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Ultimo aggiornamento: Giovedì 26 Aprile - ore 23.00

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Pd-5 Stelle, c'è chi dice sì: "Servirebbe Aldo Moro..."

Intervento di Paolo Bufano della Direzione provinciale del Partito democratico della Spezia.

Pd-5 Stelle, c'è chi dice sì: "Servirebbe Aldo Moro..."

La Spezia - Già qualche ora dopo che erano divenuti noti i risultati delle elezioni politiche del 4 marzo è sorto l'interrogativo ''e adesso cosa accadrà?'', al quale è seguito subito l'altro complementare interrogativo (non secondario, a dispetto delle apparenze): ''e cosa farà il Pd?''.
La risposta a questa seconda domanda fornita dalla leadership del Partito Democratico e dal 'grosso' dei suoi gruppi parlamentari (selezionati proprio nella mesta, facile previsione di dovere oggi rispondere proprio a questa domanda) è stata subito ''il nostro virtuoso destino è inesorabilmente quello dell'opposizione, essendo troppo ugualmente diversi e distanti da noi sia il Centrodestra a trazione leghista che il Movimento 5Stelle''.
Al punto che l'accordo sulle presidenze delle Camere fra Di Maio e Salvini è stato accolto con percepibile sollievo (in ossequio alla filosofia del tanto peggio tanto meglio) come l'anticamera di un auspicato accordo di governo fantasiosamente descritto da alcuni come già sotterraneamente siglato.
Poi, nelle settimane successive, da padri nobili del Partito (Prodi, Veltroni) e da dirigenti di rilievo (Franceschini, Orlando, secondo qualcuno anche Gentiloni) sono pervenuti segnali di una qualche insofferenza verso la linea isolazionista dettata dall'ex segretario nazionale, senza peraltro che siano state suggerite nitide strategie alternative.
Ma nessuno si era finora preoccupato di chiedersi come la pensassero gli elettori del Pd.
Lo ha fatto il qualificato sondaggista Noto un paio di giorni fa e i risultati sono stati sorprendenti (ma solo per gli analisti superficiali o interessati).
Secondo il sondaggio di Noto, il 60% degli elettori del Pd pensa che il partito debba ''trattare, confrontarsi sui contenuti e poi decidere''. Solo il 20% pensa - come Renzi & Co. - che ci si debba votare in ogni caso all’opposizione (l'ultimo 20% non ha un opinione). Come ha giustamente rilevato qualche osservatore è ben difficile credere che l’indicazione di quel che è rimasto dell’elettorato Pd fosse ‘’mi raccomando, fate l’impossibile pur di restare del tutto fuori dalla stanza dei bottoni, così che i nostri valori non siano minimamente rappresentati nella nuova compagine di governo…’’
Ma c’è di più. Di quella larghissima maggioranza di elettori Pd favorevoli al dialogo, quasi il 60% pensa che l'interlocutore più attendibile in vista di una possibile intesa siano i 5Stelle, mentre solo il 20% ipotizza un accordo col centrodestra (anche in questo caso l'ultimo 20% non si esprime).
Il dato è di grande rilievo perché segnala che - a dispetto della micidiale emorragia di consensi sofferta dal Pd - il rapporto fiduciario e la consonanza di opinioni fra il suo (residuo) popolo e chi lo guida non sono migliorati; non si registra - da parte di chi ancora detiene la leadership del Partito Democratico - alcuna 'fidelizzazione' né una recettiva e consolidata capacità di rappresentare i sentimenti del suo superstite elettorato.
Il primo e più probabile degli scenari possibili è in effetti quello di un accordo anche di governo fra Lega e 5Stelle, con o senza la partecipazione di una Forza Italia probabilmente divisa in due tronconi, in posizione subalterna e comunque minoritaria.
L’avvio di un processo di questo genere, cioè la nascita di una coalizione i cui cromosomi prevalenti non potrebbero essere che quelli ‘dominanti’ della Lega (sovranismo, antieuropeismo, venature di intolleranza, atteggiamento carezzevole verso le pulsioni più viscerali e meno razionali dei nostri concittadini, populismo), che avrebbero certamente il sopravvento sui caratteri ‘recessivi’ perché ancora informi dei 5Stelle, (la democrazia diretta, l’egualitarismo utopistico, le pulsioni antisistema) porterebbe inesorabilmente – come reazione – alla nascita di una coalizione o addirittura di un unitario soggetto politico di taglio centrista, liberista, tecnocratico, cautamente riformista, rassicurante per i poteri forti internazionali e per i mercati e tributario degli uni e degli altri, anche se sinceramente europeista.
In sostanza nascerebbe anche da noi En Marche, il partito di Macron, quello – secondo me – vagheggiato da tempo dal nostro ex-segretario, un partito frutto della definitiva involuzione del Partito Democratico, o della cacciata dei dissenzienti dallo stesso oppure della fuoriuscita da esso (appunto ‘alla Macron’) della parte maggioritaria del nostro odierno gruppo dirigente per la quale la fedeltà al capo ha un peso comunque preponderante sulla valutazione critica dei suoi tragici errori.
E in questa ‘En Marche a l’italien’ (destinata ad assorbire parte rilevante di Forza Italia, del suo elettorato e probabilmente anche dei suoi quadri) finirebbero per ritrovarsi - di malavoglia – comunque quasi tutti, poiché risulterebbe comunque evidente che indirizzare la prua verso i pigmei di LeU (ai quali D’Alema, Bersani, Speranza, Grasso e la Boldrini hanno portato si e no l’uno per cento, dal 2,5 al 3,5) significherebbe forse portarli al 6,7 per cento, comunque abissalmente lontani da qualunque ruolo diverso dalla sterile testimonianza di una sinistra obsoleta, frustrata, melanconica, (anzi, Melanchonica, come quella di Melanchon) ed estromessi da qualunque dinamica politica e da qualsiasi capacità di incidere davvero …
Questo è lo scenario caro a Renzi, che infatti non ha nascosto la propria esultanza per come sembrava si fossero messe le cose.
Ma questo non è l’unico scenario possibile.
Nelle scorse settimane abbiamo ricordato il quarantennale della strage di Via Fani.
La coincidenza mi ha indotto a chiedermi cosa farebbe oggi Moro se fosse – come certo sarebbe – un dirigente del Partito Democratico.
Partiamo cioè dal suo progetto di una alleanza strategica fra la Democrazia Cristiana, partito cardine del sistema, anzi ‘partito-sistema’ e il Partito Comunista, partito che nel 1978 era almeno ideologicamente ancora ‘antisistema’, ancora legato al realismo sovietico, ancora cromosomicamente ‘diverso’ dalla comunità dei partiti democratici di impronta liberale, cristianosociale o socialdemocratica, europeisti e filooccidentali.
Eppure Moro già alla metà degli anni ’70 aveva concepito l’idea di quella alleanza strategica, nonostante la perdurante ‘diversità’ del PCI (non c’era ancora stata la svolta della Bolognina, non era ancora caduto il muro di Berlino, non era ancora stata recisa la cinghia di trasmissione con Mosca, mancavano vent’anni all’intuizione dell’Ulivo).
Sappiamo oggi che quel progetto gli costò la vita, perchè contro di lui si saldarono la follia eversiva delle Brigate Rosse e l’avversione alla prospettiva dell’ingresso di un Partito Comunista nella sfera governativa di un paese occidentale, avversione che accumunava – per ragioni opposte ma convergenti nella reazione – la CIA e il KGB. Basta parlare con Gero Grassi.
Perché Moro allora aveva concepito quella alleanza?
Perché da una parte comprendeva che l’acuta crisi economica, i conflitti sociali, le fratture generazionali, la minaccia terroristica di quel tempo richiedevano una mobilitazione straordinaria e corale di tutte le forze sane della società; dall’altra perché riconosceva nel popolo comunista italiano – a dispetto della ‘diversità’ dei suoi riti e dell’inaccettabilità di molti dei suoi miti – un popolo che condivideva con il popolo rappresentato dalla Democrazia Cristiana non solo l’aspirazione al benessere e alla felicità individuali e collettivi ma anche il postulato antifascista, l’avversione per ogni forma di eversione, l’afflato riformista, l’attenzione per chi rimane indietro.
E sul presupposto di questa compatibilità fra i due ‘popoli’ Moro immaginò che – nonostante la perdurante ‘diversità’ comunista – la DC potesse contribuire a favorire l’ingresso nell’area di governo di una forza politica – il PCI – che nella logica di Yalta era altrimenti destinata irreversibilmente a restare fuori dalla stanza dei bottoni, che potesse in qualche modo contribuire a ‘sdoganarla’. E questo non nella prospettiva di un’alleanza strategica ‘definitiva’ ma – al contrario – per ‘educarla’ (lo dico fra virgolette) alla gestione del potere in uno stato occidentale, per far maturare una cultura di governo in una forza politica che – a maturazione avvenuta – diventasse una alternativa ‘praticabile’ alla DC.
Il tentativo fallì a causa delle tragiche vicende che abbiamo commemorato nei giorni scorsi, e le vicende successive (la caduta del muro, tangentopoli, l’avvento di Berlusconi, l’apparente definitività del bipolarismo) hanno concorso a costruire uno scenario diverso.
E veniamo al parallelismo.
Il Movimento 5Stelle è ormai un partito di massa, e mi pare illusorio considerarlo una meteora.
Il suo ‘popolo’ non è molto diverso dal popolo dei Democratici. I cittadini che lo compongono sono decisamente antifascisti, in linea di massima non sono xenofobi, non sono visceralmente antieuropeisti, non sono sovranisti, sono e comunque si sentono (sia pure confusamente) riformisti. Niente a che vedere con l’impazienza intollerante di chi ha affidato il proprio malcontento alle parole d’ordine di Salvini.
I loro ‘fondamentali’ (si direbbe nel basket) sono i nostri (del resto, comprovatamente, sono per la maggiore parte nostri ex elettori e comunque nostri mancati elettori).
E’ vero, anche il Movimento 5Stelle è un partito ‘diverso’, come lo era il PCI alla metà degli anni settanta. Diversamente diverso.
Però, pensateci: la soggezione per la Casaleggio spa e per un comico miliardario ha qualcosa di trumpiano e di berlusconiano ma non è più inquietante che essere ancora condizionati dal moloch sovietico, come era per il PCI nel 1975.
Approvare la linea politica e scegliere i candidati con un clic sul computer non è certamente un modello di democrazia interna, ma non è uno schema decisionale peggiore di quello che al tempo di Moro era ancora il cosiddetto centralismo democratico leninista.
Coltivare l’illusione del reddito di cittadinanza universale è certamente un’ingenuità, ma non quanto vagheggiare la dittatura del proletariato della quale ancora si leggeva nei documenti fondativi del PCI negli anni settanta.
E allora – ecco il parallelismo – che male ci sarebbe se, percorsa invano ogni altra via, di fronte alla prospettiva del disordine e dell’ingovernabilità o di un definitivo abbraccio fra la destra intollerante e quel magma in larga parte ancora da modellare che sono i 5Stelle, il PD raccogliesse la sfida e – come Moro aveva concepito potesse avvenire fra DC e PCI – eccezionalmente decidesse di condividere la responsabilità del governo con i 5Stelle ( non saprei dire in quali forme) contribuendo al loro sdoganamento, al loro ‘rodaggio’ nell’esercizio della difficile arte del governo, a smussarne le venature populiste, a favorire l’evoluzione delle loro procedure democratiche e partecipative interne, e a ‘restituirli’ infine allo scenario politico nazionale ‘testati’ e ormai indiscutibilmente idonei a contendere al PD e alle destre la responsabilità di governare il Paese in uno scenario tripolare?
E comunque – aggiungo – così conquistandoli definitivamente al versante delle forze democratiche per fare quadrato (Dio non voglia che ce ne sia mai la necessità) contro ogni minaccia autoritaria o nostalgica del tipo di quelle che attraversano sinistramente l’Europa anche in questi anni?

Paolo Bufano – Direzione provinciale Pd La Spezia

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