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Ultimo aggiornamento: Sabato 19 Agosto - ore 23.06

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Perché la politica sta perdendo sé stessa

di Giorgio Pagano

Perché la politica sta perdendo sé stessa

La Spezia - La politica è dialogo
Per la prima volta ho visto all’opera dal vivo un dirigente “renziano”. Non partecipo a riunioni di partito da molti anni, e non vedo i talk show. Quindi finora i “renziani” li avevo solamente letti sui giornali. Nemmeno sui social, dato che io non ci sono. La prima volta è stata venerdì scorso a Pontremoli, dove il Pd, d’intesa con il Comitato lunigianese per il No al referendum, mi ha invitato a un dibattito sulla proposta di riforma costituzionale: io a sostegno del No, Dario Parrini, deputato e segretario regionale del Pd, renziano della prima ora, a sostegno del sì. Non lo conoscevo, ma devo dire che alcune cose mi hanno colpito favorevolmente: è laureato, in un’epoca in cui i politici rinunciano agli studi perché puntano solo a far carriera; è persona di una certa cultura, fatto raro in un mondo politico che ha di fatto abrogato i libri; sembra credere in quello che dice, quando molti, invece, rinunciano alle proprie idee per opportunismo e per piaggeria verso il capo. Naturalmente non ero d’accordo con lui su quasi nulla, ma questo è un altro discorso. Ciò che mi ha colpito negativamente, invece, è una certa arroganza, un’incapacità al dialogo. Non tanto con me, quanto con le persone che hanno preso la parola nel dibattito. Quando un cittadino ha fatto una domanda su come la proposta di riforma costituzionale possa migliorare la drammatica situazione sociale delle persone, di fronte alla sua perplessità per una risposta assai generica, il dirigente renziano è sbottato: “lei ritiene la mia risposta insufficiente, io considero la sua domanda insufficiente, chiudiamola lì”. Mi sono venute in mente le mie tante assemblee da Sindaco, quando, di fronte a critiche molto più dure e pesanti, riuscivo quasi sempre -o quantomeno ci provavo con tenacia- a ritessere la tela del confronto e dell’avvicinarsi dei punti di vista. La politica è dialogo, partecipazione, coinvolgimento, ricorso alla parola anziché alla forza, ascolto, compromesso, mediazione: altrimenti perde se stessa. Certamente la “colpa” di questa perdita non è solo personale di Parrini, ma è più generale, è dello “spirito del tempo”: così fan tutti. Anche a Spezia: tempo fa lessi che il Sindaco, in un’assemblea pubblica sulla chiusura della scuola materna di via Firenze, rispose a una signora con opinioni diverse dalle sue in questo modo: “Signora, quando farà il Sindaco faremo come vuole lei”. Naturalmente il Sindaco fu poi costretto a fare marcia indietro, e la scuola materna non è stata chiusa: perché la politica dell’uomo solo al comando, incapace di dialogare, non porta da nessuna parte.

La Costituzione è un patto sociale di convivenza

Nel dibattito di Pontremoli la questione della concezione della democrazia è emersa in modo nettissimo come la vera questione che divide il Sì e il No. Mi riferisco innanzitutto al metodo con cui la proposta di riforma è stata varata: una maggioranza che alle ultime elezioni ha preso il 25% dei voti, corrispondente a poco più del 15% degli elettori, non ha ricercato un risultato più largamente condiviso, ma è andata avanti a colpi di fiducia, riducendo drasticamente le discussioni in Parlamento, perfino sostituendo alcuni membri della Commissione Affari costituzionali, perché non seguivano la linea governativa. Ma tutto ciò danneggia la Costituzione, la sua credibilità come casa di tutti. Io arrivo a sostenere che una revisione operata in questo modo -quali che siano i suoi contenuti, anche i più condivisibili- merita comunque di essere respinta. Perché, se passasse, la Costituzione non sarebbe più la stessa: non avrebbe più lo stesso prestigio. Come ha scritto Luigi Ferrajoli, giurista, allievo di Norberto Bobbio, “le Costituzioni valgono anche per il carattere evocativo e simbolico del loro momento costituente, quale patto sociale di convivenza”. Se la proposta di nuova Costituzione passasse, sarebbe comunque concepita da molti italiani come il frutto di un colpo di mano, di un atto di prepotenza e prevaricazione sul Parlamento e sulla società italiana. Sarebbe la Costituzione non della concordia ma della discordia: della rottura del patto implicito in ogni momento costituente. Mi fermo qui: concordo con quanto scritto da Alberto Scaramuccia su questo giornale (“Che fine faranno i famosi partiti dell’arco costituzionale?”, 28 settembre 2016) e rimando a un mio precedente articolo in questa rubrica (“La democrazia svuotata, Fra Diavolo e la gente che fa la storia”, 5 giugno 2016 ).

Democrazia plebiscitaria e democrazia parlamentare
C’è poi il merito della proposta di riforma. Ne ho scritto più volte, rimando alla mia ultima riflessione su “Città della Spezia”: “Referendum, tutte le difficoltà di Renzi” (9 settembre 2016). Insisto sul punto di fondo: con il combinato disposto legge elettorale-riforma costituzionale il nostro ordinamento si orienterebbe di fatto verso un "premierato assoluto". L'Italicum trasformerebbe il voto al partito del leader in un'investitura quasi diretta del premier e la proposta di nuova Costituzione eliminerebbe il Senato come potenziale contro-potere esterno della Camera senza prevedere efficaci contro-poteri interni. Col duplice rischio, connesso all'uomo solo al comando, di produrre eccessivi squilibri di rappresentanza e di condizionare i poteri del Presidente della Repubblica. La differenza fondamentale è tra questa concezione della democrazia, plebiscitaria e verticale, e un’altra sua concezione, parlamentare e orizzontale. La concezione plebiscitaria e verticale, che i suoi sostenitori chiamano della democrazia “decidente” o “governante”, è già in atto: il dominio del Governo sul Parlamento e del capo sul partito ci sono già. Con l’Italicum e la proposta di riforma costituzionale il processo in atto viene rafforzato, con l’obbiettivo dell’affermarsi definitivo del plebiscitarismo e della passività politica dei cittadini. Contro questa prospettiva c’è un unico programma alternativo: il ritorno alla Costituzione del 1948 e la sua attuazione.
Nel dibattito pontremolese mi ha preoccupato la convinzione del mio interlocutore che solo la concentrazione del potere possa farci uscire dalle difficoltà del presente. L’ossessione dell’obbiettivo della governabilità, da raggiungere attraverso artifici legislativi che impongano per legge un bipolarismo che non c’è più. In una parola: la mancata consapevolezza dei doveri della politica.
Il bipolarismo si è frantumato in tutta Europa, in Francia come in Spagna, perfino in Germania: e questo non è stato impedito da nessun sistema elettorale. Bisogna uscire dalle difficoltà con la forza e la responsabilità della politica, non dando la colpa alle istituzioni. Nel resto d’Europa non ci si inventa una legge elettorale per mettere le brache al sistema politico. Guardiamo alla frantumazione del bipolarismo italiano: è una questione che riguarda la politica, non si può pensare di risolvere il problema con la legge elettorale. Il problema è che il bipolarismo non c’è più nel Paese, nelle sue culture politiche, nella società. Dopo Berlusconi, destra e sinistra si sono decomposte. Non possono riaddensarsi con un algoritmo come l’Italicum. E’ fallita la “rivoluzione conservatrice”, ma anche la “rivoluzione socialdemocratica”. E nel vuoto è comparso il terzo polo, il M5S. Dopo la prima Repubblica, è finita anche la Seconda, quella del maggioritario in cui si contrapponevano berlusconismo e antiberlusconismo. L’Italicum e la proposta di riforma costituzionale tentano di tenere ancora in vita la Seconda Repubblica, ma è accanimento terapeutico. Io so cosa significa governare con il consenso: sono stato eletto due volte Sindaco al primo turno con il 60% dei voti quando votava oltre il 70% dei cittadini. Ma oggi? Si può governare -e non un Comune ma una grande nazione- con il 25-30% dei voti mentre l’astensionismo dilaga? Non si è messo in moto un treno che, chiunque vinca le elezioni, rischia di andare a sbattere contro un muro? Il No ci serve per impedirlo, per chiudere una fase e cominciarne un’altra. Come sarà non lo so, l’importante è ripartire dai valori e dalla forma di governo della Costituzione del 1948.

La politica è rappresentanza delle persone e della società
Una cosa che servirà nella nuova fase, però, credo di saperla. Ci servirà saper dialogare, ascoltare, suscitare la partecipazione popolare: cioè il senso stesso della democrazia. La concezione che sta dietro alle riforme è sbagliata proprio per questo: perché ritiene che chi ha il potere lo debba avere da solo, e che non debba perdere tempo a confrontarsi e a discutere con altri. Serve una rifondazione dal basso della politica. Serve indagare la nuova realtà popolare, che conosciamo e comprendiamo poco. Per poterla rappresentare. Ricordo che in un mio viaggio a Cracovia incontrai gli esponenti del sindacato Solidarnosc, che era stata la forza principale di opposizione al regime del “socialismo reale” in Polonia. Mi raccontarono che Lech Walesa, quando non era ancora quello che divenne più tardi, cioè il capo di Solidarnosc, saltava sugli autobus per parlare alla classe operaia. Questa, vorrei dire a Parrini, al Pd ma anche a tutta la “sinistra” nel Pd e fuori del Pd, è la sinistra che manca. Mi viene in mente il treno pugliese per pendolari della tragedia di luglio: studenti, precari, camerieri, badanti, interinali, ragazzi di bottega… Tanti treni, un mondo molto distante dalla narrazione ufficiale del Paese che riparte, delle start up… Vado spesso a Firenze per lavoro, viaggio nei treni regionali. Le facce che credevamo estinte con la modernità avanzata stanno tornando. Basta scendere dall’auto blu o dal Frecciarossa per vederle. Walesa si comportava come un populista, qualcuno direbbe oggi: ma in pochi anni guidò il suo Paese verso la democrazia. Dobbiamo fare come lui, incontrare su quei treni lenti i viaggiatori lenti, gli umili e gli oppressi di oggi. Il problema di gran lunga principale della politica non è la governabilità ma la rappresentanza. Non ci saranno mai governi stabili e capaci di governare se non saranno espressione di forze politiche capaci di rappresentare le persone e la società. Io sono per il No perché nelle riforme che ci vengono proposte l’unico valore è la governabilità, e la rappresentanza è il nemico. Ma è un gravissimo errore restringere la rappresentanza proprio mentre viviamo la più grave frattura tra società e istituzioni della storia italiana. Tutta la piramide del potere si sta sgretolando sotto i nostri occhi: è la politica che perde se stessa. E’ la triste sorte di coloro che non hanno più il linguaggio della politica, cioè il linguaggio del dialogo e della rappresentanza.

Post scriptum: chi è interessato può leggere qui di seguito una mia nota che affronta i punti principali della proposta di riforma costituzionale.

Il ruolo dell’Anpi
Lo Statuto dell’Anpi dice che tra gli obbiettivi c’è quello di difendere e chiedere l’attuazione della Costituzione, nello spirito con cui la votarono i costituenti. Modifiche sono sempre ammissibili, ma quando c’è qualcosa che stravolge quello spirito ci sentiamo obbligati a schierarci a difesa della Costituzione.
La questione del metodo
La proposta di riforma è stata pervicacemente voluta da una maggioranza (che alle ultime elezioni prese il 25% dei voti, corrispondenti a poco più del 15% degli elettori) che non si interessava più a un risultato più largamente condiviso: ciò danneggia la Costituzione, la sua credibilità come casa di tutti.
Leggiamo quanto detto dall’ex Presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo nel programma “Di martedì” del 7 giugno 2016: “Il punto più debole di tutto in generale è questo: questa riforma è una riforma fatta da poco più della maggioranza assoluta dicendo: poi andiamo al popolo per avere il consenso; questo meccanismo è molto pericoloso. Le 35 riforme di leggi costituzionali, della Costituzione, che sono state fatte in passato, sono sempre passate, salvo che in quattro casi, con la maggioranza dei due terzi che è la prima grande scelta che fa l’art. 138 della Costituzione, perché la nostra Costituzione fissa le regole del gioco per tutti, per chi è maggioranza e per chi è opposizione. Se noi riduciamo la Costituzione, invece, a una cosa che viene decisa dalla maggioranza politica e poi si va al popolo, noi distruggiamo il concetto di Costituzione. I costituenti più saggi all’epoca della Costituente parlavano di casa comune, la Costituzione deve essere la casa comune in cui tutti si riconoscono. Se io forzo troppo la modifica della Costituzione riducendo il consenso a chi è momentaneamente maggioranza e poi faccio una bella campagna demagogica, stiamo attenti: in questo modo distruggiamo la Costituzione”.

Il cambio della strategia comunicativa del Governo
La strategia comunicativa del Governo è cambiata. A un certo punto ci si è resi conto che la posizione originaria di Renzi, il plebiscito su di sé, era pericolosa. Qualcuno gli ha detto: “Stai attento perché se poi va male devi andare a casa davvero!”. Si è passati dalla richiesta di un plebiscito personale a un ragionamento che vuole essere più “seduttivo”. La nuova linea di condotta afferma di voler discutere il merito della proposta di riforma, per poi snocciolare una serie di parole d’ordine che sono però prive di riscontro nel testo sottoposto agli elettori. Anche i quesiti che saranno riportati sulla scheda elettorale hanno titoli accattivanti, al fine di trarre in inganno gli elettori chiamandoli a pronunciarsi su proposte che in realtà non ci sono. Il copione è il solito: superamento del bicameralismo perfetto; strumenti più rapidi ed efficaci; potere semplificato per le Regioni; taglio del numero dei parlamentari; riduzione dei costi della politica; la riforma costituzionale e quella elettorale non sono tra loro legate; la riforma non tocca i poteri del Governo; la riforma non tocca la prima parte della Costituzione. Seguirò l’invito sacrosanto a discutere nel merito la riforma. E’ quello che ci interessa: non mandare a casa Renzi, ma guardare la proposta di riforma dal di dentro. Per demistificare la propaganda che dichiara reale ciò che è soltanto slogan. Prima però una risposta a un altro leitmotiv della strategia comunicativa del Governo: non c’è più il rischio che vada via Renzi, ma che l’Italia vada in catastrofe economica (la Confindustria, gli ambienti finanziari internazionali, l’ambasciatore americano…). Berlusconi nel 2006 perse il referendum sulla sua proposta di riforma costituzionale e rimase al suo posto come capo di Forza Italia. Se vince il No non si verificherà nessuna catastrofe: anzi, si potranno fare cambiamenti “buoni”. Con Renzi o senza Renzi come premier, questo lo decideranno il Parlamento e il Presidente della Repubblica. Con Renzi o senza Renzi come capo del Pd, questo lo deciderà il suo partito.
Quanto alla catastrofe economica, i dati ci dicono che la politica economica di questo Governo certo non aiuta l’uscita dalla crisi. Con la disoccupazione al 34% la sensazione della catastrofe l’opinione pubblica ce l’ha già.

”La riforma abolisce il bicameralismo perfetto, un’eccezione in Europa e nel mondo”.
In realtà il bicameralismo perfetto esiste in numerosi Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti. Non è vero che il bicameralismo perfetto è fonte di lungaggini. Walter Tocci, senatore del Pd, ha scritto: “Che il Paese non si possa governare a causa del bicameralismo è la più grande panzana raccontata al popolo italiano nel secondo Novecento”. Il Servizio studi della Camera ha evidenziato come al 30 giugno 2016, di 224 leggi approvate, 180 lo siano state con un solo passaggio alla Camera e uno al Senato. Il tema non è il bicameralismo perfetto, bensì la volontà politica di attuare i provvedimenti: quando c’è le leggi passano alla velocità della luce. Esempi: queste due leggi, l’abolizione dell’articolo 18, il Jobs Act, la Buona Scuola… Mentre invece la legge contro il consumo di suolo è impantanata, la lotta all’evasione fiscale e ai grandi patrimoni non si fa…
E comunque: durante il dibattito che ha preceduto il varo della proposta di riforma, vi è stato ampio consenso sul fatto che la fiducia al Governo dovesse essere data dalla sola Camera, ma occorreva allora o abolire il Senato o farne una vera Camera delle Regioni come il Budensrat tedesco (il che presuppone uno Stato federale). Invece si è mantenuto -e non abolito- il bicameralismo perfetto per le leggi costituzionali ed elettorali e per la ratifica dei trattati internazionali: il che avrebbe richiesto l’elezione diretta dei senatori, anziché la loro nomina partitica nei Consigli regionali. Il Senato è stato inoltre privato del più tipico potere di una Camera espressione dei territori: l’approvazione del bilancio, cioè la suddivisione delle risorse tra centro e periferia. Si è dato in questo modo vita a un organismo invertebrato, a un “pot pourry” (la definizione è di Ugo de Servio) senza un ruolo costituzionale definito e dalla debolissima legittimazione politica: il dopolavoro del ceto politico regionale. Sarà eletto dai Consigli regionali su liste di partito, e avrà quindi un carattere di rappresentanza partitico, non territoriale. Ancora: solitamente nelle Assemblee rappresentative dei territori, questi sono rappresentati pariteticamente, come nel Senato americano. Nel futuro Senato italiano, al contrario, la sola Lombardia avrà il 17% dei seggi.

”Il processo legislativo viene semplificato e accelerato”
In realtà con la riforma avremo almeno 8 processi legislativi diversi a seconda dell’oggetto: un sistema confuso e approssimativo, che renderà estremamente incerto l’iter delle leggi. La riforma porterà caos e confusione, non semplificazione e tempi rapidi. Si passa dal bicameralismo perfetto al bicameralismo confuso e imperfetto, ignorando le due strade possibili: l’abolizione del Senato o un bicameralismo funzionale che assegni competenze diverse a Camera e Senato. In ogni caso la composizione del Senato (consiglieri regionali nominati dai partiti) non dà alcuna garanzia che esso non abbia una maggioranza politica diversa da quella nazionale e che non venga usato dalle opposizioni per rallentare il processo legislativo. Un esempio teorico, ma non troppo: se il M5S vincesse le elezioni politiche, il Senato sarebbe in mano al Pd, e il Presidente del Senato sarebbe di fatto il capo dell’opposizione. L’opposto di quanto si proclama. Un vero pasticcio! Se 11 ex Presidenti della Corte Costituzionale sono per il No, e nessuno per il Sì, un motivo ci sarà.

”Il potere delle Regioni è semplificato”
In realtà il trasferimento di moltissimi poteri al centro fa perdere alle Regioni gran parte della loro autonomia. La riforma è fortemente centralistica: non affronta il tema della crisi del regionalismo, semplicemente affossa il regionalismo. Il che, oltre a essere sbagliato, rende priva di senso la scelta di dar vita -proprio mentre si abbandona ogni ipotesi federalista- a un Senato espressione dei territori. C’è poi un ulteriore difetto, introdotto per ottenere i voti necessari a far approvare la riforma in Senato: mentre con la sostanziale abolizione delle competenze concorrenti e l’introduzione della clausola di supremazia si sono private di poteri le Regioni ordinarie, si sono rafforzate oltre misura quelle a Statuto speciale, prevedendo che i loro statuti possano essere modificati con legge costituzionale solo previo consenso delle Regioni stesse.

”La riforma taglia il numero dei parlamentari”
In realtà si tace sullo squilibrio che si produce: pur rimanendo entrambe le Camere titolari di funzioni legislative, il Senato sarà composto da soli 100 membri, mentre la Camera rimarrà con tutti i suoi 630 deputati. Non è ragionevole lasciare un ramo del Parlamento sovradimensionato e l’altro ridotto ai minimi termini. Meglio la strada della riduzione equilibrata, quindi anche del numero dei deputati; oppure la strada ancora più radicale dell’abolizione del Senato.

”La riforma riduce i costi della politica”
In realtà abolire 215 senatori su 315, ma non i loro futuri vitalizi, riduce i costi del Senato rappresentati da personale, pensioni, vitalizi, edifici, solo di circa 40-50 milioni: una cifra irrisoria rispetto ai costi totali della politica. Con la riduzione della straordinaria finanza delle Regioni a Statuto speciale, per fare un solo esempio, si sarebbero ottenute cifre ben più significative.

”La riforma costituzionale e la riforma elettorale non sono tra loro legate”; “La riforma non tocca i poteri del Governo”
I padri costituenti erano ben consapevoli che governabilità e rappresentatività sono il prodotto di un “combinato disposto” di norme costituzionali ed elettorali. La proposta di riforma costituzionale va esaminata anche alla luce dell’Italicum: del resto l’Italicum è già legge, è stato approvato prima della proposta di riforma costituzionale, è il grimaldello che si adatta perfettamente alla serratura, cioè la proposta di riforma. E’ stato fatto per la sola Camera, dando per scontato il successo del referendum. Con una sola Camera che vota la fiducia e fa la gran parte delle leggi è fondamentale come la si elegge. Il sommarsi di un abnorme premio di maggioranza alla nomina dei capilista e alle candidature plurime dà al leader del partito vincente una forte possibilità di controllare la nomina del Presidente della Repubblica e dei membri nominati dal Parlamento nella Corte Costituzionale. Sull’elezione del Presidente della Repubblica assistiamo a un vero e proprio inganno: i fautori della riforma dicono di aver aumentato le garanzie, alzando, dopo le prime votazioni, le percentuali da maggioranza assoluta ai 3/5. Però dimenticano di dire che sono i 3/5 dei votanti, non dei componenti: le garanzie le abbassano! L’Italicum incide profondamente sull’equilibrio dei poteri indebolendo il peso complessivo dei pesi e contrappesi e modifica quindi la forma di governo.
Se non ci fosse una forte interrelazione tra le due riforme la Corte Costituzionale non avrebbe rinviato la pronuncia sulla costituzionalità dell’Italicum: lo ha fatto per non incidere sul referendum.

”La riforma non tocca la prima parte della Costituzione”
In realtà la prima parte della Costituzione, quella dei diritti, da tempo non è più nelle nostre mani, ma in quelle del potere economico-finanziario. La modifica della prima parte della Costituzione, come avvertono sulla loro pelle soprattutto i soggetti deboli della società, sta avvenendo da tempo. Ora si vuole modificare la seconda parte per adattare del tutto l’ordinamento della Repubblica a questo ribaltamento del rapporto tra politica ed economia. E’ evidente come questo processo non sia agevolato, ma anzi venga resistito da quel sistema di separazione e di policentrismo dei poteri, di pesi e contrappesi, che caratterizza il costituzionalismo contemporaneo. Tutto si lega, dunque, in un’unica strategia: abolire non il Senato ma la sua elezione da parte dei cittadini; ridurre i poteri delle Regioni; ridurre i poteri del Parlamento; verticalizzare il potere in senso governativo; aggredire con le “riforme strutturali” i diritti del lavoro e lo Stato sociale.

Il No è un pronunciamento contro la concezione plebiscitaria e verticale della democrazia.
Nessuna leadership può operare per il bene del Paese se le norme non impongono limiti al suo potere e controlli continui su ogni sua decisione. Sappiamo che la democrazia “decidente” o “governante” è già in atto: il dominio dell’esecutivo sul Parlamento e del capo sul partito ci sono già. Con l’Italicum e la proposta di riforma tutto viene rafforzato, con l’obbiettivo dell’affermarsi definitivo del plebiscitarismo e della passività politica dei cittadini. Quando, nella proposta di riforma, si parla di sessanta giorni per discutere una proposta del Governo, si ipotizza una pura funzione di ratifica da parte del Parlamento. Quando l’Italicum prevede che venga indicato il nome del capo del partito come candidato premier, siamo all’investitura, il contrario della democrazia parlamentare. Contro questa prospettiva c’è un unico programma politico alternativo: il ritorno alla Costituzione del 1948 e la sua attuazione.

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Fezzano, Chiesa di San Giovanni Battista: Giuseppe Tori, Madonna del Carmine e i Santi Anna ed Erasmo (2012) (foto Luca Fregoso) Luca Fregoso


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