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Ultimo aggiornamento: Martedì 23 Luglio - ore 18.50

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Sweet Dreams are made of this

Fotografia ed editoria per Cristiano Guerri. Di Francesca Cattoi, Alessio Gianardi e Samuel Daveti.

Le migliori intenzioni
Sweet Dreams are made of this

- Dopo la partecipazione a questa rubrica di Marco Ursano (Edelweiss), intervistato da Andrea Bonomi e Marta Borsi, ho pensato di proporre la formula ad un altro amico. Cristiano Guerri (La Spezia, 1965) è art director della casa editrice Feltrinelli e vive a Milano dal 1998. Insieme a Valeria Maggiani, sua moglie e altrettanto talentuosa spezzina, porta avanti il progetto 0_100 Editions. Ha prodotto 11 numeri della rivista 0_100 e ha collaborato nel tempo con fotografi come Coley Brown, Valentino Barachini, Alan Chies e pubblicato, in edizioni monografiche, Shinya Arimoto, Todd Fisher, Akito Tsuda e Victoria Crayhon. In questa intervista ho chiesto la collaborazione di Alessio Gianardi (Il partito preso delle cose) e Samuel Daveti (I tre cani). Alessio pratica la fotografia analizzando i mezzi e la materia per produrre immagini, mentre Samuel si occupa di editoria e fumetti: due personalità complementari per porre delle domande a Cristiano, così da poter approfondire la sua conoscenza attraverso le risposte.

Francesca Cattoi (FC): Iniziamo facendo qualche passo indietro. Quando ci siamo conosciuti, agli inizi degli anni Novanta, frequentavi l’Accademia di Belle Arti a Carrara e producevi opere d’arte molto interessanti, pittura e scultura, in cui spesso utilizzavi elementi presi dalla natura. In città avevi esposto al Gabbiano arte contemporanea in una personale e avevi vinto due edizioni dei Giovani linguaggi dell’immagine. Nella seconda edizione, il premio consisteva nella doppia personale con un altro vincitore, Lorenzo D’Anteo, al Ridotto del Teatro Civico, che ho curato insieme a Mario Commone. Perchè hai smesso di dedicarti alla pittura e alla scultura a favore della fotografia?
"Ho cominciato a sentire faticosa la condizione estremamente solitaria della pittura e della scultura. Avevo la sensazione di sottrarmi progressivamente sempre di più e ne ho avuto timore. Sentivo il bisogno di un linguaggio più “oggettivo” (le virgolette sono d’obbligo) che mi consentisse di poter testimoniare quella nuova stagione della mia vita che ha coinciso con la nascita della mia famiglia, dei miei figli, più semplicemente di sentirmi più partecipe del mio presente".

Samuel Daveti (SD): Quando e perché ti sei trasferito da una città di provincia come La Spezia a Milano? È stata una scelta difficile?
"Mi sono trasferito a Milano 20 anni fa. Alla Spezia avevo fondato con Alfio Antognetti il TamTam Studio. Abbiamo cominciato disegnando le cover dei bootleg di un noto produttore locale. E’ stata la nostra piccola fortuna iniziale, ci ha permesso di avviare lo studio e di sognare per un po’ di poter esprimere la ricerca e creatività, maturata in anni di studio insieme all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Ma gli anni successivi alla Spezia sono stati difficili: le realtà lavorative erano consolidate e impermeabili a due giovani professionisti che cercavano di trovare il loro spazio. A quei tempi poi lavorare in remoto era impensabile e questo non facilitava certo le collaborazioni con realtà esterne. A quel punto la scelta, seppur non facile, è stata obbligata".

SD: E’ uso comune intendere l’autoproduzione in modo negativo come metodo produttivo per chi non è stato riconosciuto dal sistema culturale “vero”. Per te, che ricopri un ruolo così importante per un editore storico come Feltrinelli, cosa significa autoprodursi?
"Credo che sia stata proprio l’esperienza acquisita all’interno di una grande casa editrice a farmi maturare il desiderio di sviluppare un progetto di ricerca totalmente autonomo. Il ruolo dell’art director è quello di interpretare il linguaggio visivo più idoneo a rappresentare il libro e il suo autore. Questo prevede un confronto costante e articolato con gli editor, con la direzione editoriale, alle volte con l’autore, il tutto accompagnato anche da valutazioni riguardanti il mercato e la sua solitamente imprevedibile risposta. 
Ricoprire contemporaneamente tutti i ruoli che affollano questo articolato processo può essere estremamente stimolante e liberatorio. Naturalmente ciò è reso possibile dai numeri esigui del self-publishing e dal carattere estremamente specialistico delle pubblicazioni".

Alessio Gianardi (AG): Nelle pubblicazioni di 0_100 Editions, la maggior parte delle immagini riguarda l’osservazione della natura, la natura antropizzata e come l’uomo si relaziona ad essa; il tema è largamente investigato dalla fotografia da trent’anni a questa parte. C’è un motivo personale riguardo a questa evidente scelta editoriale?
"Non riesco ad interpretare la direzione intrapresa con 0_100 Editions come una precisa scelta editoriale. Credo semplicemente di aver aderito istintivamente a tematiche che sono da sempre oggetto di investigazione e ricerca nel campo delle arti e del pensiero e che sento profondamente connaturate. Anche le mie precedenti esperienze nel campo della pittura, delle installazioni tendevano in questa direzione".

AG: 0_100 Editions pubblica foto-libri di un indiscutibile pregio: molto curati formalmente, peculiarità che trasferisci dal tuo lavoro presso Feltrinelli, e che, a livello di contenuti testimoniano un elegante ricerca visiva. L’estetica ha molto rilievo nel nostro tempo e, a questo proposito, ti chiedo, e mi chiedo, che funzione ha la bellezza nella contemporaneità della fotografia?
"Oggi, grazie all’introduzione di sempre più moderni e sofisticati strumenti, assistiamo a una vera e propria bulimia di immagini caratterizzate da una qualità media più alta che in passato, ma prodotte non tanto per essere guardate quanto per essere “condivise”. Valutazione e riconoscimento si misurano in base all’apprezzamento decretato dai social.
La velocità diventa un fattore determinante di questo processo e come tale può condizionarne anche le regole estetiche. Nonostante il profondo cambiamento nel gusto e nella percezione, io non credo che questo tipo di approccio possa sostituirsi completamente a un modo di guardare la fotografia fatta da “chi sa mettere bene le cose”, come diceva Sergio Fregoso, caro concittadino, cui tanti di noi devono molto".

SD: Hai avuto il merito di scoprire giovani talenti dell’illustrazione, uno su tutti: Emiliano Ponzi. Quali sono i canali che utilizzi per tenerti aggiornato su quello che sta succedendo?
"Ho avuto la fortuna di incontrare Emiliano quando era all’inizio del suo percorso, ancora in cerca della sua direzione o per meglio dire dell’occasione che gli avrebbe consentito di esprimere tutto il talento e la ricchezza di immaginario che “covavano” in lui. E’ stato un incontro che ha arricchito creativamente entrambi: le sue illustrazioni per le serie di José Saramago e Charles Bukowski hanno ottenuto importanti riconoscimenti internazionali e quegli stessi progetti sono stati la premessa per il mio successivo progetto di restyling della collana Universale Economica.
Nel mio lavoro l’aggiornamento è essenziale. La curiosità dovrebbe essere una caratteristica imprescindibile di ogni art director. Naturalmente la rete offre innumerevoli opportunità, la difficoltà maggiore sta nel riuscire a filtrare ciò che serve senza farsi fagocitare. Altre occasioni di incontro sono rappresentate dalle mostre, dalle fiere. Recentemente sono stato invitato a far parte di una giuria per una nota rivista di illustrazione americana, è stato molto stimolante. Alle volte mi capita di fare incontri interessanti durante i laboratori con gli studenti delle scuole di illustrazione, i ragazzi non sono ancora strutturati e le scoperte possono risultare sorprendenti".

AG: Il mio personale interesse nei confronti della fotografia è analizzare la materia fotografica per i suoi aspetti intrinsechi, nei processi chimico-fisici che hanno portato all’invenzione, desiderio e definizione, dell’archetipo “immagine”, termine ad oggi fagocitato dal furore convulso e confuso di se stesso. Il compito di portare avanti il discorso è senza dubbio una responsabilità per sopperire alla facilità velleitaria con la quale oggi le immagini vengono prodotte; non nego di invidiare sinceramente il coraggio da parte dei fruitori doviziosi e ancora di più degli operatori diligenti: le pubblicazioni di 0_100 Editions hanno la volontà di appagare la prima categoria e gli autori, te compreso certamente, fanno parte della seconda. Per questo motivo provo a soddisfare attraverso di te queste domande dalle risposte (per me) impossibili: in che modo l’immagine può esistere nella contemporaneità? Quali sono le sue caratteristiche?
"Purtroppo temo che anche le mie risposte non saranno esaustive. Provo a risponderti richiamando ancora il pensiero di Sergio Fregoso: “A volte diciamo che una cosa è senz’anima. Come si vede l’anima in una fotografia (che è pur sempre una cosa)? Il colore del tempo può essere quest’anima. Ma le cose di oggi, di questo momento?” Ecco, forse a certe domande si può solo rispondere mantenendo le questioni aperte".

FC: Da anni vivi a Milano con Valeria e i tuoi figli, Maddalena e Sebastiano. Cosa ti tiene legato alla Spezia, oltre agli affetti familiari e al mare, dove porti ogni estate anche i tuoi figli? Cosa ti porti dietro della nostra città, dei luoghi dove sei cresciuto, nella vita quotidiana a Milano, dove hai comunque trovato piena realizzazione professionale e tante occasioni e riconoscimenti?
"Ci ho riflettuto un po’ per raccogliere qualche pensiero che non fosse retorico o svenevole. Alla fine però mi sono reso conto che in questo modo rischiavo di razionalizzare troppo. In altre parole lo spezzino che è in me stava prendendo il sopravvento con la sua dose di inevitabile cinismo. E allora, sperando di essermi liberato di questo rischio, provo ad articolarti di getto quello che mi viene.
Credo che molti di coloro che sono nati alla Spezia e che poi hanno dovuto lasciarla, abbiano mantenuto con la città un rapporto conflittuale. I luoghi meravigliosi che hanno accompagnato la nostra crescita hanno rappresentato per molti di noi una promessa non mantenuta. E tuttavia, sarà pure retorico, quei luoghi restano. Negli anni della mia giovinezza la città era talmente spoglia di punti di incontro e attrattive che il paesaggio era sfondo e protagonista di tutte le principali esperienze. 
Eppure in città qualche elemento di resilienza c’era. Penso agli splendidi incontri sull’immagine tenuti dal più volte citato Sergio Fregoso al Centro della Comunicazione. Le sue presentazioni, la sua capacità di comunicare passione, autentica qualità di ogni maestro, hanno sicuramente segnato il percorso futuro di molti dei presenti a quelle serate.  
Penso alle mostre al Il Gabbiano arte contemporanea, punto di riferimento per chi si affacciava sullo scenario dell’arte contemporanea. Al Centro Sociale Kronstadt, che ha reso possibile una stagione culturale alternativa.
Penso infine, naturalmente, a noi, amici che siamo nati nella solita piazza, che abbiamo condiviso passioni, che ci siamo persi e alle volte ritrovati e che allora mai avrebbero potuto immaginare una città diversa per il loro futuro".

Conosco Cristiano da più di trent’anni. Insieme a lui, Alfio Antognetti, Stefano Daveti, Davide Bini, ed altri ancora, mi sono avventurata nell’arte contemporanea. Loro la praticavano in prima persona, io la studiavo, e spesso abbiamo condiviso viaggi e visite a mostre, o ascoltato concerti che ci hanno influenzato e che hanno contribuito alla nostra formazione. Ci siamo poi persi di vista per seguire ognuno le proprie vicende personali, ma ci siamo ritrovati all’entrata del Conservatorio di Milano nel 2009 per il concerto di uno dei nostri idoli di gioventù: David Sylvian. Caso volle che dissi a Cristiano che il giorno dopo sarei andata in Feltrinelli con Germano Celant per un libro di suoi scritti sull’arte cui stavamo lavorando. Cristiano aveva appena iniziato a lavorare in casa editrice come art director, per cui ci rincontrammo in un’occasione ufficiale. Da lì abbiamo riallacciato un’amicizia che oggi comprende tutta la sua famiglia, da Valeria ai figli Maddalena e Sebastiano. La curiosità che ci guidava da ragazzi è ancora viva e la capacità di fare esperienze, di condividere passione ci porta a cercare di trascorrere tempo insieme tra cene, visite alle fiere di editoria indipendente e alle mostre alla Fondazione Prada. Ce l’abbiamo messa tutta, fino ad ora. Continueremo con determinazione e abnegazione negli anni a venire a cercare e a sognare perché: “Sweet Dreams are made of this, who am I to disagree? I travelled the world and the Seven Seas, everybody is looking for something”.

Per approfondire clicca qui.

FRANCESCA CATTOI

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Cristiano Guerri Adolfo Frediani


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