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Ultimo aggiornamento: Mercoledì 19 Settembre - ore 16.00

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Pagano: "Bisogna uscire da una devastante contrapposizione politica che deforma la storia"

L'ex sindaco risponde ancora all'assessore alla Cultura, Paolo Asti.

Il dibattito su CDS
Pagano: "Bisogna uscire da una devastante contrapposizione politica che deforma la storia"

La Spezia - Ho letto il secondo intervento di Paolo Asti, in replica al mio. Mi colpisce ancora come all’assessore sfugga la complessità della storia. Faccio riferimento, per farmi capire con un semplice esempio, alla mia giornata di ieri. Al mattino, su invito del Comune di Follo, ho commemorato i quattro martiri impiccati a Pian di Follo il 15 febbraio 1945, che rimasero attaccati agli alberi del viale per tre giorni, vigilati dai nazisti perché nessuno potesse recuperare i poveri corpi. Due di essi erano appartenenti a formazioni garibaldine e sappiste, facenti riferimento al Pci. Al pomeriggio ho partecipato all’inaugurazione della mostra “Attraverso gli occhi dei bambini: disegni e poesie del ghetto di Terezin”, curata dall’Istituto Storico della Resistenza in collaborazione con l’Aned: una mostra straordinaria, che consiglio a tutti di vedere. Le opere sono dei bambini ebrei prigionieri in quel campo di deportazione, in attesa del trasferimento ad Auschwitz per essere bruciati nei forni crematori. Se qualcuno di loro si salvò è perché il 27 gennaio 1945 (il “Giorno della Memoria”) l’Armata Rossa sovietica liberò Auschwitz.
Ricordare la verità della storia significa giustificare i crimini che in nome del comunismo sono stati commessi? Ma niente affatto. Lo esplicito con un altro esempio. Il 10 febbraio 2007 accompagnai a Roma il caro amico Giuseppe Sincich, già primario di Pneumologia nel nostro Ospedale, per ricevere dal Presidente della Repubblica la Medaglia d’Oro. Suo padre si chiamava anch’egli Giuseppe: quando intimarono di consegnare la città di Fiume ai militari di Tito, si rifiutò, e fu ucciso con una fucilata alla schiena. Fu lui a volere con sé il “suo” Sindaco, perché non avevo mai usato le ferocie del fascismo nell’oppressione di sloveni e croati per rimuovere o negare le uccisioni di cui le foibe sono un simbolo e le sofferenze degli esuli del dopoguerra. Bisogna uscire tutti, caro Asti, da una devastante contrapposizione politica che deforma la storia.
Io sostengo -è la tesi di fondo del mio libro “Non come tutti” (2014-) che la crisi della sinistra in Italia deriva dall’incapacità di dar vita a un “partito unitario socialista di sinistra” negli anni Sessanta del secolo scorso. Quindi sono al di sopra di ogni sospetto. Ma non credo affatto che l’anomalia del Pci fosse un’invenzione, anzi. Il problema storico è capire come un partito che continuava a chiamarsi “comunista” ed era legato all’Urss abbia potuto dare un contributo decisivo alla Resistenza e alla Costituzione e trasformare milioni di “sudditi” in “cittadini”. Ecco perché la nostra Costituzione, che chi amministra deve osservare esercitando la sua funzione con “disciplina ed onore”, è fondata sull’antifascismo, non sull’anticomunismo. La reinterpretazione dell’antifascismo come spazio repubblicano condiviso è quindi l’unico possibile valore fondante della Repubblica.
Mi fa piacere che Asti ricordi il suo passato socialista e richiami i valori di “Giustizia e Libertà” dei fratelli Rosselli: ma Carlo e Nello furono uccisi dai fascisti, non dai comunisti. Era il 9 giugno 1937. Il numero del 30 aprile 1937 del periodico promosso a Parigi da Carlo Rosselli “Giustizia e Libertà”, organo dell’omonimo movimento, è tutto dedicato al comunista Antonio Gramsci, morto il 27 dello stesso mese. Così sono i titoli in grande, con la foto al centro: “Antonio Gramsci è morto dopo undici anni di atroci sofferenze nelle prigioni fasciste. Il proletariato italiano non ha che un modo per commemorarlo: acquistare coscienza del suo compito storico e battersi”. Carlo Rosselli parlerà ancora di Gramsci, a nome di "Giustizia e Libertà", in occasione della pubblica commemorazione del 23 maggio 1937 a Parigi (17 giorni prima del suo barbaro assassinio con il fratello Nello). Il suo discorso inizia con queste parole: “Gramsci e Mussolini: quale contrapposizione tra di loro! Non solo di destino e di fede politica, ma di tempra morale. Sono due mondi che si contrappongono, due concezioni antitetiche della vita e dell'uomo”. Ma, caro Paolo, cosa c’entra il socialismo liberale dei fratelli Rosselli con le tesi sulla “razza bianca” o con la definizione di una ministra nera come “orango” o con l’invocazione dell’espulsione di 600.000 stranieri, impossibile e impensabile, ma che getta benzina sul razzismo dilagante?
Asti, infine, polemizza con la mia critica al “totalitarismo neoliberista”, sostenendo che ben più pericolosi sono, in tutto il mondo, i regimi totalitari. Certamente io combatto, da cooperante impegnato nei Paesi poveri, tutti i totalitarismi politici. Ma i due fenomeni non sono in contrasto tra loro, anzi. Le istituzioni democratiche sono sempre più impotenti rispetto ai nuovi poteri privati globali dell’economia e della finanza, e la democrazia è svuotata. A questa crisi di autorità la democrazia risponde con una sua mutazione da parlamentare a esecutivista e autoritaria, in tutto il mondo e anche da noi. Bisogna quindi combattere entrambe i totalitarismi, quello economico e quello politico, perché sono connessi più di quanto non si pensi.
Spero, caro Paolo, che, nella diversità di opinioni il confronto tra noi possa comunque proseguire: nel Comitato Unitario della Resistenza e nell’ambito della collaborazione, già avviata, tra l’Associazione Culturale Mediterraneo e l’assessorato alla Cultura. C’è un bene più prezioso di una campagna elettorale vinta o persa: è la possibilità di riconoscere l’altro, è la sconfitta dell’intolleranza al pensiero altrui e dell’ostilità nei confronti di chi non fa parte della ristretta cerchia dei “veri credenti”.

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