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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 15 Agosto - ore 20.47

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La Valle compie 60 anni: "Che squadra tifi? Voglio che i bimbi dicano Spezia"

Speaker del "Picco", volto dello Spezia Store e memoria storica degli ultras. "Un movimento nato da un senso di fratellanza. Oggi un legame che c'è ancora, ma quanto è cambiato il calcio e lo stare assieme".

"ESSISIGNORI!"
La Valle compie 60 anni: "Che squadra tifi? Voglio che i bimbi dicano Spezia"

La Spezia - Sessant'anni di energia che ancora sprizza. Che sia dal microfono dello stadio "Alberto Picco", dal bancone dello Spezia Storie o da una delle tante manifestazioni legate allo Spezia Calcio di cui è il frontman. Alzi la mano chi darebbe sessant'anni a Federico La Valle, l'eterno ragazzo ultras per cui il tempo sembra non passare mai. Con le mani sulla bocca mentre le lacrime fanno capolino all'Olimpico di Roma o in silenzio per salutare Bianca Zanzucchi, colei che cucì il primo striscione della curva Ferrovia quarant'anni fa. E' sempre lui, perché davvero non è la persona ad aver creato il personaggio in questo caso. E la gente lo sa. "Non si può essere simpatici a tutti, ma credo che la spontaneità e la passione siano linguaggi che arriva ai più", dice.

Federico La Valle, dalla fondazione degli ultras allo Spezia Store. Che racconto sarebbe a scriverlo?
"Quello di cinquant'anni di... rigoroso trasporto. Mio padre mi portava allo stadio quando ero piccolo, ora cerchiamo noi di inculcare questa identità nei giovani. Non sono l'unico di quella generazione chiaramente, ma tanti di quelli con cui ho cominciato si sono persi per strada. Oer me è un lavoro da un anno e mezzo, ma come tutti sanno è un discorso che va al di là di questo".

Oggi c'è stato l'addio a Bianca Zanzucchi, la madre di Giovanni che fu tra i fondatori degli ultras, e che cucì il primo striscione degli ultras. Cosa significava a metà anni Settanta essere un ragazzo di curva?
"Era una grande passione e soprattutto c'era un grande senso di amicizia. Era una fratellanza vera e propria, che si viveva ogni giorno anche fuori dallo stadio. Avevamo i nostri pochi punti di ritrovo, il Cavallino al giorno e da Cavallotti alla sera, ed eravamo pochi. Alla domenica si portava il nome della città in giro per gli stadi con orgoglio".

Anni di pionierismo e di originalità. Oggi con la tecnologia, tutte le curve cantano più o mano gli stessi cori e inventare qualcosa di nuovo è sempre più difficile.
"La creatività era necessaria perché non c'erano mezzi. Le coreografie in casa le facevi con la carta igienica presa nei treni il giorno di trasferta oppure si compravano le maglie bianche a mille lire dal Cadetto. Le bandiere si facevano in casa, per le aste di andava dal ferramenta a vedere cosa usare. I tamburi erano secchi di vernice vuoti e le bacchette erano normali bastoni. Però c'era un grande pathos".

Un pathos che c'è anche oggi?
"I ragazzi si danno un gran daffare, guardate lo Spezia Fest per esempio che manifestazione che è. C'è ancora l'identità ma ci sono tanti fattori esterni, è cambiato il modo di stare assieme e lo stesso calcio è cambiato. Però stando allo Store ho capito che se parli con la gente, loro ti stanno ad ascoltare. Un canale c'è per non perdere quel legame. Pochi giorni fa facevamo le premiazioni allo Spezia Camp e chiedevamo a ogni ragazzo o ragazza cosa tifasse. L'obiettivo dev'essere sentirsi rispondere 'Spezia!' prima di una squadra di serie A. C'è spazio per lavorarci".

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