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Il Picco e la città, inizia un racconto lungo un secolo

Inaugurato nel 1919 lo stadio cittadino contiene le memorie di migliaia di spezzini, che CDS vuole raccontare. Si parte dal sindaco Peracchini: "Sotto l'arco monumentale, mano nella mano a mio papà. Anche gli oratori erano chiusi la domenica".

Il Picco e la città, inizia un racconto lungo un secolo

La Spezia - Almeno cinque generazioni di spezzini lo hanno vissuto e visto, ognuno con i propri occhi. Lo stadio "Alberto Picco" è uno dei più antichi d'Italia e domani inizia la sua centesima stagione, protagonista sempre e comunque del fenomeno-calcio in città. Inaugurato nel 1919, è cambiato moltissimo in un secolo di vita. Una stratificazione architettonica e simbolica che ne fa un monumento a tutti gli effetti: il legno ha lasciato il posto al cemento armato, alla pietra e al plexiglass; la terra battuta del campo di atletica all'erba naturale e a quella sintetica; la grafica pubblicitaria artistica che si intrecciava ai princìpi del Futurismo è scivolata nei meccanismi del rotor e poi nei led sparati in streaming sui tablet di tutto il mondo. Il suo battesimo no, quello non è mai cambiato: l'eroismo di Alberto Picco ha messo d'accordo tutti da sempre. Nell'anno del centenario, Città della Spezia si fa voce delle memorie personali di chi in quel luogo ha contribuito con la propria storia personale a scrivere quella collettiva.
Per partire in questo viaggio è sembrato logico interpellare Pierluigi Peracchini, sindaco e quindi padrone di casa: "Solo pro tempore", sottolinea il primo cittadino. Tifoso di lunga militanza. "La prima partita? Settembre del 1975, Spezia-Arezzo ai tempi della serie C unica. Io sono nato a Salò e cresciuto a Cesano Maderno, dove veniva il Brescia ma soprattutto il Milan a fare il ritiro. Nei rossoneri c'erano Cudicini, Schnellinger, Chiarugi, Prati, Rivera. Mio padre era tifoso, quindi quando ci trasferimmo alla Spezia, fu normale iniziare ad andare allo stadio per seguire lo Spezia, anche se era solo serie C".

Il futuro sindaco aveva dieci anni. Il presidente è Mordenti, l'allenatore l'ex juventino e olimpionico Corradi poi esonerato dopo la sconfitta casalinga contro il Livorno. "Tutte la partite in casa si andavano a vedere - ricorda - Si arrivava da Viale Fieschi, mano nella mano con mio papaà si passava sotto l'arco monumentale e si girava dove ora c'è la Curva Piscina, che ai tempi era uno spazio vuoto. Ti lasciavi alle spalle i servizi e un piccolo baretto ed eccoci in tribuna. Rigorosamente in tribuna, in Curva Ferrovia c'erano già gli ultras ed erano parecchio scalmanati (ride, ndr). C'era grande partecipazione, ma la verità è che tutta la società era diversa e il calcio allora era un po' una tradizione domenicale, come andare a messa. Era una festa e alle feste non si mancava. La città e l'Italia intera erano un'altra cosa: c'era il cinema, c'era lo stadio e poco altro. Anche l'oratorio chiudeva la domenica".
La parola che usa è identità, quella che la produzione in serie del prodotto-calcio rischia di cancellare. L'asticella della passione era innescata da sogni che possono apparire modesti oggi che si associa la parola "serie A" alla maglia bianca. Ma sono sogni che in effetti sono rimasti il nocciolo della passione aquilotta fino almeno ai primi anni Duemila. "Il massimo era poter vincere contro gli storici rivali toscani delle città vicine: Carrara, Lucca, Prato, Pisa... C'erano momenti di gioia, di tensione e di arrabbiatura ma era tutto a portata di mano. Prendiamo i giocatori: un Bonanni, un Seghezza o un Motto erano punti di riferimento, vere bandiere. Il calciomercato era fatto di piccoli cambiamenti legati a una o due figure, il pensiero che potessero andare via era remoto. Il Picco era anche quei calciatori. Il calcio non era un’industria o meglio una finanza applicata all’economia quale è oggi".

Il vortice delle trattative, che in un certo senso sono diventate uno spettacolo ancora più atteso di quello sportivo, ha cambiato il ruolo stesso dello stadio. Sempre meno palcoscenico privilegiato a favore dei media che lo riprendono, soprattutto le televisioni. "Il Picco per la mia generazione è simbolo di una forte identità sociale e cittadina, qualcosa che aveva un valore molto profondo. E noi eravamo giovani ed eravamo tanti. Conti che nel mio anno di nascita, il 1964, i bambini nati in Italia erano un milione e mezzo. L'anno scorso sono stati un terzo. Mio figlio? Sì, viene con me qualche volta, anche domani saremo assieme per il debutto stagionale".
"Vado al Picco" e non "vado a vedere la partita". Così si è tracciato il solco dei passi che porta ai cancelli di ingresso. Da rifare anche quando la volta prima sei uscito con il magone. "Nei miei sentimenti l’odio per l'avversario non è mai esistito. Le delusioni sì. Ho fatto sport a livello giovanile, so che quando scendi in campo ciò che ti eri figurato in testa si può scontrare con la realtà. Certo, avessimo avuto grandi imprenditori facoltosi a capo dello Spezia Calcio avremmo potuto sognare molto di più. Ma direi che ci siamo rifatti negli ultimi anni. La città deve essere riconoscente a Gabriele Volpi, spero che la squadra dia a lui e noi la felicità che merita. A ben pensarci, se devo scegliere i dispiaceri più grandi, è vedere i talenti che si perdono per strada. Ragazzi che non hanno avuto condotta da atleti, che non hanno capito che la vita è sacrificio anche se hai avuto la fortuna di nascere con le doti per brillare. Il Picco ci ha offerto anche tanti spunti per imparare i valori della vita".

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