Le papere di Central Park-Mei , l'eterno Holden dell'atletica mondiale
- 26 agosto 1986- 26 agosto 2011.
Il calcio, Maradona, il ciclismo di Pantani e prima, leggendolo, di gente alla Battistini, mi hanno sempre preso come lavoro e fatica di inviato. Farisei biondi, muscoli possenti e torniti, la calma tetragona di Zoff, tante immagini. Ma se devo dirla tutta, ed escludere una splendida sera da tifoso al camp Nou per una coppa campioni del Milan, e le lacrime vere liberate per Juventus-Spezia al gol di Padoin o la bellissima sofferenza di Padova e Verona, mi sono emozionato due volte guardando l’atletica. La prima data 10 giugno 1981, ero spettatore in una serata torrida a Firenze, andato al vecchio Comunale apposta per vedere Sebastian Coe. Gli 800 partirono alle 23 e 5, con venticinque gradi, che avevano mandato in panne perfino il cronometro che aveva così regalato al giovane puledro Carl Lewis un tempo sui 100 sui 9.92, poi corretto in un più ovvio 10.13. Vidi correre Coe come piace alla gente ed alla storia, girando i 600 in 1.15.00, facendo gli ultimi 200 in 26.7. Per un finale di 1.41.73. Esultai come si esulta per un gol, insieme ad un pubblico che visse quei due giri in maniera fantastica, nell’ambiente migliore, nel pathos più forte. La seconda volta però, fu più forte, ma davanti ad una televisione, di casa, legato a due persone delle quali avevo già scritto molto e che conoscevo ed apprezzavo, Mei e Leporati.
Perchè io ho sempre spalancato gli occhi ed aperto bene le orecchie davanti ad atleti e persone speciali. Quella sera, come raccontarono i giornali tedeschi che sapevano fondamentalmente un tubo di come fosse nata l’impresa, Mei ebbe un momento della sua vita “ animalescamente posseduto”. Con lui volarono le nuvole fantasiose della mia città, ed io, steso a terra, inginocchiato davanti alla televisione, stringevo i pugni come per un gol, un sacro gol. Mei aveva appena vinto i 10000 a Stoccarda, uno spezzino campione europeo, con rabbia, battendo campioni senza valore, perché forse vinti dalla loro stessa fama, imbruttita. E quello che sembrò un gioco di squadra in fondo era proprio l’esatto opposto. Perchè Mei aveva vinto proprio contro la squadra, che aveva giocato contro di lui. Lui, definito, insieme al suo allenatore ed a Sandro Donati, il Savonarola del tempo, “Alienati dell’atletica, capaci di mandare Mei allo sbaraglio sui 10000, per contrapporlo a Cova”. Leporati non sarebbe stato neppure aiutato dalla Fidal, che non lo convocò, e lo fece arrivare in Germania a sue spese, pagandosi il biglietto, restando a guardare dietro la recinzione. Poco prima del via, Stefano cercò di parlare sia con il suo allenatore che con Donati:”Mi sento solo come un cane, tutti intorno a Cova ed Antibo”. Donati lo invitò a scaldarsi proprio sfidando il nemico che aveva in casa, correndo cioè in senso opposto al loro training. Prima di entrare nella camera d’appello, gridò un “oggi quelli li distruggo” che resta memorabile nelle orecchie dei volontari tedeschi. Un grido fondamentalmente di libertà, da cuore impavido. Quando la gara terminò, nella pioggerellina che ti entrava nelle ossa, Stefano era Campione d’Europa:”Senza trucchi, senza emotrasfusione e senza anabolizzanti” scrisse Donati. E come si esultò per un gol si litigò quella sera per una vittoria, visto che i sostenitori di Mei si scontrarono, non solo verbalmente, con quelli di Cova sugli spalti. Pochi giorni dopo sfiorò il bis nei 5000, guadagnando però un argento comunque storico. Molti dimenticano, colleghi compresi, che poco ne hanno parlato, di ciò che avvenne dopo, e che solo Donati nel suo “Campioni senza valore” ebbe il coraggio dei scrivere:”Solo Mei aveva fatto quella sera l’antidoping, contrariamente a quello che era stato stabilito e comunicato ufficialmente, non in tutti i casi i primi tre erano stati controllati”. Oggi, 25 anni dopo, lui è rimasto l’eterno Holden di sempre, il ragazzo forse irriverente, poco incline a piegare la schiena, sorridente ma deciso, tifoso ma critico, uomo di sport. Un ribelle che sa gestire la sua figura, di giornalista, di rappresentante della Fidal, di poliziotto. E così e il suo mentore, Federici Leporati, una faccia pulita, che ha capito che la cultura dello sport, non sostenuta dal buon senso è raddoppiata follia. Avere la coscienza pulita è segno di cattiva memoria, se non hai l’animo pulito. 25 anni dopo l’atletica della sua città non ha più una pista autonoma sulla quale correre, e deve perfino tenere in silenzio che Franco Arese, solo alcuni giorni fa, sia venuto (nel quasi anonimato) alla Spezia per parlare con la Marina Militare e risolvere la querelle Montagna. L’Holden Caulfield dei giorni nostri, irriverente al tempo ai capitoli della vita, ha saputo però trasmettere un messaggio che arriva fino a noi intatto, regalando perfino a noi giornalisti, eterni svaccati mercanti di parole, quelle più dolci e intriganti per l’impresa. Scrisse Quercetani anni fa che “in materia di possibilità umane, l’atletica leggera dimostra che non si potrà mai essere certi che sia stata detta l’ultima parola”. L’atletica potrà ancora essere piena di stelle, ma tutti i nostri incantesimi rimarranno legati a quelle gambe, che mulinarono il più bello ed inimmaginabile sfolgorio d’azzurro della storia dello sport italiano.
Venerdì 26 agosto 2011 alle 09:29:24
ARMANDO NAPOLETANO
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