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Ultimo aggiornamento: Lunedì 28 Settembre - ore 09.17

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L'età dell'oro dello Spezia, e la stavamo già vivendo

Precisamente dodici anni fa, il 21 agosto del 2008, l'iscrizione in serie D che inaugurava l'era Volpi. Un crescendo a scatti che ha portato lontano. Da domani però si nuota fuori diga. C'è molto da dimostrare e nulla da perdere.

il caso è fertile
L'età dell'oro dello Spezia, e la stavamo già vivendo

La Spezia - Nato sotto il segno dell'insurrezione, passato da un trionfo muto in piena guerra, mette piede sul palcoscenico più importante durante una pandemia. Il piccolo Spezia Calcio che ama accordarsi ai grandi momenti della storia ce l'ha fatta anche questa volta. Ha atteso che il mondo fosse distratto da ben più gravi impellenze per arrampicarsi oltre le Colonne d'Ercole della propria realtà. Per segnare una nuova data del suo lungo cammino, sportivamente forse modesto ma umanamente così profondo. Esistere, per la squadra di una delle province più piccole d'Italia, è stato uno sforzo immane che ha occupato generazioni intere che hanno fatto della testardaggine il gene dominante da tramandarsi.
Mollare la propria angusta patria per naufragare nella moltitudine senza volto dei supporter delle "grandi". Che tentazione. Da anni lo chiedono le televisioni, la pubblicità, il marketing. Forse più persuasivamente, lo chiede il naturale istinto a voler essere parte di un qualcosa che ogni tanto consegni gioia. Ma c'è gioia autentica nel calcio come consumo? Quando non è lui che sceglie te a seconda di dove sei nato o vissuto, ma è ciò che tu scegli dopo accurata indagine di mercato? Basta un minuto: abbandonare la purezza del poter armonizzare una maglia ad un dialetto, ad un paesaggio e ad un quartiere e abbracciare il conforto di sentirsi maggioranza. Un richiamo a cui hanno ceduto in tanti anche qui, coltivando una doppia fede. Eppure al Picco non hanno mai smesso di sedersi stagioni di perdenti per vocazione, che di quel destino senza celebrazioni hanno fatto un'arte ed un vanto.

Quello stadio che da ieri sera, tutto di un colpo, ci appare vecchio e consumato come non mai. Vuoto del suo popolo non eletto, da decenni aggrappato ad un passato mitico fatto di trionfi sfiorati nei Trenta e Quaranta. Un passato per nulla leggendario, anche perché certamente reale. Dalla piccola città che vedeva passare quel Novecento come una tempesta, la società calcistica aveva tratto nutrimento per osmosi. Il gioco delle coincidenze ha seminato un campo di aneddoti. Sentite qua: fondata dai giovani borghesi una dozzina d'anni prima, gioca il suo primo campionato nel 1919 pochi mesi dopo la violenta rivolta contro il carovita che dalle strade della Spezia aveva inaugurato il Biennio Rosso in Italia. Una rappresentazione plastica del necessario panem et circenses, volendo metterci un po' di malizia.
Dieci anni dopo lo Spezia, ancora Foot Ball Club per importazione britannica, vince il suo primo trofeo, la Prima Divisione Nord che dà accesso alle neonata serie B per le squadre che la riforma a tavolino di Arpinati ha lasciato nel limbo. Gli consegnano un trofeo unico che è finito chissà dove, forse fuso per farne proiettili. Sono i tempi in cui dall'arsenale salpa il Città di Milano per accompagnare il dirigibile Italia al Polo Nord e il mondo è scosso dal crollo di Wall Street. E poi c'è il campionato del 1944: il successo più commovente del calcio italiano. Una sgangherata squadra di serie B arruolata tra i pompieri che batte l'invincibile Torino di Pozzo affrontando le trasferte su un'autobotte modificata scavalcando i crateri delle bombe. Più di recente, la tripletta coppe e campionato in Lega Pro nell'anno dell'alluvione.

Da quella poca cenere è germogliata una passione cieca e orgogliosa, mai sopita neanche in decenni di leghe minori. La scorsa notte è passata per le strade, risolvendo il nodo del tempo che sembrava doversi ripetere sempre uguale. Oggi lo Spezia Calcio non è un caso fortuito del destino. Da almeno otto anni lavora per una notte come quella passata, da quando il club è arrivato in mano ad un un uomo che sembrava dover sciogliere nel calcio il suo essere un enigma e invece questa cornice biografica ha confermato anche sul trampolino più alto della visibilità popolare. Anche la scorsa sera, non presentandosi di persona ad un appuntamento di cui avrebbe avuto il diritto di essere un protagonista. Però poi ci sono i fatti, e quelli parlano chiaro.
L'era di Gabriele Volpi è fatta di investimenti importanti. Oggi 21 agosto, ma nel 2008, iniziava la ricostruzione di un club fallito, raso al suolo, con l'iscrizione alla serie D. Da lì un crescendo: il ritorno tra i professionisti, annate d'assestamento, un campionato di Lega Pro vinto da cannibali nel 2012 insieme a tutti i trofei della terza serie. Poi le infrastrutture. Due centri sportivi costruiti di cui uno di proprietà, un settore giovanile che in questi anni ha portato calciatori ad ogni nazionale under. La professionalizzazione di un manipolo di dipendenti dedicati, che hanno permesso negli anni di donare al club una fama di affidabilità in seno alla Lega B e non solo. Lo Spezia va in serie A con tanti spezzini, in campo e negli uffici, con i conti di una società sana e la regolarità nei pagamenti anche nei mesi del Covid. E no, non è stato venduto agli arabi, ai brasiliani o ai russi.

Non c'è più un'età dell'oro da mitizzare, l'età dell'oro è quella che lo Spezia vive ora. Forse se ne saranno resi conto anche gli scettici. Da ora però si nuota fuori diga, come dicono gli spezzini per indicare il mare aperto dalle correnti. La cadetteria, per decenni sognata, era ormai diventata una comfort zone grazie alla forza del club che ha permesso di affrontarla sempre da protagonista in queste stagioni. La veterana lascia la serie B e diventa l'unica debuttante del prossimo campionato di serie A. Si torna a ragionare da piccola, a parlare di salvezza e a contare quanti pareggi mancano. C'è molto da dimostrare, ma nulla da perdere.

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