26 agosto 1986-26 agosto 2011 - Stefano Mei, per sempre oro
La Spezia - Sembra facile commentare un’impresa di atletica leggera, soprattutto se ne sei stato protagonista, se quella è stata la tua “impresa”, quella della vita. L’atletica è bella perché vive di tempi e misure; è una “scienza” esatta… tanto vali, tanto rendi. Ed il risultato non è opinabile: il più forte vince sempre. Però, ci sono situazioni che, a volte, trascendono dalla semplicità propria dell’atletica.
La sera del 26 agosto 1986 la gara dei 10.000 metri al Neckarstadion di Stoccarda, finale dei campionati d’Europa, era qualcosa di più di una gara, pur importante, con in palio un titolo europeo.
In qualche modo si trattava di uno scontro di differenti filosofie metodologiche e di differenti approcci all’idea dell’atletica. Da una parte c’era Alberto Cova, che veniva dall’aver vinto tutto ciò che vi era da vincere negli anni precedenti, imbattibile negli sprint finali ed insieme a lui Salvatore Antibo, meno “titolato”, ma forse più “talento, in comune i due atleti avevano la predisposizione all’endurance; dall’altro un giovane atleta, il sottoscritto, che appesantito dall’ambiente sin da ragazzino di “fardelli” dati da aspettative, aveva percorso negli anni precedenti un percorso alternativo all’endurance “duro e puro”. Meno chilometri, privilegiando le intensità e molta, molta cura ed attenzione per la tecnica di corsa, per “sfruttare” al massimo le potenzialità del proprio “motore”.
Come se non bastasse, eravamo in pieni anni ’80, periodo in cui lo sport italiano ricorreva quasi in blocco ai consigli e alle “cure” dell’Università di Ferrara, in particolare dello studio del dottor Conconi. L’atletica non era da meno, ovviamente. Ma non tutti gli atleti italiani subivano il fascino delle alettanti prospettive che il medico di Ferrara proponeva loro. Io ero uno di quelli che disse: no, grazie.
Tutti questi pensieri si arrovellavano nella mia testa sulla linea della partenza. Venivo da un’ottima stagione in cui già avevo battuto sia Cova che Antibo, ma, come spesso accade, per tutti il favorito rimaneva lui, il campione. Pochi credevano in un mio possibile exploit: la famiglia, certo (nemmeno troppo convinta, vi dirò), qualche amico…niente di più. L’unico che era certo di quello che sarebbe accaduto, sul traguardo di quella sera, una volta finita la gara, era Chicco Leporati..Lui, nel modo più semplice che si possa trovare, mi disse, finito l’ultimo allenamento alla Spezia: vinci tu. Così, secco…e poco incline all’enfasi, come è suo costume. Perché per lui l’atletica è quello che è, quello che dovrebbe essere per tutti: una sfida con il cronometro e con l’avversario. Il più forte vince. Una roba semplice. Sapevamo tutti e due che non era così semplice, soprattutto in quel caso. Ma il modo in cui mi confidò la sua sicurezza, convinse anche me…che si potesse fare.
Della gara che devo dire…? L’hanno vista tutti, grazie ad una felice intuizione del presidente Nebiolo che aveva fatto in modo che la finale dei 10.000, attesa spasmodicamente da molti appassionati italiani, venisse trasmessa in diretta su Rai 1, appena finito il TG. Fu un trionfo, è vero…ma non proprio come tutti si sarebbero aspettati; il podio era tutto azzurro, ma l’ordine, non era quello atteso. Io feci quello che dovevo fare, attendere le mosse di Cova e cercare di essere al momento giusto, nel posto giusto: alle sue spalle a 300 metri dalla fine. La volata, tutto quello che accadde dopo, non sono così vivide come lo è, invece l’abbraccio con Chicco che, dopo l’arrivo, riuscì ad “invadere” la pista dalla curva in cui era sistemato.
La cosa importante fu che, per quella sera, magari solo per quella volta, la legge dell’atletica era stata rispettata: il più forte aveva vinto.
Venerdì 26 agosto 2011 alle 09:29:52
STEFANO MEI
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