo di pinacoteca civica di tale museo, nonché la costruzione del tavolo “Insieme è cultura” con la fondazione Carispe, attraverso il quale i criteri d’assegnazione dei bandi da questa promossa furono programmati con la consultazione attiva dell’associazionismo. Insieme a ciò, furono realizzate apposite serie di appuntamenti ideati e veicolati proprio grazie alla collaborazione colle principali realtà associative ed istituzioni culturali: dalla “Società Dante Alighieri” all’“Accademia Cappellini”, al “Rotary”, etc.. All’insegna di un simile lavoro di crescita civile sono nate le iniziative dedicate alla ricorrenza della prima guerra mondiale, a figure come Pasolini, Fortini, Croce, Machiavelli ed al nostro poeta Giudici, alla vicenda nazionale e locale della avanguardie (dal centenario del Dada al convegno sul “Gruppo 63”), alle forme odierne del linguaggio poetico, ancora valorizzando le risorse presenti sul territorio. Durante questi appuntamenti presero la parola, piuttosto che figure cialtronesche come quella di Sgarbi (comparso, per il vero, solo al momento di un iniziale tentativo, un poco patetico, e poi fallito, di condire l’attuale vuoto non diremo con l’imitazione provinciale, ma con la semplice nostalgia per la “Milano da bere”) alcune tra le maggiori personalità italiane: da filosofi come Cacciatore, Tagliapietra, Vacca, a storici come Tarquini e Baldini, a studiosi di letteratura come Ossola, Asor Rosa, Lorenzini e Curi, a poeti come Balestrini, a storici dell’arte come Barilli, ad esponenti politici di primo piano (fra cui due ex Presidenti del Consiglio).
Ecco: ci auguriamo che la riflessione stimolata da Marcesini possa proseguire tornando a verificare la possibilità di costruire nell’alveo del nostro territorio un tipo di politica culturale che provi ad affrontare i termini attuali di quella che Gramsci indicava come la “questione degli intellettuali” e sia propulsiva d’una spinta partecipata sui temi del “contemporaneo”, intimamente legati alla vocazione ed alla biografia della nostra città; in maniera da rifuggire le due convergenti propensioni a concepire l’offerta culturale quale mero peso da sottoporre a misure di “rigore” o privatistiche (in questo quadro si inserisce – ci sembra – anche la scelta a direttrice del sistema bibliotecario civico di un funzionario rispettabilissimo ma con profilo estraneo agli studi storici, di biblioteconomia e, più generalmente ad una adeguata formazione scientifica) o a ridurla ad un ramo dell’industria dell’intrattenimento.
Ci piace concludere questo nostre osservazioni richiamando ampiamente gli argomenti avanzati da uno dei maggiori studiosi italiani del secolo scorso, lo storico dell’arte G.C. Argan. Ormai diversi anni fa egli osservava: “Alla classe dirigente non piace che i ragazzi imparino a riconoscere il fatto culturale, a decodificarlo: debbono venir su cinici ed affaristi, considerarlo solo in rapporto ai beni economici, che chi possiede sfrutta come gli pare”. In contrasto rispetto ad una simile piega storica s’imponeva, egli diceva, l’esigenza, per esempio, di sostituire “al museo-sacrario o al muse-forziere non il museo-collettore, ma il museo-laboratorio”, inteso “a documentare l’arte come oggetto di una ricerca scientifica”. Un ragionamento analogo potrebbe valere per altri ambiti e strumenti. Lucidamente, il grande storico rimarcava come un simile impegno avrebbe dovuto fare i conti con la drammaticità dello scenario che stava venendo avanti, in cui “il nuovo ciclo evolutivo dell’umanità” sembrava già assumere un carattere di consumo “né psichico, né, per carità” – soggiungeva con amara ironia – “intellettuale, ma biotecnologico”. Di qui l’urgenza di tornare a suscitare il maturare collettivo d’una qualche consapevolezza storica.
Siamo convinti che, pure nel piccolo alveo di una comunità cittadina, la qualità della programmazione culturale possa essere misurata a fronte dell’atteggiamento verso tali grandi problematiche di fondo. Secondo livelli diversi di coscienza, l’orientamento generale riguardo ad esse ne decide il segno. Auspichiamo che, nonostante la tragicità dell’attuale stagione pandemica – ed anzi in sua virtù, la discussione stimolata da Marcesini possa esser affrontata anche da questo lato, certo avvertiti delle infinite difficoltà dovute ad un tempo un po’ stupido, in cui trionfa l’ebete volgarità della stessa società dei consumi".

Luca Basile
Ex Assessore alla Cultura
Comune della Spezia

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