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Ricciardi, Bufano e Delfino ricordano il cento anni dalla nascita di Aldo Moro

Ricciardi, Bufano e Delfino ricordano il cento anni dalla nascita di Aldo Moro

La Spezia - Intervenendo nel marzo del 1947 alla Assemblea Costituente Aldo Moro – giurista trentunenne – aveva detto:” costruendo il nuovo stato noi non facciamo soltanto organizzazione dello Stato, non definiamo soltanto alcuni diritti che intendiamo sanzionare per la nostra sicurezza nell’avvenire ma determiniamo una formula di convivenza, che è premessa necessaria e sufficiente per la costruzione del nuovo Stato”.
Commemorando Aldo Moro nel centenario della sua nascita (23 settembre 1916) ci piace sottolinearne innanzitutto la coerenza.
Così nel 1969 – di fronte ai mutamenti epocali allora in corso – non alzava barricate a difesa del Palazzo ma invitava il suo partito ad aprire la mente e a guardare al nuovo con onestà e coraggio: “Se noi vogliamo essere ancora presenti, ebbene dobbiamo essere per le cose che nascono, anche se hanno contorni incerti, e non per le cose che muoiono, anche se vistose e in apparenza utilissime”.
Ed ancora, negli stessi anni: “Si affaccia sulla scena del mondo l’idea che, al di là del cinismo opportunistico, ma che dico, anche al di là della stessa prudenza e dello stesso realismo, una legge morale tutta intera, senza compromessi, abbia ad affermarsi…perché la politica non sia ingiusta, né tiepida e tardiva, ma intensamente umana”. E, noi potremmo aggiungere, intensamente responsabile e veritiera.
Moro è sempre stato mosso dal desiderio di allargare gli spazi della democrazia aiutato da quella che Leopoldo Elia ha definito “ una innata capacità di comprensione dei passaggi profondi della storia”. La sua azione politica e di governo, la sua instancabile opera di intelligenza della società, i suoi scritti rappresentano un giacimento sconfinato di pensiero.
“Non esiste nessuna ‘volontà popolare’, nessuna ‘maggioranza degli elettori’ che può farne un potere arbitrario, un territorio inospitale per le regole, per il diritto, per la giustizia”. E tantomeno può trovare alcuna giustificazione l’esercizio del potere a proprio vantaggio. “La politica è un atto di forza” – ha scritto ancora Moro – “più propriamente di consapevolezza, di fiducia nel proprio compito, ma ci deve pur essere più in fondo una ragione, un fondamento ideale, una finalità umana per i quali ci si costituisce in potere ed il potere si esercita. E’ solo nella accettazione incondizionata di una ragione morale che si sviluppa con coerenza il patrimonio delle nostre idealità”.
E per Moro tale fondamento si rinveniva nella fede e nell’esperienza cristiana, sentita come “principio di non appagamento e di mutamento dell’esistente nel suo significato spirituale e nella sua struttura sociale. E come forza di liberazione, accanto ad altre, diverse per le loro motivazioni ed i loro modi di essere, noi dobbiamo considerare la nostra”.
In una delle struggenti 97 lettere dalla prigionia Moro ha formulato una drammatica promessa, da molti vissuta come una maledizione:”Io risarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa”.
Secondo noi voleva dire che la sua eredità politica non cesserà mai di metterci alla prova. Ed è inevitabile osservare – con Pierluigi Castagnetti - che "il suo modello di democrazia, nonostante la sua intrinseca fragilità, resse allora alla prova terribile del terrorismo mentre il nostro rischia di essere travolto da quella ben più vincibile del qualunquismo e dell’antipolitica”
Qualcuno ha detto che Moro ebbe “troppa autorità e troppo poco potere”; ed in effetti le odierne democrazie sembrano spesso governate da un “potere senza autorità”, rischiando di trasformarsi e mimetizzare forme subdole di neotirannia, seppure soffice, per dirla con Tocqueville.
E allora chiediamoci: è possibile governare senza autorità, cioè senza il riconoscimento collettivo del possesso delle virtù pubbliche e private che fanno di un capo una autorità? E c’è vera libertà in un paese in cui i cittadini sono costretti a farsi guidare – per scarsità di alternative o per impossibilità di percepirle –da capi senza virtù?

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