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Ultimo aggiornamento: Giovedì 20 Settembre - ore 21.16

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La protesta è manifesta, la sinistra in cantina

In crisi i partiti storici, si afferma un diverso dualismo tra forze di rottura.Vince chi sceglie slogan d'azione, perde l'autoreferenzialità del Pd incapace di rinnovare la propria classe dirigente, già tramontata. Mentre Toti deve già litigare.

l'editoriale
La protesta è manifesta, la sinistra in cantina

La Spezia - Quello che si è consumato ieri a tutte le latitudini italiane è un vero e proprio cambio di paradigma politico. Perché, innanzitutto, appellarsi ancora una volta alle velleità del voto di protesta sarebbe lettura superficiale, snobistica, clamorosamente sbilenca rispetto alla realtà dei fatti. Si sono proprio spostati gli elettori, destrutturando definitivamente quello che era il bipolarismo degli anni 0-10 e sostituendolo, vedremo per quanto tempo, con un nuovo duello che esclude completamente dai giochi la sinistra. Spazzata via insomma la coalizione capitanata dal Partito Democratico, ove Renzi si gioca tutto quando l'arbitro ha già fischiato la fine e si fa la conta per chi paga il campo: senza la selezione di una classe dirigente, è stato incredibile per qualsiasi analista raccontare in questi mesi tutte le scelte sbagliate dei 'dem', costretti ad inseguire le battaglie degli altri perché portatrici potenziali di consenso... ma fuori tempo massimo. Scelte che hanno fatto indiavolare la residua base che non se n'è andata, mettendo in cattiva luce anche ciò che di buono a Roma è stato fatto. L'altra sinistra ha marcato visita, contribuendo soprattutto a creare sempre più malumori intorno al Pd, senza intercettare nè l'entusiasmo degli ottimisti nè gente abbastanza fresca, e tavolta concentrata in ripicche personali. Una disfatta che non ha risparmiato i comunisti, al minimo storico dal dopo guerra.

A ben guardare però, al netto degli entusiasmi, anche nel centrodestra ci si avvia verso una fase di tensioni tutta da gestire: la leadership della coalizione per la prima volta passa a qualcuno che non è Berlusconi, mentre dentro Forza Italia la battaglia interna è tentare di costruire un post che non avvii un'immediata dissoluzione. Riuscirà Giovanni Toti a fare nei prossimi anni ciò che è riuscito a Salvini, capace di triplicare gli elettori in cinque anni, far dimenticare i tempi di Bossi, Calderoli e Belsito, in nome di un’autarchia spinta che sposta il fulcro dell'interesse nazionale ("Prima gli italiani", slogan d'azione, gettonatissimo) anziché sulle contrapposizioni fra nord e sud Italia? Di sicuro dovrà trovare una formula diversa ma abbastanza efficace per catturare il consenso perso in favore dell'avversario-partner che già parla da leader incontrastato. E che ha saputo conquistarsi periferia dopo periferia strappandola alla sinistra “storica”. Proprio su questo il governatore ligure, che ha personalizzato molto la campagna sfruttando l'onda lunga arancione della liguria, lavora da tempo. Riunioni che hanno portato a non poche tensioni, durante la scelta sulle candidature: la sua è anche una battaglia contro quel berlusconismo tramontato (eloquente lo slogan "Onestà, esperienza, saggezza") che una parte di Forza Italia respinge, senza poterlo dire. Come Salvini anche Toti ha raccolto consensi su Facebook dove il popolo vive parecchie ore della giornata. Ma dovrà essere più bravo su tre fronti in cui il numero uno del Carroccio non ha avuto rivali: rete, territorio e tv. Strumenti di comunicazione, presenza scenica, parole altisonanti, spregiudicate, ma con un gergo meno sognante e più crudo della prosa promettente di Berlusconi. Attenzione: un gergo che piace un sacco, non soltanto ai giovanissimi e al popolo meno dotto.

Il grande salto dei grillini non meraviglia, specialmente al sud dove la Lega, con o senza il Nord dietro, non può attecchire. I pentastellati, che con lo slogan "Partecipa, scegli, cambia" già sentivano evidentemente la responsabilità di un dato ancor più importante di cinque anni fa, raccolgono quasi tutto da Roma in giù, capovolgendo anche alla Spezia il pessimo risultato delle amministrative dove le logiche sono completamente diverse. Ma, soffermandoci sul dato provinciale, emerge che, prendendo in esame la Camera dei Deputati, nel 2013 Grillo prese il 29,4%, oggi arriva al 29,53%, praticamente lo stesso identico risultato. Dati che stimolano una facile conclusione: se LeU (lo slogan "Per i tanti, non per i pochi" non buca) e le altre sinistre, non tolgono voti al Pd e contestualmente l'astensionismo non incide sul voto come in altre tornate, significa soltanto che l'elettore medio del Partito Democratico ha abdicato. Ci sono demeriti nazionali e locali, ci sono dirigenti di partiti simpatici e quelli che non bucano proprio il video, ma la realtà è più complicata degli uomini e delle donne in ballo: alla caduta generale, si è aggiunto la carneficina nei collegi del maggioritario. La verità è che Renzi ha snaturato dalle viscere una storia che partendo dal secondo dopo guerra, stava tentando di chiudersi a riccio per non venire superata, in un momento in cui l'idea di società era già cambiata. Lo ha fatto in faccia ad un popolo, quello sopra i 60 anni, che “obbediva” alle decisioni prese dal partito e che più di tutti ha patito il momento di crisi che non è solo della sinistra italiana ma di tutte le gauche europee, soprattutto nei paesi in cui la sinistra sta ancora governando. Perché oggi quella adesione quasi religiosa non esiste più, in nome di altri aspetti, come partecipazione, visibilità personale, propaganda non mediata, disponibilità economiche. Così quell'elettorato deluso e distaccato, che avrebbe votato chiunque con quel simbolo, ha ingrossato le fila di chi non si è presentato nemmeno ai seggi (tradizionalmente più di un elettorato di destra che di sinistra), o di chi ha fatto il salto triplo verso i Cinque Stelle.

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