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L'anno di Catellani in vetta ai marcatori: "Grazie a Nenad e a quel gruppo"

Il numero 10 che faceva esplodere il Picco si racconta a cinque anni di distanza. Il rapporto con Bjelica, il destino di Situm, Datkovic e Chichizola: "L'anno più bello della mia carriera".

da quando cate non gioca più...
L'anno di Catellani in vetta ai marcatori: "Grazie a Nenad e a quel gruppo"

La Spezia - Luna è nata in piena pandemia in un ospedale emiliano. Le frontiere regionali bloccate le hanno impedito di assorbire prima di oggi la luce di Lerici. Un luogo da chiamare casa. Anche se il papà oggi lavora a Verona e i nonni sono a Reggio Emilia, qui ci sono radici già piantate anche per lei. Andrea Catellani le ha seminate in anni che sembrano lontani, ma in verità lontani non sono. E sono cresciute forti, affondate nel terreno dello stadio "Alberto Picco" e nei cuori di tutta la città.
Un giorno qualcuno le racconterà di quando il papà è stato capocannoniere della serie B. Era la stagione 2014/15 e c'erano migliaia di persone che gridavano il suo nome. Talmente forte che i turisti sulla terrazza del castello di San Giorgio distoglievano gli occhi dal mare. D'altra parte un capocannoniere cadetto con la maglia bianca mancava dal 1942. "E' un ricordo ancora vivo - dice l'ex numero 10 -. E' stata l'annata più bella della mia carriera, non solo per i gol ma per l'ambiente ed i compagni. Un periodo spettacolare. Pensare che sono passati cinque anni...".

Alla fine c'è il gol al Brescia, il 19esimo del campionato. All'inizio di quell'anno però c'erano una dirigenza ed un allenatore arrivati dall'estero insieme a tanti calciatori.
"La stagione partì davvero con mille punti di domanda. Ma è facile dire che il segreto di quella cavalcata, purtroppo terminata troppo presto ai play-off, fu Nenad Bjelica. Un grande leader, una persona speciale, un motivatore che riuscì a compattare l'ambiente in una maniera incredibile. Squadra e stadio erano tutt'uno. Si partì in sordina, ma saremmo potuti arrivare fino in fondo. Un po' di rammarico c'è ancora oggi, anche se prevale la dolcezza dei ricordi".

Quand'è l'ultima volta che ha sentito Bjelica? Cos'ha pensato quando ha visto la sua Dinamo Zagabria battere per 4-0 la strepitosa Atalanta di Gasperini in Champions League?
"Ci siamo sentiti per telefono al massimo una settimana fa. Per me rimane un grande amico. Nella partita contro l'Atalanta fece la scelta di giocare a tre in difesa... ci abbiamo scherzato su perché fu la stessa scelta fatta con lo Spezia nella prima parte di quella stagione 2014/15. Mi ricordo il momento prima della partita casalinga contro il Perugia in cui ci annunciò a sorpresa, a metà settimana, la variazione di modulo. E funzionò anche allora. La nostra marcia da 67 punti in classifica iniziò proprio in quel momento. Lo conosco bene, è un grandissimo psicologo ed è capace di entrare nella testa della propria squadra e degli avversari. E poi ha il coraggio delle proprie idee".

Allora in pochi la vedevano come un attaccante "da doppia cifra". Eppure...
"Tutti quei gol in una sola stagione li ho fatti solo con quello Spezia e furono proprio una conseguenza della fiducia che avvertivo, sia da parte dell'allenatore che dei compagni. Sono sempre stato un riflessivo, come persona e anche come calciatore. Non sono mai riuscito a farmi scivolare le cose addosso come altri colleghi, l'aspetto dei rapporti umani ha sempre avuto un grande peso. Da quel punto di vista fu un anno speciale, qualcosa di magico. Con tanti ragazzi di quella squadra il legame rimane forte a prescindere. Ci divertivamo tanto, segnavamo tanto e penso si siano divertiti anche i tifosi. C'era tanto talento, si sarebbe potuto fare qualcosa in più. Ma la serie B è questa e quell'Avellino, abituato a giocare sempre sull'avversario, era la squadra peggiore che potevamo incontrare".

La rosa era piena di stranieri, molto eterogenea. Eppure lo spogliatoio appariva molto compatto, non si crearono mai enclave e correnti. Questo si notava già allora.
"Vero. Ovvio che Bjelica fece all'inizio scelte nette e diede un'impronta: chi non andava nella sua direzione, non giocava. Nello stesso solco noi più esperti, penso a Felice Piccolo o Filippo De Col, che era uno che aveva già la testa sulle spalle da giovane, facemmo da collante tra le varie anime della squadra. C'erano tante nazionalità, ma al netto di tutto era uno spogliatoio formato da persone molto intelligenti. Mi ricordo l'anno di Catania in cui c'era un folto gruppo di argentini e la convivenza non era stata così automatica. Alla base c'era sempre Bjelica che gestiva tutti con acume, intelligenza, personalità e leadership non comune. E' intervenuto spesso per farci mantenere la rotta".

I suoi compagni arrivavano da diverse parti del mondo e sono poi ripartiti verso tante parti del mondo. Situm in Turchia, Datkovic in Polonia, Brezovec finì in Moldavia, Juande addirittura in Australia.
"Mario (Situm, ndr) è ancora uno dei miei migliori amici. Mi ha anche chiesto qualche parere in questi anni sulle scelte da fare, ma la verità è che ognuno deve fare quello che si sente. Per le sue qualità è uno che in Italia dovrebbe giocare in serie A. Ora è in Turchia, ma è ancora giovane e chissà che non abbia una nuova chance, se la meriterebbe. Quando prendi una strada come quella di Juande penso tu metta sulla bilancia anche l'esperienza di vita oltre a quella calcistica. Da un lato hai forse un campionato meno di livello, ma il contorno ti arricchisce in un altro modo. Nico (Datkovic, ndr) è un altro con cui mi sento spesso ed è un altro che avrebbe potuto arrivare in serie A. E' stato tanto limitato dagli infortuni fino ad oggi. Il piede di Brezovec sui calci piazzati l'ho visto a pochissimi calciatori. Nel primo anno si inserì in maniera straordinaria, nel secondo fece la scelta di andare via".

E poi c'è Leandro Chichizola, ormai stabile nella Liga.
"Quest'anno ha giocato in Europa League, ma è stato anche titolare in campionato in passato. Che dire: un numero 1 fantastico, un portiere fortissimo che merita tutto ciò che sta vivendo. Spero che quando tornerà in Italia, se vorrà farlo, sarà per giocare in serie A. E poi ha valori morali eccezionali. Conserverò sempre un ricordo straordinario di lui".

Torniamo a quei 19 gol: il più bello?
"Il gol più bello l'ho fatto a Latina. Stop di petto e girata di destro al volo nell'angolo. Sono quei gesti che provi solo se sei in fiducia. Direi che quello è stilisticamente il più bello. Però come emozioni porto con me il gol vittoria a Livorno su passaggio di Schiattarella. Mi è rimasto nell'animo per l'apoteosi che vivemmo con i tifosi in trasferta e poi nello spogliatoio tra compagni e dirigenti".

A proposito di dirigenti, anche in quel settore c'erano personalità di spessore. Già allora Gabriele Volpi aveva delegato la gestione del club pur rimanendo il motore esterno di tutta l'attività.
"Il gestore era Damir Miskovic che considero un vero signore, una persona di una grande eleganza. Era lui che ci permetteva di sentire la presenza della proprietà, ci trasmetteva la partecipazione. E poi c'era anche allora il direttore Guido Angelozzi, che peraltro aveva portato alcuni calciatori importanti e di grande prospettiva. Penso a De Col, Valentini, Gagliardini, Nenè. C'era Bakic, che era fortissimo. Ai miei tempi Gabriele Volpi era una presenza che si percepiva, che fosse direttamente o indirettamente. Io posso dirne solo bene, perché ci fece sognare con le squadre che venivano allestite. Mi pare tra l'altro sia un discorso che stia portando avanti tuttora".

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