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Tutti contro la Superlega che uccide il calcio minore

C'è anche lo Spezia con il vicepresidente Corradino alla riunione della European Leagues di Madrid. Il progetto di Andrea Agnelli compatta il fronte di opposizione, ma manca un movimento di tifosi ormai sempre più clienti-spettatori.

"momento epocale"
Tutti contro la Superlega che uccide il calcio minore

La Spezia - Da una parte un manipolo di club dai fatturati miliardari e dall'altra il resto del calcio europeo. I primi, riuniti nell'Eca e capitanati da Andrea Agnelli, vogliono avere la garanzia di poter partecipare alla Champions League di diritto, senza essere ostaggio del piazzamento nel proprio campionato nazionale. In prospettiva è un passo verso l'abbandono vero e proprio dai propri campionati locali per creare una Superlega a cui si accede solo tramite invito. Immaginate Juventus, Inter, Milan e Roma che lasciano la serie A. Immaginate che in Spagna facciano lo stesso Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid, che la Bundesliga saluti Bayern Monaco e Borussia Dortmund, che in Inghilterra la Premier perda Chelsea, Liverpool e le due di Manchester. Cosa succederebbe?

Che si assicurerebbero per diritto di nascita la stragrande maggioranza del fatturato del calcio europeo. "Solo l'anno scorso i 12 club più ricchi si sono messi in tasca il 40% del totale. Questo su oltre 1.200 società in Europa", ha spiegato Georg Pangl. E' il segretario generale della European Leagues che si è riunita in questi due giorni presso l'Hotel Eurostar di Madrid in rappresentanza di oltre novecento società di calcio europee. E 244 di queste erano fisicamente presenti. Tra queste anche lo Spezia con il vicepresidente Andrea Corradino, parte di una rappresentanza di sette club della Lega B italiana. Perché il confronto che si delinea riguarda tutti e, a partire dal vertice del movimento, potrebbe a cascata dare il colpo di grazia ai campionati minori e quindi al calcio di provincia. Mentre in serie B si lotta per strappare qualche frazione di punto percentuale sui diritti televisivi per arrivare a garantire la sostenibilità finanziaria del sistema, a livello continentale c'è chi vorrebbe invece dichiarare uno scisma storico.

"Ogni club deve continuare a qualificarsi alle competizioni internazionali tramite i propri campionati nazionali - ha chiuso la porta Lars Christer-Olson, rappresentante delle leghe europee presso l'Uefa - Sennò sarà impossibile mantenere l'interesse dei fan sul calcio, di cui i campionati nazionali sono la spina dorsale. Non siamo contro il cambiamento, ma siamo preoccupati se il cambiamento prenderà la piega delineata da Andrea Agnelli". Questo cambiamento prevede, oltre al depauperamento di ogni competizione non sia la Superlega, il vero e proprio spostamento delle partite a metà settimana. Al weekend rimarrebbe solo questa nuova Champions League dal carattere prettamente televisivo. Magari con partite importanti da giocarsi in Asia e in America per questioni di marketing.

Un disegno che ha avuto l'effetto di spingere a creare un fronte comune di opposizione alla visione aristocratica di questa che è sì un'industria (sarebbe sciocco negarlo), ma dovrebbe ricordarsi anche di essere al contempo uno sport. “Le leghe locali devono sempre di più essere coinvolte nelle decisioni e poter incidere. Questo è un momento incredibilmente importante per il calcio europeo", ha enfatizzato Javier Tebas, presidente della Liga. In Spagna l'idea non piace, così in Inghilterra dive le venti società della Premier League hanno emesso un comunicato in cui difendono il proprio campionato e sottolineano come il calcio lì "giochi un ruolo importante nella nostra cultura e nella vita di ogni giorno". Cultura e vita di ogni giorno da una parte, fatturato dall'altra.

A Madrid anche c'erano anche SD Europe e Football Supporters Europe, network no-profit di tifosi. La cosa più vicina a un'associazione di consumatori, di cui si sente davvero il bisogno in questo rinnovato interesse per un approccio dal basso. I tifosi non fanno massa critica eppure sono sempre più clienti, che lo vogliano o meno. Di fatto subiscono sempre più gli aspetti commerciali del prodotto calcistico, senza imbracciare gli strumenti che giocoforza questo gli concede. L'accezione di clienti fa storcere il naso ai puristi ma mette in mano l'arma fortissima del consumo critico, perfino del boicottaggio. Un aspetto di cui non si è ancora preso coscienza nelle curve, spesso ancorate alla riproposizione di modelli del passato. Il calcio è sempre più industria, ma come ha sottolineato Pangl: "Senza i fan questa industria non può funzionare".

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