Città della Spezia Liguria News Genova Post Città della Spezia La Voce Apuana
LA REDAZIONE
Telefono redazione La Spezia 0187 1852605
Fax redazione La Spezia 0187 1852515
PUBBLICITA'
Telefono pubblicita La Spezia 0187 1952682

Ultimo aggiornamento: Sabato 15 Dicembre - ore 13.27

Facebook Città della Spezia Twitter Città della Spezia Google+ Città della Spezia
Instagram Città della Spezia

Edelweiss

Il realismo critico nell’opera narrativa di Marco Ursano. Di Francesca Cattoi, Marta Borsi e Andrea Bonomi.

Le migliori intenzioni
Edelweiss

- Questa rubrica ospita, in forma sperimentale, un protagonista della scena culturale spezzina che non appartiene alla generazione dei Millenials, un fuori quota, insomma.
Conosco Marco Ursano dal Liceo (Scientifico Pacinotti, ovvio). Ci legavano amicizie comuni, interessi musicali e letterari, persino battaglie politiche.
Nel tempo, ci siamo incontrati più volte, alla Spezia, anche se le nostre strade si erano separate. Marco è una persona diretta, intelligente e ironica. Quando ci incontriamo, fantastichiamo su nostre future prese di potere in città, dei suoi libri, della sua famiglia, del nostro lavoro, delle persone che conosciamo.
Probabilmente ha sempre scritto. Dalle canzoni che componeva con i This Endless Death, all’attività giornalistica e alla letteratura, portando a termine saggistica e narrativa con costanza e talento.
Ho iniziato a leggere i suoi libri qualche anno fa, con Cronache della seconda guerra dell’acqua (Cut-Up La Spezia, 2014). Poi due anni fa, il capolavoro, la raccolta di racconti Il mare capovolto (MdS Editore Pisa, 2016), dove La Spezia fa da sfondo a storie incredibili e misteriose. Ora con Edelweiss (MdS Editore Pisa, 2018).
Poiché questa rubrica è dedicata a conoscere i talentuosi Millenials spezzini, ho deciso di condividere questa intervista con due persone che ho già presentato e che si occupano a loro volta di scrittura: Marta Borsi (“De Senectute”, intervista 2) e Andrea Bonomi (“Senza far rumore”, intervista 9). Marta ha letto il libro negli ultimi giorni di gravidanza, prima di far nascere, Caterina, la sua secondogenita. Lo ha fatto con piacere e in fretta, felice di partecipare e di conoscere, finalmente, l’opera di Ursano. Andrea conosce Marco da tempo. Tra loro c’è stima reciproca, ha già letto suoi libri e, insieme a Marco, ha tenuto una lettura pubblica di alcuni brani tratti da Edelweiss a Parallelamente, Sarzana, il 1 settembre 2018.
Quindi le domande le facciamo in tre. Loro si concentrano sull’ultima pubblicazione. Io vado sul generale. Un’occasione per sapere qualcosa di più su un uomo che ha messo su famiglia, che vive e lavora alla Spezia e che qui pratica, con determinazione e costanza, la scrittura.

Francesca Cattoi: Caro Marco, mi piace iniziare, come faccio con tutti, dal principio: come hai iniziato a scrivere? Quando ti sei accorto che potevi farlo? Ti sono serviti gli studi intrapresi?
“Ho sempre amato la scrittura, da quando ho imparato a scrivere. E, contemporaneamente, la lettura. Le due cose sono inscindibili. Per scrivere bene, bisogna leggere bene. Ho iniziato a scrivere poesie e frammenti di racconti al liceo, assieme ai testi delle canzoni. Poi c'è stata una lunga “pausa politica”, in cui ho militato e ho scritto più che altro documenti politici. La narrativa è arrivata relativamente tardi, alla fine degli anni novanta, anche se il primo romanzo, L'amore romantico non muore mai, un titolo infelice che non ho scelto io, l'ho pubblicato nel 2006 per Coniglio Editore. Potrò apparire presuntuoso, e certamente lo sono, ma ho sempre avuto il talento della scrittura. La consapevolezza e la padronanza tecnica sono arrivate dopo, con gli anni. E gli studi non c'entrano direttamente, servono per formare il proprio patrimonio culturale. Per scrivere sono necessarie disciplina e applicazione, ma senza talento non si fa letteratura. Al massimo giornalismo. Oltre ad una serie di manie e fobie, soffro anche del male di vivere novecentesco, sono ossessionato dalla scrittura, dalla narrazione. Ascolto le conversazioni degli altri di nascosto, li osservo, li spio, rubo le loro emozioni, le loro vite. Le storie sono nell'aria, galleggiano, basta saperle cogliere. Le elaboro, le stravolgo, le invento, creo personaggi, mondi. Sono Dio, e sono l'ultimo sulla terra; sono l'eroe ed il vigliacco, l'oppressore e la vittima. La scrittura è questo, uno stato perenne, esistenziale, di ricerca della verità attraverso l'atto stesso del raccontare. Uno stato che va condiviso con gli altri. Si scrive per pubblicare. Chi dice che scrive per se stesso, mente, o non sa scrivere. Si scrive anche per se stessi, ma principalmente per gli altri, bisogna mettersi in gioco fino in fondo, e farsi anche massacrare, se necessario. Oggi, credo di avere trovato la mia voce, la mia cifra stilistica. Molta gente, più o meno autorevole, mi dice: “questo si vede, si sente che l'hai scritto tu”. Credo che sia un risultato importante nel mio percorso di scrittore. Anche se non mi basta, perché non sono mai contento del mio lavoro, che deve essere sempre in evoluzione ed in tensione continua. Sono un gran rompicoglioni, a partire dal romperli a me stesso. Sono un metarompicoglioni endemico”.

FC: Come inquadri, nelle pagine scritte fino ad oggi, il romanzo Edelweiss? Rispetto a Cronache della seconda guerra dell’acqua, che creava una distopia politica, ma pur sempre fantastica, in questo romanzo sembra che ti avvicini di più ad una realtà esperita e presente.
Edelweiss, infatti, non è un romanzo distopico. E' un romanzo sulla contemporaneità. Sul crollo della cultura occidentale, sulla disumanizzazione di massa, sulla violenza e l'arbitrio del potere. E' un romanzo migrante, che cambia i suoi connotati man mano che procede e che incontra ostacoli. E' un racconto di attese, speranze e respingimenti. Non potrebbe essere più reale”.

Andrea Bonomi: La storia che hai raccontato in questo libro è fortemente attuale. Quanto di quello che vedi intorno a te, nella città in cui vivi, hai messo nel libro?
“La realtà che vedo attorno a me è una realtà, salvo rare eccezioni, disumanizzata a causa dell'ideologia neo liberista che ormai pervade ogni aspetto della nostra vita. Siamo oltre il consumatore di cui parlava Pasolini. Siamo anche oltre all'uomo-merce. Siamo arrivati alla disumanizzazione ontologica dell'uomo. Il migrante che muore in mare tra gli applausi nei social è, al contempo, carne e metafora di questa condizione ormai universalizzata. La Spezia, in quanto buco del culo del mondo come qualsiasi altra città di provincia europea e occidentale, non fa eccezione. E' solo più gretta, provinciale, cialtrona. È uno degli effetti della globalizzazione: la perdita delle identità culturali e storiche dei territori. La perdita della memoria. Alla Spezia come in qualsiasi altra città. È l’omologazione al pensiero unico. Che ha come variante ideologica la retorica sovranista della purezza, che è solo una mistificazione. La risposta è la convivenza. L’accoglienza, la diversità. È la contaminazione culturale che può rivitalizzare una società decadente come la nostra. Sono le grandi migrazioni che hanno fatto la storia; l’isolamento, i recinti ed i muri hanno generato solo tragedie. La Spezia è una città nata dalle migrazioni. La città degli scioperi del 1944, quando i cantieri navali erano occupati dai nazisti ed i fascisti torturavano i partigiani in Via Venezia; la città di Exodus, gente provata dalla miseria e dai bombardamenti che condivideva un tozzo di pane con gli ebrei scampati allo sterminio. Queste sono le mie/le nostre radici, che si ritrovano in ogni cosa che scrivo”.

Marta Borsi: Edelweiss, la protagonista della storia, rappresenta in qualche modo la purezza rispetto al male che la circonda e nel quale, suo malgrado, si trova a vivere. Il nome di un fiore raro, di straordinaria bellezza viene associato alla condizione di ultima tra gli ultimi. Nella narrazione Edelweiss sogna, ricorda e affronta ogni nuova sfida con coraggio e un ostinato attaccamento alla vita. Da dove nasce la scelta di utilizzare come protagonista del romanzo un’eroina che potrebbe essere definita “di serie B”?
“Solo i migranti potranno salvare il mondo. Anzi, le donne migranti, come Edelweiss. Salvare il mondo nel senso del riscatto sociale, culturale ed anche politico, perché il mondo come è ora può solo implodere, sprofondare sotto il peso delle sue merci inutili, delle sue ingiustizie sociali e del suo ambiente violato e contaminato. Il capitalismo, che non è un sistema naturale, come vuole farci credere l'ideologia imperante, ma storicamente determinato, imposto attraverso appropriazione, violenza e sfruttamento, ci può solo condurre all'estinzione totale. La narrativa, come tutte le forme artistiche, deve tendere alla verità. La verità, oggi, si può vedere e cogliere solo assumendo il punto di vista di un migrante. Non ce ne sono altri. E' il punto di vista degli ultimi. Non è una novità, semmai è una riproposizione. Con un linguaggio contemporaneo”.

MB: Nel guardare Edelweiss dormire, il Mercenario si abbandona a un flusso di coscienza e si sofferma a riflettere sulla sua vita, sulle dinamiche che lo hanno condotto alla pratica della violenza, che risulta una scelta fine a se stessa, che annulla qualsiasi sentimento di umanità: possiamo forse pensare di covare un potenziale Mercenario in ciascuno di noi?
“Assolutamente. A partire da me stesso. Non è stato facile a livello emotivo scrivere questo libro, perché per costruire i suoi personaggi un autore deve scavare anche dentro di sé. In profondità. E non sempre quello che si nasconde nel proprio abisso interiore è bello e piacevole. Spesso hai a che fare con l'orrore. E l'orrore non è facile da raccontare. Sicuramente c'è un pezzo di me nel Mercenario, ma anche nell'Aruspice. La cultura, la bellezza, la fratellanza, la voglia di stare assieme agli altri e condividere idee, progetti possono reprimere la bestia dormiente che cova dentro ognuno di noi. Quando tutto questo viene meno, la bestia si scatena”.

AB: Sei padre di due bambini che iniziano la scuola quest'anno. Hai già spiegato loro che cosa sia il razzismo? Se sì, come?
“I bambini imparano il razzismo dai grandi. Oltre che tutta un'altra serie di cose brutte, stupide e volgari. I bambini giocano tra di loro, litigano, si fanno i dispetti, si aiutano, senza attribuire importanza al fatto che il loro compagno di scorribande sia bianco o nero. Lo registrano come fatto in sé, come elemento di curiosità, di differenza naturale, e si confrontano con occhi puri. Emma ed Ettore hanno trovato all'asilo bambini africani, cinesi, arabi con cui hanno interagito senza alcun problema. E qualche volta mi hanno detto: sono bellissimi gli africani. I bambini riconoscono subito l’evidenza. I problemi li creano i genitori. Che votano Salvini e sono no vax. Ma confido nella scuola pubblica, che con tutti i suoi difetti rimane ancora un presidio di civiltà e democrazia”.

MB: Il Grande Centro Commerciale, la Grande Discarica sono due “non luoghi” in cui si muovono i personaggi, che appartengono a classi sociali agli antipodi tra di loro, accomunate, se possibile, solo dal forte senso di spersonalizzazione, alienazione e solitudine che si respira in entrambi i livelli. Descrivi una raffigurazione esasperata della nostra società, creando un mondo distopico, o le cose stanno effettivamente così?
“Alcuni elementi descrittivi sono “caricati” per esigenze letterarie, ma non c'è nulla di distopico, come ho già detto. I centri commerciali sono diventati un luogo di aggregazione sociale, troppo spesso l'unico luogo, l'unico riferimento nel deserto urbano delle periferie, prive di spazi pubblici di socialità. Al contempo sono simbolo e metafora di una società costruita sul consumo sfrenato e sullo sfruttamento intensivo di esseri umani e di risorse naturali. La grande discarica è il rovescio della medaglia: una rappresentazione materica del disfacimento organico del mondo occidentale. Basti pensare alle grandi discariche di materiali tossici che si intersecano con gli slums di Nairobi. Ma anche alle periferie delle metropoli asiatiche mondializzate”.

MB: Infatti, tra le righe del romanzo si legge una feroce critica alla società dei consumi, alla divisione classista e all’ineguaglianza sociale combinata ad un romanticismo di fondo: l’amore disperato di Edelweiss per il suo Hamid, che sembra l’unica leva capace di risollevare le sorti di un destino già scritto. Una favola metropolitana in cui alla fine l’amore salva tutto?
“C'è anche questo elemento, che peraltro c'era anche nel mio romanzo precedente Cronache dalla seconda guerra dell'acqua. Anche se, purtroppo, l'amore tra due giovani non salva nulla, neanche loro stessi. E' pura bellezza. Mi piace però raccontarlo, specialmente se combatte per esistere e resistere in un mondo popolato da vecchi maiali. La storia tra Edelweiss ed Hamid è anche un omaggio ad Exit West di Mohsin Hamid, un grande romanzo sulla contemporaneità, che racconta una bellissima storia d'amore tra due giovani”.

AB: Facciamo un passo indietro. Mi interessa indagare i meccanismi e le possibili suggestioni alla base della tua scrittura. C’è un luogo, un libro, un cibo, un disco, che ti hanno aiutato nella scrittura di questo romanzo?
“Sono un divoratore compulsivo di libri e di musica. Lo sarei anche di film e teatro, ma i bambini e l'età avanzata (questo lo dico per farmi dire “ma no, sei ancora un gran bell'uomo”, naturalmente), mi costringono di più a casa. Mentre scrivo un libro, operazione che svolgo con certosina e militare costanza, costringendomi a lavorare almeno un paio d'ore al giorno, in salute ed in malattia, combatto lo stress della scrittura bombardandomi di libri e di musica. E' uno stress pervasivo e totale, matto e disperatissimo, che mi prende specialmente di notte: frasi che mi rimbalzano in testa, paura di avere scritto delle cazzate, il terrore di morire in un incidente d'auto e non poter terminare il libro. Quindi scrivo pezzi del romanzo sull'iPhone, ascolto musica e leggo libri. Non c'è un libro particolare che ha influito sulla stesura di Edelweiss; posso dire un libro meraviglioso, che mi ha fatto piangere, anche di invidia, letto durante la lavorazione del romanzo: Stoner di John Edward Williams, che non avevo ancora, colpevolmente, letto. Per la musica, mi sono massacrato i timpani con Kelly Lee Owens, The Heliocentrics, Sampha, Sza, il nuovo jazz londinese, l'elettronica scandinava. Ho gusti fini ed elitari. Per quanto riguarda il luogo, Edelweiss è il mio primo libro in cui i luoghi geografici perdono i loro connotati e diventano quasi dei personaggi in carne ed ossa. Pensa alla grande città. Potrebbe essere una qualsiasi megalopoli occidentale. Ed anche asiatica. Se potessi, scriverei i miei libri a New York o in un'isola greca, meglio un'isola, ma purtroppo mi tocca anche lavorare, sono un padre di famiglia”.

FC: Da quanto sei tornato in città? Sei comunque conosciuto e credo sia noto che scrivi e pubblichi romanzi. Come ti confronti con le realtà culturali spezzine?
“Sono rientrato alla Spezia nel 2006 dalla Toscana, dopo quasi venti anni di esilio volontario. Con la città ho sempre mantenuto un rapporto di amore ed odio, ultimamente più di odio, tranne che per lo Spezia Calcio, ci mancherebbe. Con le realtà culturali spezzine ho cercato di dialogare e confrontarmi, ne ho scritto molto, credo di essere stato uno dei pochi giornalisti ad aver scritto recensioni di spettacoli che non siano state la velina degli uffici stampa. La scena culturale spezzina è piuttosto fervida e diversificata, pur essendo La Spezia una piccola città. Quello che manca è il lavoro comune. La condivisione. Una dimensione collettiva. Invece spesso prevale lo snobismo, la competizione, la sottovalutazione del lavoro altrui. Soffro molto il provincialismo ed il personalismo. Mi piacerebbe, invece, pensare ed agire in termini di laboratorio comune, di movimento. Tanto più in questo momento storico, popolato dai Salvini e dai Casa Pound, in cui gli intellettuali, gli artisti, dovrebbero ritrovare una tensione critica, una voglia di riscatto. Tornare ad essere quelli che mettono a nudo il Re. Altrimenti ognuno di noi rimane imprigionato in una bolla, nel “dividi et impera” proprio del sistema di potere, anche di quello locale, misero ed untuoso. Io confido nelle giovani leve, come Andrea Bonomi, per il quale nutro un amore platonico che sfocia nel carnale. Come diceva Andrea Pazienza: bisogna tornare a spaccare un po' di culi”.


Come dicevo, Marco è una persona con cui sono cresciuta. Mi verrebbe da dire che non è molto cambiato, che non siamo cambiati, abbiamo sempre avuto questa tensione etica verso la cultura, anche se in alcune occasioni lui mi ha apostrofato come snob (era il 2010, forse, e io non avevo ancora un profilo Facebook). Mi sento di condividere appieno una delle sue ultime dichiarazioni in questa intervista: “agire in termini di laboratorio comune, di movimento”. Rivedo noi che nell’autunno del 1985 prendiamo il treno di notte partendo dalla Spezia per andare a manifestare in piazza a Roma. Mi aveva accompagnato mio padre alla stazione, per testimoniare la sua approvazione alla decisione presa.
Confidare nelle giovani leve, come scrive Marco, è uno dei motivi per cui è nata questa rubrica, che tenta di farli conoscere gli uni agli altri, che mi/ci permette di conoscere la loro produzione artistica e che dà loro modo di presentarsi direttamente, senza mediazioni.
Si creano, così, nuove sinergie e nuovi movimenti, nella speranza di poter traghettare tutti insieme questa città, e questo paese, fuori da questi tempi in cui non ci riconosciamo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Copertina di Edelweiss


Notizie La Spezia








VIDEOGALLERY



Quanto spenderete per i regali di Natale?


































Testata giornalistica iscritta al Registro Stampe del Tribunale della Spezia. RAA 59/04, Conc 5376, Reg. Sp 8/04.
Direttore responsabile: Fabio Lugarini.
Direttore editoriale: Armando Napoletano.
Redazione: Thomas De Luca, Chiara Alfonzetti, Andrea Bonatti, Niccolò Re, Matteo Cantile, Benedetto Marchese, Andrea Fazi.
Editorialisti: Salvatore Di Cicco, Paolo Carafa, Giorgio Pagano, Alberto Scaramuccia e Piero Donati.
Fotografo: Stefano Stradini.

Contatta la redazione

Privacy e Cookie Policy

Per la tua pubblicità su Cittadellaspezia sfoglia la brochure

Liguria News