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Noi siamo noi, inferiori a nessuno. Ora la serie A va difesa con un nuovo scatto

di Matteo Cantile

riavvolgendo il nastro
Noi siamo noi, inferiori a nessuno. Ora la serie A va difesa con un nuovo scatto

La Spezia - Bar Costa, esterno notte: c’è una piccola tv alla quale non voglio avvicinarmi, il cronometro di Rai 2 segna il minuto 61. Non vedo bene, l’ipermetropia galoppa ben al di sopra degli standard di un 42enne, passeggio avanti indietro da molti
minuti oramai: sento distintamente le voci del telecronista e del commentatore tecnico, figure che nella serata più importante nella storia della mia squadra ho preso in odio viscerale. Un giornalista che odia dei giornalisti, è la prima volta che mi capita. Gol. La loro esultanza è naturale ma mi riempie il cuore di rabbia. Porto le mani nei capelli e maledico me stesso: ho scelto di interrompere le agognate ferie estive per vivere e raccontare questa notte, quella che potrebbe diventare la più drammatica della mia vita sportiva e professionale.

Nemmeno le grida del mio nipotino Andrea, “dai Spezia!”, riescono a intenerirmi: il Frosinone continua ad attaccare, il sogno sta per diventare un incubo. “È così che deve andare - penso mentre mi allontano sempre più dal quel maledetto schermo - ma cosa credevamo, di andare in serie A”?

A un certo punto mi chiama la tv, “Matt ti ibrido, mancano quattro minuti”. Non sto a spiegarvi cosa voglia dire, ma devo confessare al mio regista di averlo odiato: “Non voglio collegarmi, non voglio dire un cazzo, voglio solo morire. Lasciatemi qui, nel mio dolore”.

È solo calcio, si può obiettare, e forse avete ragione voi: ma non è solo calcio, perdio, è il coronamento di un sogno assurdo, è il biglietto vincente della lotteria tra le dita, è tutto. Sta sfumando e mentre sfuma cerco di farmene una ragione: per un attimo mi calmo, poi la carogna sale di nuovo. Vorrei piangere, vorrei urlare: “maledetti”!

Inizia il collegamento e ho la netta sensazione che davanti alla tv ci sia un esercito di genoani che sta scattando fotografie alla mia faccia allucinata e che quegli scatti riempiranno i social, per percularmi. La telecamera mi riprende in primo piano ma io non la guardo, sovvertendo ogni regola: strizzo gli occhi per guardare la tv e mentre le maglie gialle attaccano indiavolate io biascico qualche frase incomprensibile. È un’agonia infinita.

Inizia il recupero: “Cosa sono cinque minuti la mattina, quando devi andare al lavoro e sei in ritardo?”, grido rozzamente nel bel mezzo del dehor. Ma questa notte quei cinque minuti, che poi diventeranno sei, scorrono lentissimi, secondo dopo secondo, rintocchi assordanti nel mio cervello esausto.

Quando l’arbitro fischia la fine sento il risucchio dell’aria, come nell’istante che precede un’esplosione: perdo l’equilibrio, forse anche i sensi per qualche attimo, e precipito in un fioriera che a stento attutisce la caduta. È incredibile, ce l’abbiamo fatta.

La gente per strada comincia ad urlare, i clacson suonano all’impazzata, prima pochi, poi sempre di più. Mi metto all’angolo tra piazza Europa e via Veneto: un mare di folla sciama a piedi, sotto i portici. Io sono di Mazzetta, anche io passavo da lì per andare in centro, a fare le vasche in via Prione. Hanno visto la partita a casa, ora corrono ad abbracciarsi.

In giro c’è il Covid, se lascerà le sue tracce su questa notte ce lo dirà il bollettino della Regione: al momento, lo confesso, non mi interessa. Se devo ammalarmi o persino morire, questa è la notte perfetta. Incontro amici che non vedevo da una vita, con loro canto, ballo, rido: sono felice come forse non lo sono stato mai. È la notte del nostro orgoglio e me la butto giù alla goccia.

Quando tutto finisce e rientro nel mio appartamento genovese sono ormai le cinque del mattino: il mio bar preferito sta per alzare le saracinesche ma sono troppo stanco per andarmi a vantare, lo farò più tardi. E mentre tento di prendere sonno una domanda diventa un tarlo: “E adè”?

Già perché nessuno può credere che noi spezzini siamo gente che si accontenta: noi siamo noi, inferiori a nessuno, come ho letto su una delle migliaia di sciarpe che ho visto roteare per tutta la notte. Noi siamo polemici, ipercritici, esigenti come se le nostre maglie bianche fossero quelle del Real Madrid: saremo capaci di affrontare la serie A?

Sui social media (ma anche sui siti e sui giornali) è già pronta la lista dei problemi da risolvere: allenatore da confermare o trovare, lo stadio da ristrutturare, una squadra da costruire. Con complicazioni mai viste nel calcio moderno, visto che la maggioranza delle nostre nuove avversarie è già in ritiro o sta per partire. La serie A sarà solo una vetrina per il nostro meraviglioso pubblico (sempre che possa entrare allo stadio) o sarà invece il primo passo verso una storia nuova e meravigliosa?

A questa domanda dovrà rispondere Gabriele Volpi in prima persona: il quale ha parlato di “modello Atalanta” ma che da quel modello deve ereditare il coinvolgimento personale del presidente Percassi. Perché vanno benissimo le deleghe a dirigenti fidati, ma la rotta, nei momenti che possono cambiare la dimensione della società, la deve imprimere il padrone.

Per sopravvivere si dovranno scegliere le giuste alleanze, avere il coraggio di reinvestire l’intero budget garantito dai diritti tv (anche un po’ di più, se possibile) e guadagnarsi con l’impegno anche un pizzico di buona sorte. Delle tre neopromosse, due retrocederanno senz’altro ma con ogni probabilità una si salverà. Spezia, ne sono sicuro, farà l’impossibile per vincere anche questa battaglia.

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