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"Velocità amministrativa e sinergia con il club: così Ferrara ha avuto lo stadio"

Simone Merli era assessore allo sport durante la scalata della Spal dalla C alla A. "Siamo partiti da due soli settori agibili e abbiamo finito con 16mila posti e un impianto che viene vissuto sette giorni su sette". Otto milioni il costo totale.

il tempo è tutto

La Spezia - "Ci vuole un'intera città che ce la metta tutta. Ma soprattutto ci vuole rapidità nelle decisioni politiche e velocità amministrativa da un lato, sinergia con il club dall'altro. Se non hai queste due cose, riuscire ad ammodernare uno stadio la vedo difficile". E qualcosa ne sa Simone Merli, che si è trovato a fare l'assessore allo sport della città di Ferrara negli anni in cui la Spal è tornata ad affacciarsi al calcio che conta. Al posto giusto nel momento giusto, tanto che in città si erano scatenate le malelingue. "Quando anche il Giro d'Italia ha deciso di fare una tappa qui, per giunta il giorno del mio compleanno, c'era chi ha iniziato a pensare che stessi abusando della mia posizione per farmi qualche regalo", scherza oggi il 41enne.
La città estense ha dovuto affrontare le stesse problematiche che ora la Spezia deve risolvere per poter sperare di accogliere la serie A in maniera duratura. Anzi, per molti aspetti le problematiche della città emiliana erano anche maggiori. Il Mazza ha dovuto dotarsi di nuovi tornelli, abbattere le barriere interne, rifare il campo da gioco, creare il parcheggio per gli atleti. Non ha dovuto solo cambiare i gruppi illuminanti ma innalzare quattro nuove torri faro, potenziare il servizio di videosorveglianza, installare nuovi seggiolini e tutta una serie di altre operazioni che per il Picco ad oggi non sarebbero necessarie.
Un impegno non di poco conto, non solo economico. Ma oggi lo stadio "Paolo Mazza", che molti spezzini hanno frequentato in trasferta negli anni della comune serie C, non è neanche lontano parente di quel precario quadrilatero che era negli anni Novanta e Duemila. In mezzo ci sono state tre estati di lavoro ed una spesa di 8 milioni di euro condivisa dal Comune di Ferrara e dalla Spal. Fondi del settore lavori pubblici, mutui da reperire e da mettere a bilancio. Per il club, un prestito dell'Istituto per il credito sportivo.

Quando vi siete resi conto che lo stadio "Paolo Mazza" non era più adeguato per le ambizioni della città e del club?
"E' stato tutto molto veloce. Nel giro di due anni ci siamo trovati a passare dalla Lega Pro alla serie A, quando la Spal mancava dal campionato cadetto da 24 anni e dalla massima serie addirittura da 49. Nel 2016 il Mazza aveva un capienza di 7499 spettatori e due soli settori aperti. Anzi, per la verità due soli settori agibili. Però la cosa non ci ha colto impreparati perché nell'amministrazione c'era coscienza di dove la società di calcio volesse arrivare. Nel 2017 avevamo già le idee chiare e la netta sensazione che il progetto sportivo ci avrebbe portato al salto di categoria prima o poi. Certo, non ci aspettavamo che tutto si materializzasse così rapidamente. Se avessimo avuto più tempo, sarebbe stato più facile probabilmente. Eppure in due anni siamo riusciti a fare tutto. E oggi faccio fatica a ricordarmi lo stadio com'era prima".

Il 3 aprile del 2017, con la Spal che volava in campionato in serie B, ma senza la matematica certezza della promozione, avevate già presentato il progetto di ristrutturazione in due fasi. I primi due anni di serie A in deroga, il terzo con lo stadio definitivo.
"Arrivati in serie B erano già state apportate alcune migliorie, espandendo la capienza fino a 8500 spettatori. Nel passaggio alla serie A è iniziato il vero restyling. Abbiamo reso agibile la gradinata, che allora era scoperta, e costruito una curva ospiti da 1500 posti in ferrotubi. In questo modo siamo arrivati a 12348 spettatori, sufficienti in virtù della deroga concessa a chi manca dalla serie A da almeno vent'anni. Per la stagione successiva, una volta conquistata la seconda salvezza consecutiva, abbiamo coperto la gradinata e sostituito interamente la curva ospiti, ingrandendola e coprendola. Con questo siamo arrivati ai fatidici 16mila spettatori".

La Spal ha dovuto giocare fuori sede a causa dei lavori?
"I tempi sono strettissimi se vuoi fare tutto durante l'estate. Il giorno dopo la fine dei campionati il cantiere era già aperto. E spesso e volentieri si è lavorato giorno e notte, con tutti i problemi correlati. Intendo dire che è stato necessario incidere sulla vita delle persone che vivono lì attorno. Significava chiudere le strade alla sera e riaprirle alla mattina, occupare i parcheggi dei residenti, fare loro dei permessi per passare con la macchina. Un'estate abbiamo dovuto portare le nuove gigantesche torri faro, da manovrare per essere messe in posizione. Ma così facendo la Spal, in tre estati di lavori allo stadio, ha perso un solo match casalingo. Fu uno Spal-Parma, prima giornata della serie A 2018/19, che si disputò a Bologna".

Più lunghi i tempi dei cantieri o quelli della burocrazia?
"Per svolgere tutti i passaggi amministrativi è stato necessario partire molti mesi prima del cantiere. A luglio del 2017 le gare erano già state tutte espletate, gli ordini dei materiali evacuati ed i lavori affidati. Ma prima ci sono stati diversi passaggi in consiglio comunale. Poi c'è tutto il tema della Commissione provinciale di vigilanza. Ogni istituzione ha il proprio pezzo di responsabilità. Dalla prefettura ai Vigili del fuoco, la questura, l'ARPA... ciascuna di queste componenti ce l'ha davvero messa tutta. La vera forza è stata proprio questa unità d'intenti, mai sfociata in polemica. Perfino per un privato un'opera del genere non si fa dalla sera alla mattina. E alle spalle c'era la pressione della città stessa, che aveva la speranza di tagliare questo traguardo che per anni era sembrato così lontano".

La spesa è stata divisa tra l'ente ed il club. Ma come si convince una città intera, soprattutto chi il calcio non lo segue, ad usare fondi pubblici per un'opera così costosa?
"Intanto noi avevamo un bilancio solido e siamo sempre riusciti a fare operazioni dedicate. Il resto del mondo sportivo ferrarese devo dire che ha sempre compreso il prestigio di ospitare la serie A a Ferrara. Certo poi bisogna fare tutto un lavoro politico, un lavoro di delicatezza ma anche di fermezza. Abbiamo spiegato a tutti che la serie A per la città era uno straordinario volano economico, turistico e chiaramente sportivo. Già con la promozione in serie B, e venendo da 23 anni di serie C, il centro era animato ogni volta che giocava la Spal. Bar e ristoranti pieni, voglia di stare assieme. Sono indotti difficili da quantificare, ma evidenti. Ma pensate solo alla vetrina internazionale. Con la Spal in serie A si è parlato di Ferrara ben al di fuori dei confini nazionali".

E oggi come viene vissuto il Mazza dai ferraresi?
"E' aperto alla città. Un tempo aveva il problema di un'area hospitality che non era sufficiente neanche per l'evento partita. Oggi invece ha spazi, gestiti da un'azienda del settore, in cui si possono ospitare eventi durante tutta la settimana: convegni, cene, feste... E' uno stadio vivo sette giorni su sette. Non ha, per la posizione in cui è collocato, la possibilità di aree commerciali al suo interno, ma riesce comunque a diventare un elemento di volano per l'intero quartiere e ovviamente per la città".

Ma oggi secondo lei ha senso investire fondi pubblici in uno stadio nei mesi della pandemia?
"Mi rendo conto che i problemi dei comuni, dal punto di vista dei bilanci, sono ben diversi da quelli che avevamo noi due anni fa. Dopodiché penso che una città come la Spezia possa esser risollevata anche moralmente da un'opera del genere. A Ferrara fu così. La città era più viva, si respirava un'aria diversa nel periodo della scalata della Spal. C'è tutto un impatto sociale che non è affatto secondario. Anzi, è la vera grandezza dello sport. Se io fossi ancora un amministratore esplorerei qualsiasi soluzione per realizzare un progetto del genere, con fermezza e celerità".

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