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Ultimo aggiornamento: Martedì 24 Gennaio - ore 20.20

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Pd spezzino, la spallata agli orlandiani riesce solamente a metà

Un martedì con la calcolatrice per paitiani e benifeiani, perché i conti non tornano. Orlandiani in vena di ricostruire una maggioranza che ieri è svanita, dopo anni di leadership.

Pd spezzino, la spallata agli orlandiani riesce solamente a metà

La Spezia - Nessuno esce vincitore dall'Unione comunale di ieri sera. Ma nessuno ammette la sostanziale sconfitta. Come sempre in questi casi, quando la seduta si chiude con un rinvio, il day after è intriso di letture che trasudano soddisfazione, soprattutto per la mancata vittoria degli avversari.
Le facce lunghe viste in serata in consiglio comunale, però, sono la dimostrazione che alla fin fine quello che si spartiscono le tre correnti Pd è una disfatta. Nonostante le manovre messe in atto.

Gli orlandiani si sono ritrovati per la prima volta sotto nell'assemblea cittadina, con 50 voti per Federico Barli, che avrebbero potuto arrivare a 52 senza le assenze dello stesso ministro Andrea Orlando (impegnato a Roma per la direzione nazionale del Pd, così come Raffaella Paita, altra assente illustre) e di un altro delegato di chiara appartenenza alla corrente guidata dal Guardasigilli. Con una maggioranza che si ottiene a 58 voti e un sodalizio tra paitiani e benifeiani che arriva a 54 preferenze sul candidato Luca Mastrosimone, il dato numerico registrato ieri sera è poco confortante.

Sconfitti, a livello strategico, anche i componenti delle ali che fanno riferimento a Raffaella Paita e Brando Benifei. C'era la convinzione (o l'ostentazione) della vittoria con ampio margine e del raggiungimento del quorum senza grossi problemi. Invece l'appoggio a Mastrosimone non è riuscito a far sfondare il giovane segretario di Pegazzano.
E a conti fatti, le motivazioni della maggioranza mancata, non devono essere cercate molto lontano.

Tra gli orlandiani, infatti, c'era chi aveva preannunciato la grande difficoltà per entrambi gli schieramenti di travalicare i 58 voti. Un'affermazione fatta con l'aria di chi la sa lunga.
Nella mattinata le dimissioni della consigliera Laura Cremolini, portavoce del ministro della Giustizia, dal parlamentino di Palazzo civico, sono state notificate con una lettera. Una decisione che era nell'aria, giurano gli orlandiani, dovuta alle grosse difficoltà della piddina di partecipare alle sedute del consiglio. Negli ultimi tre anni, infatti, per il San Nicola del Carpenino la chioma bionda della Cremolini era una vera rarità. Il caso ha voluto che le dimissioni venissero comunicate proprio ieri, giorno dell'Unione comunale, che si è svolta di lunedì sera - proprio come la maggior parte dei consigli - e alla quale Cremolini era presente. A dimostrazione dell'importanza di ogni singolo voto.
Al posto della consigliera dimissionaria è subentrato - come primo dei non eletti - Fabrizio Andreotti, lo stesso che dieci giorni prima era stato proposto dagli orlandiani come segretario comunale, nome sul quale si era consumata la frattura con i benifeiani, che il giorno seguente avevano giocato la carta Mastrosimone. Una strategia tira l'altra.
Andreotti afferisce alla mini corrente di Andrea Stretti, l'assessore defenestrato da Federici nel marzo scorso per aver cambiato sponda, abbandonando i paitiani a pochi mesi dal congresso. Nessun mistero, da tempo, sulla vicinanza politica tra Stretti e l'attuale capogruppo, Luca Liguori, il "paitiano" che in primavera era stato quantomeno stranamente proposto dagli orlandiani, decisi a mettere da parte Iacopo Montefiori a causa della sprgiudicatezza con la quale Luca Erba aveva condotto le trattative col sindaco al termine delle quali aveva fatto il balzo dai banchi del consiglio alla giunta, chiudendone così la crisi insieme al clamoroso dietro front di Luca Basile.
Gli abachi utilizzati in nottata hanno fatto emergere la mancanza di cinque voti tra le fila dei paitiani. Cinque schede decisive, che avrebbero dato la maggioranza e la segreteria a Mastrosimone. Cinque preferenze che potrebbero ballare proprio nei dintorni di Liguori, il cui nome ha iniziato ad aleggiare come nome unitario sul quale convergere nella prossima seduta dell'Unione comunale. Difficile, infatti, che a saltare siano stati i voti di singoli delegati, bensì quella di un'unica mini componente. E tra gli osservatori, esterni e interni al Pd, c'è chi punta l'occhio di bue proprio su quell'area, dove nel segreto dell'urna avrebbero potuto votare per Barli proprio cinque delegati.

Se le cose fossero andate effettivamente così, gli orlandiani avrebbero reso pan per focaccia ai benifeiani, rispondendo al volta faccia delle ultime settimane con un accordo segreto con una costola dei paitiani. Oggetto del contendere, le primarie e i posizionamenti su quello che ognuno ritiene poter essere il cavallo vincente in ottica di candidature e di eventuale elezione a sindaco di un esponente del Pd o ad esso legato. Gli orlandiani accusano gli avversari di usare le primarie come foglia di fico, essendo ben difficile il raggiungimento dei 2/3 dei delegati dell'Unione comunale necessari per bypassare le consultazioni previste dallo statuto. Dall'altra parte la risposta di benifeiani e paitiani individua nella debolezza attuale della corrente del ministro la volontà di passare da un nome e una lista civica per riuscire ad azzerare la classe dirigente attuale. La visione del futuro della città per i prossimi cinque o dieci anni, alla fine, è la medesima: le lotte interne sono una questione politica.

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