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"Parlare chiari e ripetere i movimenti. Le partite? Preferisco vederle da solo"

Ospite degli allenatori spezzini, Pasquale Marino si racconta. "Allenare è passione, avrei messo la firma a farlo anche solo in serie C. Si vince e si perde negli ultimi metri. Un tempo ero più pazzo e allenavo in serie A".

IL MARINO PENSIERO
"Parlare chiari e ripetere i movimenti. Le partite? Preferisco vederle da solo"

La Spezia - L'autoironia sono i suoi cambi di fascia, per cercare il fianco scoperto e riuscire a trovare la profondità anche nell'esposizione magistrale. Avrebbe anche il physique du role del professore Pasquale Marino, gli occhiali e la gestualità, ma sulla cattedra non sale mai con i colleghi dell'Aiac. E' un seminario-chiacchierata molto informale quello che si è tenuto ieri in occasione della serata inaugurale della stagione per i tecnici spezzini, come da tradizione con il "più alto in rango" come ospite. "Il confronto è fondamentale per la crescita e a me piace interagire con i colleghi", introduce prima delle premiazioni di rito (a lui tocca una confezione di vini lunensi).

Sfata presto il mito dell'integralismo, al massimo vizio (o virtù) di gioventù. "Nello sviluppo della manovra per me é interessante partire da dietro, cercando subito la superiorità numerica. Quando ero più giovane ero più pazzo in questo senso, e allenavo in A; oggi sono più saggio e alleno in B (risata). Intendo dire che volevo sempre iniziare dal portiere, rischiando qualcosa di più. Oggi se vediamo che gli avversari ci pressano alti, magari la prima palla non la giochiamo". Gli avversari sono la base di partenza di ogni settimana lavorativa, che inizia con un briefing con i collaboratori. Ci sono anche loro in sala: il secondo Mezzini, il preparatore atletico Franzetti, il recupero infortunati Lorieri, l'allenatore dei portieri Senatore, il match analyst Ceccomori. Presenti anche l'amministratore delegato Micheli, il responsabile delle giovanili Alberti, il team manager Pignotti e in un secondo tempo il segretario Doronzo. "Simuliamo sempre in settimana il modulo che di solito usa la squadra avversaria e lavoriamo dal primo giorno con questo orizzonte", spiega il tecnico.

Al professor Franzetti il compito della prima parte, quella sulla preparazione fisica. L'illustrazione parte proprio da come é iniziata la stagione aquilotta a Pontremoli, tre settimane di lavoro con poche pause e pochi giorni di riposo. "I giocatori sono sempre monitorati con il gps, dati che scarichiamo per avere un archivio che ci servirà come traccia in futuro. In campionato facciamo il doppio il martedì, con un giovedì di scarico e la rifinitura del venerdì prima della partita", spiega. Grafici e tabelle spiegano la ricerca dell'intensità, i dati di ogni giocatore vengono poi confrontati con quelli che si ottengono in partita per avere la certezza di allenamenti efficaci. Tanta tecnologia e un po' di psicologia: "Se ti chiedo cinque esercizi da mille metri suona peggio che cinque esercizi da cinque minuti...".

Poi Marino spiega il suo gioco, con ampi riferimenti allo Spezia. "Con i cambi di fascia a poco a poco fiacchi gli avversari che devono spendere tanto per riposizionarsi. Per questo li cerchiamo spesso, con l'idea che man mano che prosegue la partita possano diventare sempre più efficaci - spiega - Chiaro che poi per essere incisivi là davanti bisogna lavorare sui tempi di gioco, che si ottengono con la ripetizione dei movimenti in allenamento. Il possesso di palla non deve essere fine a sé stesso, ma concepito per andare sul fondo o arrivare sul tiro". Per questo lo Spezia chiude spesso con una partitella in campo ristretto: ognuno nel suo ruolo con ritmi che invarabilmente si alzano nello spazio contenuto. In partita questo si deve concretizzare nella giocata che manda in porta.

Sull'efficacia dentro le due aree, Marino insiste parecchio. "Le partite si vincono e si perdono negli ultimi metri, in una fase e nell'altra. Lì ci devi mettere cattiveria che fa la differenza anche quando hai fatto tuo un tipo di gioco e lo sai riproporre a memoria". Lo Spezia in particolare ha una sua identità fissa quando attacca, mentre varia il modo in cui difende a seconda del modulo degli avversari. La mezzala può salire a pressare e allora è il regista centrale ad allargarsi per coprire lo spazio lasciato libero. Il centravanti deve subito stare attaccato al metodista per non far ripartire l'azione altrui in libertà. "E poi le marcature preventive, strette e non a cinque metri di distanza".

Come dire a un giocatore che non sarà tra i titolari? Anche questo è mestiere, che conta quanto il sapere tattico. "Io non prometto mai nulla ai giocatori e tendo a non giustificare le mie scelte se non mi viene chiesto esplicitamente - dice Marino - La cosa più importante é l'onestà, la chiarezza. Quindi se qualcuno chiede spiegazioni devi sempre dire la verità in maniera diretta e renderti disponibile. Chiaro che a un ventenne parli diversamente rispetto a un trentenne". Ecco l'aneddoto: "Un allenatore che ho avuto nel Catania (Giovanni Mei, ndr) e che era subentrato in corso di stagione mi disse che non avrei giocato fino a febbraio perché non poteva permettersi due attaccanti e un fantasista. Figuratevi che all'epoca avevo 34 anni, ero capitano, lo sentivo così tanto che andavo in giro con la fascia anche in città. Per me é stata una mazzata, ma ho apprezzato la chiarezza. A febbraio ero pronto a ribaltare lo spogliatoio se non avesse mantenuto la parola... invece mi rimise in campo e alla fine arrivammo anche ai play-off".

E' così che a sua volta mise in panchina Quagliarella e Di Natale nella serata in cui diede una lezione di calcio a Jurgen Klopp con l'Udinese (CDS l'ha raccontata qui). Anche se dover scegliere non gli piace. "Ho sperato di tornare a 22 squadre quest'anno, in modo da poter coinvolgere più ragazzi. I ritmi che metti in partita sono diversi da quelli di un allenamento. É solo in partita che puoi valutare un giocatore fino in fondo e questo è un problema quando devi magari avere a che fare con giocatori che vengono da un lungo infortunio".
Il finale è sul passaggio da calciatore ad allenatore. "Quando ho passato i trent'anni mi sono chiesto cosa avrei fatto dopo il campo. A quel punto guardavo gli allenamenti in maniera diversa, cercando di capire perché si faceva una determinata cosa piuttosto di un'altra. Avrei messo la firma per fare la stessa carriera di onesto calciatore di serie C anche su una panchina, invece è andata meglio. É una passione in ogni caso. Una passione che ho ancora oggi. Sono uno che non si diverte fino in fondo a vedere le partite in compagnia con gli amici. Io devo vederle da solo e studiare i movimenti, capire se sono voluti o casuali. Solo così me la godo davvero".

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