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Renzo Ulivieri, elogio della fantasia: "Giocare a calcio è roba da rivoluzionari"

Il presidente dell'Aiac incontra i tecnici spezzini e insiste sul lasciare i giovani liberi di esprimersi. "L'allenatore deve dare voce agli ultimi. Il Picco? Sempre amato i campi caldi. Mi davate del pisano e mi arrabbiavo: io sono di San Miniato!".

Renzo Ulivieri, elogio della fantasia: `Giocare a calcio è roba da rivoluzionari`

La Spezia - Si parte con un giro del "Bruno Ferdeghini", un tour tra uffici, palestra, spogliatoi e ovviamente la sala stampa. Lì dove Renzo Ulivieri, presidente nazionale AIAC, incontra gli allenatori spezzini. Per una volta alla Spezia non da avversario, lui che il "Picco" l'ha conosciuto dalla panchina del Vicenza e del Modena quando lo stadio di Viale Fieschi era davvero un catino infernale. "Mi davano del pisano e questo mi faceva arrabbiare. Io sono di San Miniato! E' vero che è in provincia di Pisa, ma il campanile è importante. Ho sempre amato i campi caldi".
Settantasei anni, oggi Ulivieri è allenatore degli allenatori in quel tempio di sapienza calcistica mondiale che è Coverciano. I tecnici sono davvero il prodotto pregiato del made in Italy calcistico in questo periodo storico. "E vincono. Inghilterra, Germania o Russia: dovunque andiamo e facciamo bene. Ma non siamo abbastanza bravi nei settori giovanili. Lì possiamo ancora migliorare", dice dopo aver fatto un giro in quella che è la casa delle giovanili dello Spezia Calcio. "Davvero una bella struttura".

Poi si alza in piedi e parla a braccio. Il carisma è catalizzato dalle pause tra una frase e l'altra. "Abbiamo fatto degli errori nel 2006, quando abbiamo avuto la sfortuna di vincere il Mondiale con Marcello Lippi, uno dei migliori. Ci siamo sentiti bravi, ci siamo fermati. E gli altri ci sono passati avanti - analizza - Noi avevamo la cultura della difesa e del contropiede. Quando andavo all'estero c'erano quattro parole che tutti conoscevano di noi: pizza, mafia, Berlusconi e catenaccio. A un certo punto però volevamo diventare tutti spagnoli, subito dopo abbiamo cercato di essere tedeschi. Alla fine abbiamo capito che era il caso di mantenere la nostra cultura e di mischiarla insieme a quella degli altri. Non rinnegare, ma aggiungere". Quindi la Juventus a Barcellona con il catenaccio? "Si può fare, in una fase della partita. Il resto del mondo è venuto da noi per impararlo. Ma non ci si può limitare solo a questo".
E' però sui settori giovanili che Ulivieri insiste particolarmente. "A me i leader piacciono poco, sono innamorato della democrazia e questo vivere democratico lo abbiamo portato dentro la nostra associazione - dice Ulivieri - E questo dobbiamo inculcare da allenatori ai nostri ragazzi più giovani. Se non prendiamo atto di questo ruolo, falliremo nel nostro lavoro. Rimanere assieme cinque minuti in cerchio dopo l'allenamento è un grande momento di crescita. Chi fa l'allenatore deve dare voce agli ultimi, a quelli che sono rimasti indietro e che parlano meno. Sennò deve cambiare mestiere".

Sono parole di un credo calcistico che tradiscono il senso più profondo di una filosofia di vita per un uomo di sinistra come Ulivieri, che ha sfiorato lo scranno da senatore nel 2013. "I suoi ragazzi giocano a memoria: se lo sentite dire di un allenatore di un settore giovanile, va cacciato via. Vuol dire che ha lavorato per il proprio divertimento, non per quello dei propri atleti. Bisogna giocare corti e stretti: per me è un capo d'accusa. I giovani devono giocare larghi e lunghi per non finire ad ammucchiarsi tutti in un angolo di campo - dice - Il giocatore cresce se lo lasciate giocare e se gli date poche ma precise indicazioni. E favorite il calcio con gli amici: i ragazzi giochino tra di loro liberamente, anche quando il tecnico lascia il campo. Dobbiamo decidere se vogliamo creare dei soldatini o dei rivoluzionari. Beh, per giocare a pallone servono dei rivoluzionari.", sono parole pesate una dietro l'altra. E' un elogio della fantasia, della creatività. Da perseguire anche di fronte alle pressioni dei dirigenti amanti del tutto e subito e dei genitori che vorrebbero un campione in casa.
Per Ulivieri invece lasciare libertà di scelta in campo è la strada per allenare la capacità di pensare con il pallone tra i piedi. Tante soluzioni e poche frazioni di secondo per prenderne una, in campo undici teste che interagiscono. L'obiettivo finale? "Con loro (indica Di Carlo e idealmente un Vicenza di vent'anni fa, ndr) ero arrivato al massimo. Non dovevo più intervenire: si correggevano da soli. Ci fu un ragazzetto che arrivò e rompeva le scatole per giocare. Un giorno lo feci entrare dalla panchina, segnò e esultò in modo polemico nei miei confronti. Il resto della squadra lo abbracciò per festeggiare, lo misero in mezzo e gli diedero anche un po' di botte per fargli capire che non gli ero andato giù il gesto", ricorda. "Il fatto è che avevo trovato venti giocatori che erano diventati allenatori, che correggevano sé stessi e i compagni. Questo si può fare creare già con i ragazzi, e anche con i loro genitori. Smettiamo di delegare e restituiamo il senso del partecipare, della responsabilità e del contare".

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